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La piccola Elena, ultima tragedia

La serie infinita dei figlicidi


(Angelo Perrone) La tragedia della piccola Elena è l’ultima di una lunga serie. C’è una bambina morta, a soli cinque anni, uccisa con 11 coltellate. Una morte atroce e lenta perché il decesso non è stato immediato. E c’è una madre confessa, 24 anni, casalinga. È stata lei, non c’è dubbio, con un coltello da cucina che non si è ancora trovato. Ha precisato: «Mentre la colpivo, mi giravo, per non vedere». Come ha potuto farlo? Ora le indagini proseguono ed accerteranno i particolari, nulla però che possa chiarire l’orrore indecifrabile del gesto.
Questa tragedia segue tante altre. Dall'omicidio del piccolo Samuele, tre anni, a Cogne a quello di Loris, otto anni, a Santa Croce Camerina nel Ragusano, a tanti altri, fino ad Elena. Figli uccisi dai genitori. Senza un perché, qualcosa che spieghi, offra chiarimenti, subito o a distanza di tempo.
C’è un filo comune, oppure ognuna è una storia a sé? Sullo sfondo si intuiscono problemi di salute mentale e difficoltà relazionali. Nascono infiniti dilemmi, interrogativi e domande. Si sviluppano riflessioni, tutte importanti, nessuna davvero decisiva, di fronte a gesti così innaturali. Ammesso che il crimine possa, in qualche circostanza, apparire “naturale”, avere una sua norma.
Sono atti che maturano all'interno di specifici contesti, dove contano fattori individuali come la personalità, le distorsioni cognitive o le questioni irrisolte, e talora anche le condizioni sociali. L'interazione di elementi diversi porta ad esiti che si pongono oltre ogni logica, e che viene da classificare come folli, perché non sappiamo come fare altrimenti.
Le statistiche indicano che sei figlicidi su dieci sono commessi dalle madri e il dato aggiunge atrocità ad un evento già di per sé inconcepibile. Sono delitti insopportabili e inspiegabili quelli contro i bambini, ma diventano atroci quando commessi dai genitori, e ancor più dalle madri, anche se non è possibile graduare la tragedia, intravedere una colpevolezza differenziata secondo il genere.
Ma di fronte alla versione femminile dell’omicidio scatta un retaggio ancestrale: vediamo aggirarsi tra noi l’ombra, crudele e furiosa, di Medea, la madre pronta a superare il limite.
Nessun crimine come l’omicidio di un figlio ci lascia tanto inermi e preoccupati: come è possibile? Quali motivi possono spingere ad un simile gesto?
La ricerca di una spiegazione risponde ad un desiderio di comprendere ciò che è altrimenti ineffabile, ma serve anche a rassicurare noi che ci riteniamo normali. Classificare come folli dei gesti esecrabili esorcizza la paura interiore, il timore delle persone sane di commettere un crimine analogo.

Commenti

  1. Concordo soprattutto sulla chiusa della sua condivisibile riflessione. Come prendere le distanze da questi mostri ed essere certi che non possa capitare a chi è vicino a noi o a noi stessi? Lo sdegno, e l'orrore per certi atti non trova spiegazione alcuna. Restiamo attoniti e addoloratissima.

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