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Uccidere il proprio figlio?

Tante tragedie mostrano l’indicibile, il rinnegamento dell’amore


(Angelo Perrone) Storie che non vorremmo ascoltare, più frequenti di quanto pensiamo. Secondo il rapporto dell'Associazione di ricerche economiche e sociali Eures sugli “Omicidi in famiglia”, in circa venti anni dal 2000 al 2019, sono 85 i bambini con meno di un anno uccisi dai genitori e 473 i figlicidi in totale.
Responsabili degli eventi delittuosi, in percentuale e rispetto all’arco di tempo preso in considerazione, sono in prevalenza le madri, ma, aumentando l’età dei figli, la responsabilità femminile diminuisce, scavalcata da quella dei padri.
L’azione omicida è maggiormente delle donne sui figli più piccoli (con età inferiore ai sette anni), degli uomini su quelli più grandicelli. Spesso si tratta di omicidio-suicidio. Il numero dei casi continua ad aumentare. Le madri hanno caratteristiche simili: età tra i 18 e i 32 anni, sposate e di nazionalità italiana, possiedono un livello di scolarità medio, hanno un rapporto problematico e/o conflittuale con il partner. 
Le motivazioni apparenti dei figlicidi sono molteplici. Lo psichiatra canadese Philip Resnick, uno dei più importanti studiosi, ha individuato nel 1969 cinque possibili categorie, basandosi sul movente che spinge ad uccidere. La classificazione ne ha generate tante altre, nello sforzo senza esito di articolare meglio e tipizzare i gesti.
Semplificando dunque, il figlicidio può essere “altruistico”, nel tentativo di alleviare al figlio, od evitargli, una sofferenza reale o immaginaria; oppure psicotico, se influenzato da un disturbo patologico, una schizofrenia, o una psicosi post partum. Ma può essere commesso per vendetta contro il coniuge, per arrecargli, tramite la soppressione del figlio, come reazione, la più inaudita delle sofferenze; oppure essere rivolto verso un bambino non voluto e con il quale non si è mai instaurata una vera relazione; oppure ancora essere “accidentale”, una morte per negligenza, abuso fisico o eccessiva punizione.
Quale che siano le componenti individuali e le condizioni sociali, ciò che stupisce è che il figlio, in questi contesti, non è più (forse non lo è mai stato) un soggetto d’amore, ma altro. Privato della sua umanità e unicità, si trasforma in una realtà diversa, è ridotto ad una dimensione strumentale, è il passante di rancori e vendette, il punto di confluenza della possessività materna e del potere paterno.
Il genitore omicida vi proietta il proprio sé disturbato (psicosi, manie persecutorie), oppure vi sposta la propria carica aggressiva in realtà indirizzata altrove. Il figlio è strumento innocente di vendetta nei confronti dell’altro, impedimento alla realizzazione di sé, espressione di sofferenza irrisolta. Il dato allarmante è che, accanto a soggetti in preda a disturbi e non completamente coscienti, ve ne sono altri che agiscono con lucidità, addirittura organizzano il gesto o lo premeditano a lungo.
In ogni caso, è frequente che dopo il delitto intervengano meccanismi di rimozione di quanto commesso. Sono forse inevitabili, certo frequenti. Sono forme di autodifesa, per proteggersi dalla brutalità e dalla consapevolezza, che potrebbe disvelare il male commesso, e provocare reazioni autodistruttive. Gli autori negano, a sé stessi e agli altri, quello che hanno fatto, si aggrappano alla convinzione consolatoria dello stato di innocenza.
L’ambiente familiare e sociale recrimina dopo il delitto sui possibili errori: c’erano dei segnali? era possibile intervenire in tempo? Nella vicenda della piccola Elena, le maestre hanno provato ad interrogarsi e a darsi colpe: «forse potevamo accorgercene», hanno detto, ma in tante situazioni, forse anche in questa, le distorsioni sono troppo difficili da leggere.
Eppure proprio questo servirebbe, uno sforzo per intercettare i segnali, una rete di intelligenze e solidarietà per prevenire i gesti estremi, che spesso sono una somma di elementi pregressi. Chi ascolta e guarda da fuori fatica a rimuovere dalla coscienza l’inconcepibile: cos’altro vi è di più atroce di un bimbo ucciso da chi gli ha dato la vita?
È qualcosa che va oltre ogni possibile interpretazione, ma proprio per questo forse bisognerebbe non smettere di parlarne. Andrebbe fatto per Elena, Daniele, Edith, Andrea, Loris, e tutti gli altri piccoli, a cui la vita è stata strappata. E servirebbe anche a coloro che la vita gliel’hanno strappata, senza pietà, un certo dannato giorno, inseguendo fantasmi e allucinazioni.
L’uccisione di un bimbo è un gesto così violento da risultare spesso imprevedibile, ma ogni sforzo andrebbe comunque fatto. Il senso di responsabilità collettiva è utile ai bimbi in pericolo e ai genitori alle prese con i loro malesseri. Circa venti anni fa, gli psicologi M. Soulè e J, Noel riflettevano sulla filiazione problematica ed esponevano le loro idee riguardo alla prevenzione precoce.
Mettere al mondo un figlio significa innestare una serie di processi che riguardano il nuovo venuto, ma anche i genitori, spesso giovani e alle prime esperienze, che non sempre sono pronti e maturi. Il progresso ha offerto tanti rimedi, ma non ha eliminato la complessità dell’evento, che si presenta ogni volta nuovo, misterioso, complicato. Si tratta di agire molto presto, in maniera interdisciplinare, prendendo atto delle tante vulnerabilità possibili, cercando di cogliere i segnali di allarme e di patologia.
Poi può accadere che, nonostante ogni sforzo, gli argini non siano sufficienti e non aiutino a prevenire. La vita colpisce a volte come un’onda potente che tutto distrugge, fa incontrare il fallimento e la sconfitta. Lo splendore si contrappone alla polvere. Incrocia comunque, per vie misteriose, la coscienza del singolo, non va dimenticato.
Lo scandalo che investe i più piccoli non si esaurisce nello stupore verso l’inaudito e nel grido d’allarme, ci lascia un compito gravoso, a proposito dei fatti commessi, dei responsabili e dei sopravvissuti. Occorre custodire il dolore e individuare i valori sacrificati.
Ci serve un punto di lettura che guidi la riflessione e le azioni, permetta di affrontare una materia tanto insidiosa e difficile. La riflessione non può prescindere dal riconoscimento della sacralità della vita. L’idea che l’essere umano non possa mai perdere la sua soggettività e, per le mani di qualcuno, quale che sia il motivo, scadere in strumento, diventare oggetto. La gravità dell’offesa è inscindibile dalla percezione della caduta nell’abisso.

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