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La perdita dell'identità


(Angelo Perrone) C’è un nesso inestricabile tra lo sradicamento inferto ad un popolo e la visione autoritaria di Vladimir Putin. Si rinnova la minaccia che l’Europa ha ben conosciuto con il nazismo e il fascismo.
Il furto del passato, la manomissione del legame con le proprie idee, lo stesso male che ha generato la pulizia etnica di Hitler, l’asservimento di Stati indipendenti da parte della Germania nazista, la matassa del colonialismo moderno.
Oggi la storia si ripete tragicamente. L’invasione dell’Ucraina determina lo scollamento di un popolo dal suo territorio, la menomazione dell’identità nazionale. Alla base c’è la convinzione errata che la patria non sia anche un luogo, esattamente quel lembo di terra che costituisce il grumo prezioso di affetti, ricordi, pensieri. L’estraniamento individuale è la condizione diffusa di chi in questo momento subisce la guerra scatenata dal tiranno, precede a ben vedere altri effetti catastrofici: l’isolamento e la superfluità.
Ammoniva Hannah Arendt, ne Le origini del totalitarismo (1951), «Essere sradicati significa non avere un posto riconosciuto e garantito dagli altri; essere superflui significa non appartenere al mondo. Lo sradicamento può essere la condizione preliminare della superfluità, come l’isolamento può esserlo dell’estraniazione».
Le discussioni sulla neutralità dell’Ucraina mascherano l’intento efferato di renderla un paese invisibile, nascosto persino ai suoi stessi cittadini. Sono, queste della Arendt, come quelle della Weil, categorie elaborate per rispondere al lutto post bellico, per impostare una reazione morale contro i propositi tirannicidi su altri popoli. Oggi quei concetti sono sconcertanti nella loro attualità. Servono a comprendere il senso della contemporaneità. L’eliminazione del legame di ogni individuo con la propria storia è il fulcro della politica di aggressione perseguita dalla Russia di Putin.

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