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Voto: l'ansia del nuovismo


(Angelo Perrone) Gli orientamenti tradizionali, sedimentati storicamente, hanno perso radicamento con la crisi delle ideologie. L’elettorato è fluttuante e liquido, anche privo di motivazioni consolidate.
Mancano ancoraggi ideali che permettano comunque di definire gli orizzonti. Il pragmatismo diventa incertezza e perdita di spessore.
Prevale, quando c’è, la scelta fatta all’ultimo e caso per caso, sulla base di suggestioni e richiami emotivi. La gara è giocata sul basso profilo, senza guardare alla qualità delle proposte.
Nella perdita di orientamenti “predefiniti” è allarmante non tanto la rescissione dei legami tradizionali con i partiti (un bene che il voto sia “aperto”) ma la pericolosa oscillazione tra riformismo e conservazione, tra sinistra e destra (almeno quando è ancora attuale simile classificazione).
La società, prima d’essere polarizzata, è individualizzata, rinchiusa nel suo particolarismo regressivo, mostra una palese difficoltà a costruire terreni di aggregazioni. 
Il presente richiederebbe precisamente questo, l’abbandono delle spinte settoriali in nome di visioni solidali e inclusive. Dovremmo esserne consapevoli senza timore di scivolare nella retorica. 
Scelte convergenti sarebbero sollecitate dalle principali difficoltà del momento così gravide di incognite per il futuro. Punti cruciali. La collocazione internazionale dell’Italia, il processo di eliminazione della dipendenza dal gas russo e di diversificazione delle fonti energetiche.
La fiducia negli scambi commerciali e nei nuovi mercati. Si tratta precisamente dello spirito di governo che è prevalso con la guida di Mario Draghi: questo il significato più concreto della mitica agenda intestata al suo nome.
Prevalgono, nella destra che avverte il profumo di vittoria, proposte regressive, quando non eccentriche o stravaganti, senza respiro e fondamento, buone per animare i talk show e destinate a tramontare in breve.
Dalla flax tax (avvantaggia i grandi redditi e penalizza quelli bassi) al blocco navale contro gli immigrati (li prendiamo a cannonate?), ai decreti sicurezza, alla castrazione chimica dei violenti, al cimitero dei feti abortiti, a pensate giudiziarie tipo l’inappellabilità delle sentenze di assoluzione, all’invito a copiare legislazioni familiari notoriamente progredite come quelle dell’Ungheria di Orban.
È il ritorno del vecchio, dell’impresentabile. È quanto però attraversa i programmi della destra.
Queste tendenze potrebbero essere amplificate dagli effetti del disordine provocato dall’infausta riduzione numerica dei parlamentari, voluta dai 5Stelle, improvvidamente accettata dalla sinistra come merce di scambio di una duratura alleanza di governo.
Non sono stati introdotti correttivi nella normativa costituzionale, la legge elettorale è rimasta la stessa. La riforma ha creato collegi senatoriali immensi (anche un milione di persone), nei quali è impossibile un rapporto diretto candidato-elettore. La contraddittorietà del sistema elettorale (né integralmente maggioritario né proporzionale) amplifica i difetti delle due opzioni. Ovviamente non c’è stata alcuna alleanza politica di lungo termine tra Pd e 5Stelle.
I partiti sono percepiti lontani dalle persone, il loro messaggio suona insopportabile propaganda. Loro non se ne preoccupano granché, a quanto pare. Il dibattito non è incentrato su proposte concrete (rimangono in secondo piano, quando ci sono), piuttosto è monopolizzato dalle tattiche, dalle manovre, dai messaggi cifrati: nebbia e confusione.
Per giorni il problema più coinvolgente è sembrato quello di stabilire se la Meloni e Letta, all’apparenza avversari, lo siano davvero, o facciano finta di esserlo, alla maniera degli spassosi Sandra Mondaini e Raimondo Vianello.
A parte i difetti della normativa elettorale, ciascuno ci mette del suo per aggravare le cose. Ci si lamenta che “il sistema” costringa ad allearsi senza convinzione, per spuntare una rappresentanza. Infatti è una lotta di schieramenti, vince chi prende un voto in più, dunque bisogna unirsi anche solo per fare numero, non importa essere d’accordo, e poi c’è la tagliola del 3% da superare in ogni caso per entrare in gioco, un vero spauracchio in un contesto tanto frantumato.
Tutto esatto, ma nulla lo impone per forza. Quasi che si debbano comunque costruire alleanze strumentali e provvisorie, piuttosto che sostenere lo sforzo di costruire intese di largo respiro. La fragilità di simili impostazioni la si è vista nel carattere effimero dell’alleanza tra Pd e il centro di Calenda. Il tempo di un voltafaccia di quest’ultimo, seguendo umori e calcoli.
Nell’immobilismo, prevale l’ansia del nuovismo, la tensione sempre inappagata verso qualcosa di altro, purché luccicante e sorprendente, in grado di abbagliare e coinvolgere, almeno nel breve tempo. Magari darà origine ad una parabola acuta ma svanirà con il declino dei leader.
È la vicenda, fragile ed effimera anche a prescindere dalla durata, di Silvio Berlusconi (1994), Matteo Renzi (2017), Beppe Grillo e i 5 Stelle (2018), Matteo Salvini (2019). Ora (2022), è il turno di Giorgia Meloni? 

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