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Il tempo dilatato

di Marina Zinzani

Esiste un tempo desiderato, implorato, sognato per anni e anni, a volte sembrava vicino e invece si allontanava, un tempo in grado di creare un piccolo eden, tutto germoglia, fiorisce, l’aria è fresca, un venticello dice che è primavera, si rinasce.
È un tempo immaginato come una seconda stagione, ricco di fantasie che hanno aiutato nei momenti bui: i viaggi, nessuna sveglia all’alba, i giorni da riempire senza obblighi e orari, il tempo dedicato alla famiglia, ai nipoti, ai figli, agli amici, scoperta di luoghi solo visti alla televisione, prendersi cura del proprio corpo, ringiovanire.
È un tempo anche temuto da alcuni, perché quel momento rappresenta uno spartiacque, si toglie un tesserino che si portava sul petto, si perde quel ruolo, si rimane persona. E alcuni in quel ruolo non ci sono stati poi tanto male, significava un proprio posto nella società, un’identità ben precisa, un certo rispetto, anche dei buoni rapporti con i colleghi, le giornate organizzate dall’alto, una vita senza spazi vuoti, il correre da una parte, i giorni di pausa dall’altro, che assumevano un significato ben preciso, di riposo. Una vita piena, in cui si anelava comunque a quell’eden immaginario, come tutti.
Quell’eden poi, quando arriva per queste persone che hanno perduto il tesserino sul petto, anche se solo virtuale, potrebbe lasciare un retrogusto amaro. Da un lato la libertà, dall’altro giornate lunghe da riempire, la consapevolezza, guardando gli anziani giocare a bocce in un parco, di stare diventando come loro. Lo scivolare nella vecchiaia. I figli sono lontani, impegnati nei loro studi o carriere o semplicemente lontani anni luce dai sentimenti dei genitori. 
Il coniuge è ancora al lavoro, preso dalla sua attività quotidiana così assorbente, nervoso, e dice che non ce la fa più. Oppure il coniuge è anche lui nell’ipotetico eden, lo sono insieme, e non sanno come riempire le giornate. Soprattutto i due non sanno più cosa dirsi, hanno parlato tutta la vita dei figli, in una casa dove si andava sempre di corsa, e ora che è il momento del riposo si ritrovano marito e moglie uno davanti all’altro, con una sensazione di vuoto che crea imbarazzo. 
Qualcosa non ha funzionato, si avverte, se da quei due fidanzati di decenni prima pieni di parole si è arrivati ora a due persone che non sanno più cosa dirsi, che non hanno interessi in comune, che parlano solo di banalità. Soprattutto se ne è andata quella vibrazione sottile che muove le cose, i rapporti, il mondo: si è nell’eden ma si è spenti, l’immobilismo del corpo, senza più impegni quotidiani, diventa un immobilismo dell’anima. 
Qualcuno suggerisce allora di fare volontariato, di iscriversi ad un’associazione, di occuparsi di qualcosa, anche di prendere un cane, come se entrare in un ambito ben definito allentasse l’ansia da vuoto, l’ansia di riempire le proprie giornate. Forse così si ritroverà una nuova, sottile identità.
Per altri invece quell’eden diventa una nuova occupazione, più subita che desiderata: vengono reclutati dai figli per seguire i nipoti. Nuovi orari, nuove responsabilità prendono il sopravvento, il mondo della scuola, i corsi pomeridiani a cui portarli, seguirli con fatica nei compiti. L’eden per loro è questo, sono consapevoli che non ce ne sarà un altro, che non ci sarà una seconda possibilità, perché gli obblighi dureranno per anni. Resta così poco tempo per sé stessi, si seguono i bambini, ci sono cento impegni, ma ci si deve pur aiutare, si è una famiglia.
L’eden vissuto con gioia da chi viaggia, da chi fa progetti, da chi vuole imparare una lingua, da chi vuole leggere finalmente i libri acquistati e poi messi da parte, da chi vuole approfondire un argomento, da chi vuole occuparsi del proprio corpo, da chi vuole prendere un cappuccino al bar la mattina presto, guardando semplicemente la gente che passa, da chi vuole camminare in un parco con la musica nelle orecchie come un adolescente, da chi ritrova i vecchi amici che hanno anche loro molto tempo libero, da chi legge tante cose su una città prima di visitarla. 
L’eden vissuto con consapevolezza da chi sa di vivere con un tempo a scadenza, e che ogni giorno è unico. C’è la libertà, nel suo tempo, la padronanza delle proprie giornate. 
In quell’eden si può risvegliare l’amore per sé stessi.  Per tutta la vita si è pensato agli altri, agli obblighi, ai doveri. Il tempo allora diventa dilatato. E quel tempo si riempie con gli interessi coltivati negli anni precedenti, con le passioni, gli studi, le letture, la musica, l’arte: quelle cose preziose rendono l’eden pieno di germogli, sbocceranno molti fiori, alberi pieni di foglie ripareranno dal caldo dell’estate, ci saranno vicini in autunno. Quegli alberi che invecchieranno nella sequenza inevitabile della vita. Ma sarà stato un buon autunno. Ogni stagione porta in sé un momento di rinascita. E la pensione, eden immaginario, può portare rinascita, se sappiamo coglierne l’essenza: la vita è breve, mai sprecare un giorno.

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