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Il mondo antico del mio vicinato, frammenti di un’infanzia genovese 🗝️

pianerottolo anni '60, una signora lava panni in una ciotola con acqua azzurrina, mentre la guardano due bambine e un uomo sorridente sulla soglia dell'appartamento
(Introduzione a Daniela Barone). Esistono mondi che sopravvivono anche nei dettagli: il colore di un bucato azzurrino, il sapore del caffè appena macinato e le voci dei vicini che diventano famiglia. In questo racconto, l’autrice ci conduce per mano lungo i corridoi di un palazzo genovese del dopoguerra, restituendoci una galleria di personaggi indimenticabili. È un omaggio alla memoria privata che si fa storia collettiva.

(Daniela Barone).

Carlotta e la magia del turchinetto

Carlotta abitava con il marito Pietro un piano sotto di noi. Erano entrambi originari della Lomellina: grassottella e pacifica lei, magro e scattante lui. Pietro faceva il facchino alla stazione ferroviaria Principe e spesso mi portava una copia del Corrierino dei Piccoli.
Non sapevo ancora leggere ma mi dilettavo a guardare le figure e talvolta a ritagliare le vignette che incollavo sul retro degli sportelli della nostra credenza di legno. 
Mi piaceva andare a trovare questa vicina di casa. La mamma era contenta perché, essendo figlia unica, potevo almeno passare del tempo in compagnia di qualcuno e oltretutto, dare un po’ di tregua a lei, spesso sofferente di uno strano male. Ricordo solo che sorrideva di rado e aveva talvolta un’aria pensierosa, come se rievocasse cose brutte. 
Io ero vivacissima e ogni gioco mi annoiava in fretta. Da Carlotta amavo però anche stare tranquilla ad osservarla mentre immergeva i panni in una magica polverina blu che lei chiamava turchinetto.
Mi pareva un incanto quando tirava fuori dall’acqua colorata le lenzuola che erano diventate magicamente azzurre e ogni volta mi domandavo perché la mamma non facesse il bucato come lei.
La vicina dfi casa Ninni con l'autrice bambina tenuta in braccio dalla sua mamma

Daniela "a pezzettini" e le gaffes di papà

Qualsiasi momento della giornata era buono per correre da Carlotta. A volte mi fermavo a pranzare a casa sua e lei mi faceva grattugiare il formaggio o macinare il caffè. Poi mi affacciavo alla finestra per vedere i gatti giù in cortile.
Lei accorreva subito nel timore che mi sporgessi troppo. «Se cadi giù, ti dobbiamo raccogliere col cucchiaino!». Adoravo questa sua espressione. Daniela a pezzettini in un cucchiaino era un’immagine molto divertente nella mia mente. Lei l’aveva capito e per questo me la ripeteva spesso sorridendo. 
Un giorno papà aveva infilato per sbaglio la chiave nella serratura della porta di Carlotta. Non si era accorto di trovarsi al piano di sotto e, non so come, era riuscito ugualmente ad aprire quell’uscio. Carlotta aveva fissato mio padre nell’ingresso alla genovese zeppo di mobili scuri. Aveva un’espressione severa, forse sbigottita.
Papà, allegro come sempre, l’aveva salutata con calore. «Buonasera, Carlotta. Che piacere, è venuta a trovarci?».  Io e la mamma avevamo rievocato questo episodio buffo molte volte. Era uno dei tanti che riguardavano sempre papà, spesso sbadato e confusionario. Lei rideva di gusto, a volte sino alle lacrime. «Ah, Nino, ma come fai? Sei sempre il solito.» Sono sempre stata grata a papà per le sue gaffes esilaranti.
Lui aveva il potere di ridarle il sorriso, fosse anche per pochi minuti. La mamma perdeva quell’aria assorta che la caratterizzava e diventava finalmente più vivace. Ne approfittavo per saltarle al collo e lei mi scoccava un bacetto frettoloso sul viso.
Bastava quello per farmi ritornare saltellante alle mie bambole Silvia e Carolina. Quelle volte non le maltrattavo come facevo spesso con una strana rabbia ma piuttosto imprimevo un bacio affettuoso sulle loro guance paffute di porcellana rosa. 

Renzo il "boxeur" e la forza di Rico

Altri vicini che ricordo teneramente sono Ninni e Rico che avevano un figlio, Renzo, tornato dalla Germania alla fine della guerra. Si era salvato perché era un ‘boxeur’, come diceva la mamma. I tedeschi andavano matti per il pugilato e organizzavano spesso degli incontri con altri prigionieri del campo.
Renzo era tornato a casa con il naso schiacciato per i troppi pugni presi ma almeno era vivo. La Ninni era bassina e minuta mentre Rico era un ex camallo del porto, con spalle larghe e grandi mani. Che razza di coppia strampalata apparivano ai miei occhi! 
La loro casa era arredata in modo molto semplice: un salotto di mobili scuri di mogano, una camera matrimoniale che pareva una piazza d’armi e una cucina piuttosto piccola.
Qui c’erano una credenzina bianca di legno, simile alla nostra, un tavolo quadrato con quattro sedie impagliate e una grande stufa economica su cui sobbolliva sempre un pentolone d’acqua. Trascorrevo molte ore a casa loro. Avevo una preferenza spiccata per Rico, un omone buono che a volte, per gioco, mi tappava la bocca con la sua mano gigantesca.
Non conoscevo nessuno che fosse grande e grosso come lui ma soprattutto ero incantata dalla sua risata fragorosa. Per Rico non esistevano mai momenti tristi e mi domandavo spesso perché Ninni, sempre così severa e rigida, non si lasciasse coinvolgere dal suo temperamento brioso. Lei lo guardava con la stessa aria intransigente che riservava a tutti ma lui non se ne faceva intimorire.
Anche con me Ninni era severa: non tollerava che le facessi dei segni sul pavimento ben lucidato con le mie scarpine e mi rimproverava se lasciavo impronte sui mobili lustri del salotto austero. Suo marito la prendeva bonariamente in giro per la sua rigidità. 
Ai miei occhi di bambina mi sembravano comunque una coppia unita, sebbene avessi sentito una volta Ninni che si lamentava con la mamma per l’irruenza notturna del marito. Non capivo a cosa alludesse e trovavo strano che neppure di notte la vitalità esagerata di Rico non cessasse. Che anche nel letto lui si divertisse a tappare la bocca a Nini per gioco come faceva con me? 
facciata di un palazzo genovese anni '60 con finestre e balconi

L'ombra del silenzio

La donnetta era perennemente imbronciata. A pensarci bene, le uniche volte in cui la vedevo sorridente era quando andava a farle visita la nipote Pia, una donna alta, magra e mascolina. Ninni inspiegabilmente si trasformava: indossava abiti dai colori vivaci e metteva sulle labbra un rossetto come quello della mamma. A volte accendeva la radio del salotto e batteva allegra i piedi a tempo di musica. 
Un giorno, mentre stava mangiando lo stoccafisso alla genovese, Rico accusò una specie di puntura in bocca: sicuramente una lisca del pesce gli si era conficcata in gola. Dopo vari tentativi per rimuoverla, continuò a sentire un forte fastidio perciò si fece vedere da uno specialista. Fu operato alle corde vocali di un tumore maligno e perse completamente l’uso della voce. 
Nei mesi successivi, dopo una faticosa riabilitazione, Rico aveva imparato a parlare con l’esofago. Emetteva lugubri suoni gutturali con fatica e si scoraggiava al punto da scoppiare spesso in lacrime. Non passammo più del tempo insieme. Per lui sarebbe stato faticoso ma per me, legata al suo ricordo di uomo vigoroso, ancora di più. Era mancato pochi mesi dopo nell’ospedale del centro. 
A lungo quella voce gracchiante mi avrebbe turbato quasi come il ciuffo di capelli neri della nonna Elia, morta prima della mia nascita, che era riposto chissà dove nella nostra casa. Chissà se da lassù Rico avrebbe scherzato anche con lei.

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