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Orgogliosamente gatti: cronaca di un legame tra viaggi e ricordi 🐈

un quadro che rappresenta vari momenti, bambini che giocano con i gatti, un tavolo da pranzo, una vasca da bagno con un gatto, l'isola di Cipro
(Introduzione a Daniela Barone). Il rapporto tra l’essere umano e il gatto: un gioco di specchi fatto di indipendenza, fieri distacchi e improvvise tenerezze.
L’autrice ripercorre le tappe di una vita attraverso le "orme" lasciate dai felini che l’hanno incrociata: dal trauma infantile di un canarino perduto all'esilarante disastro domestico durante una cena formale, fino alla scoperta di una Cipro popolata da "piccoli re" randagi.
Una riflessione che parte dalla strenua difesa della propria libertà per approdare alla consapevolezza che, prima o poi, abbiamo tutti bisogno di perderci nello sguardo insondabile di un gatto.

(Daniela Barone). 

Il canarino e il primo rifiuto

Fin da piccola ho avuto un gran trasporto per i gatti anche se per un periodo ce l’ebbi un po’ con loro: quando avevo cinque anni un bell'esemplare dal mantello rosso tigrato si era pappato un mio canarino che avevo incautamente fatto uscire dalla gabbietta.
A dire la verità non fui testimone del fattaccio perché papà mi aveva allontanato in gran fretta dalla finestra. Vidi soltanto il gatto leccarsi i baffi dopo il pasto inaspettato nel cortile desolatamente vuoto e ci rimasi molto male.
Per quanto stravedessero per me, i miei non vollero mai esaudire il mio desiderio di possedere un gatto. Lo stesso feci io con i miei figli, preoccupata che la bestiola potesse rovinare i mobili e le tende di casa.
Ogni tanto guardo con tenerezza una foto di Elisabetta e Fabrizio molto piccoli che accarezzano un gattino bianco trovato in un prato vicino alla nostra casa in montagna. Pur avendoli delusi, mi rendo conto che la mia decisione è stata giusta, dato che avevo cominciato a viaggiare e nessuno avrebbe potuto occuparsi di un animale durante i miei frequenti spostamenti.
due bambini su un divano accarezzano un gatto

Terrore in bagno: l’incidente diplomatico

Molti anni fa una gatta bianca dagli occhi gialli aveva preso l’abitudine di gironzolare nel nostro giardino condominiale. I bambini ne erano affascinati e passavano molto tempo a contemplarla. Una sera, quando era venuto a cena da noi il capo di mio marito, il portone era rimasto aperto e la miciona si era intrufolata dentro. Loro se ne erano accorti e a mia insaputa l’avevano fatta entrare in casa. 
La prima cosa che aveva fatto era dirigersi verso l’unica porta che aveva trovato aperta, quella del bagno. Mentre mio marito intratteneva l’ospite, io mi ero accorta della presenza della gatta che con aria soddisfatta si era accomodata nella vasca da bagno.
Temendo che i gridolini dei miei figli avrebbero disturbato la conversazione fra i due in salotto, ci chiudemmo dentro. Avevo notato una deliziosa macchia grigia rotonda sul musetto della gatta ben pasciuta ma con perplessità pensavo a come farle lasciare l’insolita sistemazione.
Pareva che fosse abituata a starsene in una vasca, talmente placida era la sua espressione. Prendendo tempo, lasciai i bambini in sua compagnia e mi apprestai a servire gli aperitivi ai due uomini impegnati in discorsi importanti.
Gli ohhh provenienti dal bagno mi spinsero ad accertare cosa poteva essere accaduto: con orrore vidi la vasca quasi interamente coperta delle sue deiezioni liquide e maleodoranti. Rimasta senza parole, cercavo di capire come poter rimediare al disastro imprevisto.
«Mamma, deve averle fatto male il latte che le abbiamo dato. Ha la diarrea come ho avuto io l’altro giorno.» aveva commentato Elisabetta con autentico dispiacere. E ora come avrei fatto ad acciuffare la gatta e a cacciarla da casa prima che il fatto creasse un incidente diplomatico con il capo di mio marito?
Oltretutto il fetore cominciava a diventare insopportabile. La bestiola non pareva affatto turbata: continuava a rimanere tranquillamente acciambellata nella vasca insozzata dai suoi bisogni e a fissare incuriosita i miei figli.
D’impeto afferrai il telefono della doccia per pulire tutto quanto. A quel punto, terrorizzata dal flusso gelido e inaspettato dell’acqua, la gatta iniziò a muoversi freneticamente in cerca di un’ardua via d’uscita. Gli schizzi raggiunsero me e i miei figli: l’acqua aveva bagnato il pavimento rendendolo scivoloso, per cui faticai molto ad afferrare la gatta, oltretutto un esemplare ben pasciuto.
Una volta nell’ingresso aprii con stizza la porta di casa per indurla ad andarsene. Niente da fare: il felino non aveva la minima intenzione di sloggiare.
Colsi lo sguardo sgomento di Elisabetta e Fabrizio quando, presa dalla disperazione, avevo assestato un calcione nel sedere della gatta. Odiai questo mio gesto dettato dalla situazione imbarazzante, soprattutto perché non avevo mai maltrattato gli animali in vita mia.
Inutile dire che in fretta e furia mi adoperai per riacquistare un aspetto decente: lo specchio rifletteva l’immagine di una donna dall’aria nevrotica con i capelli umidi appiccicati alla testa e dei suoi bambini con i vestitini chiazzati di macchie inequivocabili.
Li cambiai velocemente glissando sulle loro domande su dove sarebbe andata la gatta e se avrebbe fatto ritorno da noi. Rabbrividendo di fronte a quell’eventualità, mi giustificai con loro per il modo in cui l’avevo cacciata perché provavo molta vergogna.
Quella sera, fortunatamente non rovinata dall’intrusa, servii una cenetta deliziosa. La piega costosa della parrucchiera era naturalmente sfumata per gli spruzzi della doccia ma almeno i bambini facevano una gran bella figura nei loro abitini eleganti. Per di più, l’ospite non ebbe bisogno dei servizi e non poté quindi rendersi conto dell’odore sgradevole che ancora aleggiava nella stanza da bagno.
La gatta maleducata, forse offesa per il calcio nel suo elegante didietro, non si era fatta più vedere. L’episodio venne dimenticato ma l’amore che Elisabetta nutriva per i gatti non era svanito. 
Lei non perdeva l’occasione per cercare di convincermi a prendere un micetto ma, pur desiderando accontentarla, non volli mai un gatto a casa. Amavo troppo la mia indipendenza per prendermi cura di un animale e del resto mia madre aveva chiarito più volte che mai avrebbe acconsentito a occuparsene al posto mio. 
una gatta dal pelo rosso sdraita sulle gambe di una donna

Pacoto, Tiramisù e la National Geographic

Molti anni dopo, in occasione del Progetto Erasmus, mia figlia si trasferì a Granada per frequentare la facoltà di Arabistica. Trovò un grande appartamento che condivise con due ragazzi spagnoli. Che gioia per lei scoprire che l’altro inquilino era un adorabile micetto grigio tigrato!
Pacoto aveva la mania di camminare sulla ringhiera dell’appartamento al decimo piano ma, per l’equilibro che contraddistingue i gatti, non era mai caduto. Altra cosa che adorava era andarsene in giro per la casa tenendo fra i denti il pennello del trucco di mia figlia.
Quando andai a trovarla, rimasi incantata dal gattino che si era preso una cotta per il mio trolley.  Era spassoso vedere il suo musetto spuntare dalla mia valigia che era diventata il suo nascondiglio preferito.
Molto somigliante a Pacoto era Tiramisù, il gattino di due mesi che Fabrizio aveva portato a casa sua dopo che mia nuora aveva abortito precocemente. Tiramisù era semplicemente delizioso. Fabrizio se ne prendeva cura in modo particolare, dato che le prime notti il gattino piangeva per il distacco prematuro dalla mamma.
In poco tempo divenne l’ombra di mio figlio che, a dire il vero, lo trattava come un cagnolino. Tiramisù non si faceva problemi a raccattare la palla che il padroncino gli tirava e crescendo, si dimostrava sempre più curioso.
Rifuggiva l’avanzare rumoroso dell’aspirapolvere ma era incantato dallo schermo della televisione. In questo assomigliava alla gatta rossa tigrata della mia psicoterapeuta, che, anziché sorbirsi le mie narrazioni contorte, preferiva osservare dal tablet i documentari della National Geographic sugli animali.
Come avevo temuto, quando mia nuora rimase incinta di Cesare, Tiramisù venne rispedito al casolare di campagna dove continuavano a vivere i suoi fratelli. Chissà mai che non avesse assalito il piccolo nella culletta o addirittura provocato graffi pericolosissimi!
Mi consolai al pensiero che il micetto, ancora piccino, si sarebbe rapidamente adattato all’ambiente originario e rimpiansi di non potermene prendere cura io. D’altra parte non tenevo al gattino così tanto da dover rinunciare ai miei viaggi.
Mi piace pensare che nella vecchiaia avanzata, oramai inabile a viaggiare e incurante della casa e dei suoi arredi, possa tenermi compagnia un gattino grigio tigrato dagli occhi blu come quelli di Tiramisù. Sarà sicuramente come i suoi simili, enigmatico, fiero, curioso, indipendente e abitudinario; saprà capire i miei momenti bui e condividere quelli più luminosi con la sua semplice presenza. Scrive Neruda: «Non riesco a decifrare il gatto. Sul suo distacco la ragione slitta, numeri d’oro stanno nei suoi occhi».
Gatti vari incontrati a Cipro

L’isola dei gatti e la promessa del futuro

Questo animale che il poeta definisce orgoglioso, completamente rifinito e che sa quello che vuole, mi riporta alla mente i tantissimi gatti randagi che ho incrociato per le vie di Cipro nel gennaio del 2025. La guida locale ci aveva raccontato che nell’isola vive più di un milione di gatti, uno per ogni abitante.
Ne incontrammo infatti una moltitudine variegata: tartarugati, maculati, rigati, ticchettati, arricciati, calico, tabby, bicolore, marmorizzati, rosette, arlecchino, tinta lavanda o cannella.  Giravano ovunque indisturbati da epoche remote, quando liberarono l’isola infestata dai serpenti.
Mi piacque dare ad alcuni di essi un po’ di cibo nei vari locali in cui si presentavano con aria regale, tollerati, forse amati dai ristoratori. E poi, che dire dei loro occhi. Hanno colori insoliti e pupille verticali a fessura che possono dilatarsi straordinariamente nel sondare l’oscurità più profonda.
Per me sono come finestre illuminate che si aprono su mondi scuri e imperscrutabili. Secondo Genki Kawamura, l’autore giapponese del libro “Se i gatti scomparissero dal mondo” la vita senza di loro è irrinunciabile, come tutto ciò che davvero conta nella vita.
Come lo scrittore, sono convinta che abbiamo bisogno dello sguardo insondabile di questi esseri particolari, lo intuisco e so che prima o poi verrà per me il momento in cui mi ci perderò con fiducia.

Commenti

  1. Un gatto può scatenare un incidente diplomatico in una vasca da bagno. E non solo lui. Gli animali possono davvero cambiare i ritmi di vita.

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