(Introduzione a Daniela Barone). Il trauma collettivo di Vermicino scosse profondamente il paese, ma ha anche segnato un punto di svolta nella comunicazione pubblica. Oggi la “TV del dolore” domina il panorama mediatico, trasformando la sofferenza privata in un prodotto di consumo. L'autrice analizza questa evoluzione, mostrando come il dolore sia strumentalizzato in un carosello mediatico che sacrifica l'empatia sull'altare dell'audience e del voyeurismo. Si dimentica che il vero dolore, per sua natura, richiede silenzio.
(Daniela Barone).
L'archetipo del dolore mediatico: Vermicino 1981
Era il 10 giugno 1981, una giornata soleggiata in cui io e mio marito organizzammo una gita al mare. All’epoca eravamo sposati da tre anni e non avevamo ancora bambini. Appena tornati a casa abbronzati e accaldati avevamo acceso la televisione per guardare il telegiornale. Con sgomento avevamo appreso che un bambino di sei anni era caduto in un pozzo a Vermicino, una località non distante da Frascati.
Come mai era successo prima nei fatti di cronaca, la televisione trasmise il servizio di una diretta ininterrotta di sessanta ore. I tentativi di liberare il piccolo furono minuziosamente monitorati dalla RAI che riprese gli scavi attraverso operazioni complesse di perforazione del suolo.
Si ricorse persino all’intervento del cosiddetto “Uomo Ragno”, Angelo Licheri, un tipografo minuto che accettò di farsi calare nel pozzo. Ricordo l’arrivo del Presidente Pertini, uomo autenticamente empatico, che cercava di dare coraggio alla madre.
Le inquadrature non risparmiarono l’angoscia e il dolore composto della donna dando anche spazio alla cerchia numerosissima di curiosi che intralciavano le operazioni di soccorso. Pur non essendo ancora mamma, soffrivo per la sofferenza della donna, oltretutto crudelmente esposta agli sguardi dei curiosi e ancor più alle migliaia di spettatori che seguivano gli sviluppi della vicenda.
L’occhio crudele della telecamera non si fermò neppure quando vennero registrati i lamenti angoscianti del bambino agonizzante.
L'avvoltoio dell'informazione
Dopo la tragedia di Vermicino niente fu come prima: ogni fatto drammatico veniva ingrandito dalla lente della televisione che indugiava implacabilmente sui volti devastati dalla sofferenza di chi aveva perso un proprio caro.
Immancabile la domanda dei cronisti: Come si è sentito, cosa ha provato in quel momento? Quante volte mi ero messa nei panni dell’intervistato. Mai e poi mai mi sarei degnata di rispondere a quesiti così assurdi e irrispettosi. Forse avrei anche mandato al diavolo il giornalista di turno, pronto a piombare come un avvoltoio sulla povera preda.
Dal caso Domenico ai primi piani
Passando da casi giudiziari famosi a fatti più recenti, si arriva ad una nuova spettacolarizzazione del dolore con la tristissima vicenda di Domenico, il bimbo napoletano morto in seguito ad un’operazione fallita di trapianto di cuore. L’organo espiantato di un piccolo deceduto a Bolzano era stato trasportato in un contenitore inadatto con del ghiaccio secco che l’aveva congelato.
Il piccolo fu tenuto in vita per due mesi in terapia intensiva attaccato ad una macchina ma pian piano le sue condizioni fecero critiche e spirò. Ogni giorno i reporter non hanno mancato di scavare nel volto della madre con impudichi primi piani delle sue lacrime, o di presentarci immagini del bimbo paffutello e sorridente prima dell’intervento infausto.
Non so perché osiamo chiamare questo carosello mediatico “informazione”. A mio parere si tratta soltanto di una squallida speculazione sulla disperazione altrui che mira unicamente all’aumento dell’audience.
La distanza empatica che sarebbe auspicabile è annientata dall’invadenza delle telecamere, pronte a cogliere drammi personali o collettivi, magari intramezzati da paradossali stacchi pubblicitari su dentifrici e biscotti in offerta.
Il "male oscuro" dell'intervista
Ricordo l’intervista al volo di una giornalista spregiudicata che due settimane fa fermò Sgarbi prima che entrasse al Teatro comunale di Ferrara. Anziché concentrarsi sulla natura del suo intervento, la donna lo aggredì con domande concernenti il suo rapporto travagliato con la figlia.
Mi colpì profondamente il suo aspetto emaciato e sofferente: lo avevo conosciuto nel suo pieno vigore ad una conferenza nel Duomo di Pavia dove aveva affascinato il pubblico per l’eloquio colto e brillante. Mai avrei trovato il coraggio di importunare quest’uomo piegato dalla depressione, “male oscuro” che io stessa dovetti affrontare.
Lo scoop: Albano e Mara Venier
Sconcertante è stato per me anche il programma di una domenica pomeriggio condotto da Mara Venier in cui il cantante Albano era scoppiato in lacrime per il ricordo della figlia Ylenia, scomparsa misteriosamente da decenni. Soffrivo per il modo in cui la presentatrice lo incalzava con domande troppo intime e per il grande turbamento dell’artista.
Non mi è passato inosservato il suo sorrisetto falsamente partecipe, anzi ho colto sul suo viso liscio e rotondo una sorta di malcelata soddisfazione per lo scoop imprevedibile. Chissà che ascolti alti avremo raggiunto, si sarà detta fra sé e sé. Albano in lacrime non si era mai visto prima in TV. Bel colpo, Mara.
Perché guardiamo?
Perché mai restiamo incollati di fronte ai programmi televisivi che trasmettono delitti e sciagure quasi ininterrottamente? Perché il lutto non resta confinato nella nostra anima? Pare che l’attrazione per il dolore altrui, oltre che assuefarci emotivamente, ci rassicuri inconsciamente sul fatto che la sventura non abbia colpito noi.
Agirebbe insomma un bisogno tutto umano di confronto, un senso un po’ cinico di superiorità: quei fatti incresciosi di cronaca e le scene frequenti di guerra, dopotutto non ci riguardano e non ci scalzano dal nostro piccolo, rassicurante mondo personale.
È un po’ quello che avviene dopo i funerali, quando i partecipanti si attardano sul sagrato della chiesa a chiacchierare del più e del meno con un sorriso, rallegrandosi intimamente per essere ancora vivi. È uno dei tanti modi per esorcizzare la morte.
Il ritorno al silenzio compassionevole
Pur comprendendo l’assuefazione che ci colpisce di fronte al dolore continuamente esibito in TV, sono convinta che esista il modo per sottrarsi ad esso. Dovremmo una volta per tutte liberarci del nostro voyeurismo incallito preferendo all’intrusività della televisione il silenzio compassionevole per il prossimo sofferente.
Sarebbe la via per ritornare alla nostra umanità, al vero rispetto per il dolore altrui che non ha bisogno di parole ridondanti e chiassose. Non diceva d’altronde Seneca che il grande dolore è muto?


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