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Giacomo (Il senso di colpa)

Franz Kafka, acquaforte di J. Hladìk, 1978
di Marina Zinzani
(Introduzione di Angelo Perrone)

(ap) Racconti dedicati alle emozioni. Basta un attimo e ne siamo colpiti, quasi travolti. Ci vuole tempo perché mettano radici nel nostro animo e magari diventino sentimenti forti e duraturi. Trasformandosi però in qualcosa di diverso da ciò che erano all’origine.
Ma prima, quando sono apparse, le emozioni ci hanno sorpreso, cogliendoci mentre eravamo intenti a tante altre cose, non abbiamo avuto il tempo o la voglia di fermarci a riflettere. A pensare il daffare. Oppure lo abbiamo fatto prendendo decisioni affrettate, sulle quali siamo tornati tante volte senza riuscire a far pace con esse. Non abbiamo trovato qualcosa che ci rasserenasse, lenisse l’inquietudine.
A distanza di tempo tornano a turbarci, ci fanno pensare a quei momenti del passato, tormento, rimorso, e generano dubbi. La memoria ci fa sobbalzare. Oggi ci comporteremmo allo stesso modo? Non possiamo saperlo. E questo ci fa ancora più male, forse.
Dopo “Sabrina”, dedicato all’invidia, Ilaria sulla rabbia, e Rosa, incentrato sulla malinconia, ecco il “senso di colpa”.

(Anche gli uomini hanno segreti, anche le donne, anche i bambini. Chiusi in una scatola che raramente si apre, i segreti accompagnano il cammino. Silenzioso è il contorno, accade tutto in una piccola stanza della mente. Ma spesso quella stanza ha influenzato tutta la vita.)

Che cosa dovrei dire, del senso di colpa? Mi guardo indietro, i miei anni sono molti ormai, pesano sulle spalle, appaio un anziano che si può godere finalmente la pensione, ora ho il tempo, una discreta situazione economica, ed anche i nipotini, belli i due monelli che mi ritrovo spesso per casa.
Ma ho un cruccio, io, uomo tutto di un pezzo, io che ho seguito sempre un sentiero tranquillo, segnato. Arrivano fantasmi ad un certo punto e le immagini si fanno confuse. Quanti anni avevo allora, venti, ventidue?
L’avevo conosciuta ad una festa, le feste spesso sono fatte per conoscere gente, l’amico invita l’altro amico, ci sono delle ragazze,  si fa amicizia. Io ero un giovane riservato,  molto timido. Non è il massimo essere timidi da giovani, sembra difficile pensare ad un uomo timido che fa fatica ad attaccare bottone con una donna, ma ero così. Quando l’ho vista, lei, Aurora, come l’aurora che illumina la notte, le parole mi si erano fermate, ero imbarazzato. Poi la tensione si era sciolta ed iniziammo a parlare, e le parole erano continuate tutta la sera, in una sorta di piacere e di curiosità mai provati prima.
Forse è quello l’amore, forse è quello che descrivono nei libri, quelle storie che fanno battere il cuore alle persone romantiche. Lei, come se avesse un tocco magico nelle mani, aveva dato una scossa al mio cuore e niente era più stato come prima. Niente. La vita bella, il sole che riscalda, i prati fioriti, gli alberi…
Passeggio, e non sono un uomo felice. Realizzato agli occhi degli altri. Abbastanza realizzato, dicono tutti che ora non mi manca niente, che posso godermi il tempo della pensione, fare viaggi, dedicarmi ai nipoti, potrei fare una crociera, perché non vai in quelle crociere che durano mesi, mi dicono.
Mi manca lei, ogni tanto. Aurora. L’ho lasciata, ero giovane, e lei aspettava un figlio da me. Impaurito da un futuro per cui non mi sentivo pronto, gli studi a metà, la vita ancora da costruire, lei aveva anche una situazione familiare non semplice… e io, io cosa le ho detto? Non me la sento… non credo che sia il caso di…
Mio figlio mai nato oggi avrebbe cinquant’anni, sarebbe sposato, avrebbe dei figli. Altri nipotini. Nipotini mai nati. Gli uomini sono a volte superficiali, la paura, il silenzio bloccano i pensieri, le parole non escono e se escono spesso sono quelle sbagliate, quelle che fanno fuggire le persone.
Era finito tutto, in pochi giorni. Chiuso. Finita la storia. Lei aveva perduto il bambino, mi disse. Forse non era andata così. Non lo saprò mai.
Se avessi avuto coraggio, quello che deve avere un uomo in quei momenti, se avessi potuto vedere il futuro e quello che mi avrebbe riservato, ecco, le cose sarebbero state diverse e le mie parole avrebbero cambiato la sua vita, la mia vita, e non ci saremmo perduti.
Perduti, perduti, perdersi per un’intera esistenza, rinchiudersi nel matrimonio giusto, con la donna giusta, un po’ di noia, qualche distrazione, come tanti. Poche emozioni. Non mi stimo granché, no, i binari consueti e tranquilli non sono sempre i migliori, la donna arrivata dopo di lei non mi ha reso pienamente felice. Siamo stati discretamente, certo, ma non ho più provato le sensazioni di allora.
Delle sere si ripresenta quel volto, donna velata, fantasma, fantasma anche il bambino. Il mio senso di colpa è la condanna che il Tempo mi ha dato, non poter rimediare, e sorridere davanti agli altri, che quasi mi invidiano.

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