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Maurizio (Il rimpianto)

di Marina Zinzani

(ap) Racconti dedicati alle emozioni. Quel vago sentire che solo con il tempo può trasformarsi in sentimenti duraturi, mettere radici. Oppure percezioni più consistenti che giungono a turbarci nel profondo, sorprendendoci mentre siamo intenti ad altro. Spesso non durano a lungo, scolorano nella memoria, e ne conserviamo un pallido ricordo, non perché poco importanti: solo perché siamo riversi verso nuove esperienze, che ci trascinano altrove.
Poi giunge il momento del tornare sui propri passi. Può essere una delusione incontrata per strada. Un inciampo alla corsa verso il nuovo. La suggestione o più spesso la costrizione a fermarsi per un bilancio. Abbiamo perso un’occasione, un amore ci è sfuggito, un incontro non l’abbiamo vissuto nel profondo.
Compare un elenco di incertezze vissute, decisioni mancate, un senso di vuoto per qualcosa che non è avvenuto. Sembrava a portata di mano, poi ci è sfuggito. Per colpa nostra, degli altri, semplicemente perché non doveva accadere. Si rivive quel senso di sospensione amara che avevamo messo da parte per anni, e che poi ricompare all’improvviso.
Dopo “Sabrina”, dedicato all’invidia, Ilaria sulla rabbia, Rosa incentrato sulla malinconia, e Giacomo sul senso di colpa, ecco il “rimpianto”.

(Le sirene non sono solo nel mare, si trovano anche nell’aria, sono fantasmi, e sussurrano all’orecchio, e parlano di cose meravigliose e tesori che qualcuno, superficiale, inesperto, stupido, non ha apprezzato. Le sirene implacabili continuano i loro sussurri sulla vita che potevi avere e non hai avuto, sulle occasioni mancate, sulle pagine non scritte eppure avevi una penna fra le mani, bastava poco, bastava un niente. Sono esseri stupendi, le sirene, ma anche mostruosi, perché lasciano qualcosa nel tuo cuore, qualcosa di crudele, il rimpianto.)

“Accomodati!” La parola gentile che mi ha accolto oggi ha creato un sussulto dentro di me. Un’amica che non vedevo da tempo mi ha invitato a casa sua, per prendere un caffè. E così ora sono qui, nel suo salotto, i suoi due bassotti che mi guardano e si chiedono forse “Ma chi è questo?”
Nadia, la mia amica, ha cinquant’anni. Anch’io ho la sua età, siamo coetanei. Ci siamo incontrati per caso in un bar, e lì, da discorso nasce discorso, e lei, espansiva come me la ricordavo da giovane, mi ha inviato nella sua casa, spiegandomi che dal suo terrazzo si vede un panorama bellissimo. Un terrazzo pieno di fiori, un tripudio di piante, una piccola giungla, curata, molto curata, una suggestione di giardini inglesi. Ama i fiori, Nadia, è una donna delicata, e ha molte qualità: è ironica e sa ascoltare, non interrompe mai quando uno parla, e dagli occhi dimostra di essere sempre attenta all’interlocutore. C’è gente che gli parli, magari sei in un ristorante, e si guarda attorno. La detesto questa gente. Invece lei, magrolina, piccola, con i capelli raccolti in una coda lenta, voce flebile, ascolta.
Mi ascolta anche adesso quando le parlo di me, delle cose che in questi decenni sono andate un po’ così, potevano andare meglio. Ho avuto due figli che ora studiano all’estero. Mia moglie ha voluto la separazione dopo vent’anni, mi ha detto che vuole sentire ancora la passione, e con me si era spenta da un pezzo. Non c’è niente di peggio che sentirsi dire di essere diventati fratello e sorella, è una cosa crudele. Ricordi allora i momenti di tenerezza, i viaggi, e lei non si sentiva più attratta da te, oggetto stancante a vedersi, quasi. Eppure chi si sente dire così è una persona che soffre, che si sente trattato come un lebbroso, che ora le dai quasi fastidio, lo vedi, lo senti dal tono della sua voce, dal fatto che sta ben attenta a non toccarti, non sei più nessuno ai suoi occhi, sei solo.
Non dico questo a Nadia, cioè le accenno sorridendo che il mio matrimonio è finito, lei dopo pochi mesi aveva un altro, forse l’aveva anche prima, ho pensato dopo, ho pensato a questa possibilità, e non sapeva come liberarsi di me, e allora la passione che se n’è andata molti anni fa, ma c’erano i figli, il suo sentirsi una donna sola, quelle cose che mi ha detto, forse erano preparate con cura. Bastava dirmi “Mi sono innamorata di un altro”, era meglio, cento volte meglio.
Perché da allora, con i figli lontani nelle loro vite intense, io ho colto tutta l’insicurezza di trovarmi solo, l’uomo fa più fatica di una donna, è cento volte più debole, ha pochi amici, quelli che hai hanno le mogli che si intromettono spesso, amicizie antiche che cambiano, che sfumano senza capire perché. Ci sono altre realtà ora per loro, e tu sei solo un amico con una zavorra ai piedi, i tuoi problemi, il tuo dolore.
Nadia ha avuto un cancro. Me lo dice con il sorriso sulle labbra, e mi viene in aiuto, perché mi vede a disagio, dice che è guarita, che ha passato un brutto periodo ma ora sta bene, deve fare gli esami certo, ma tutto bene, si affretta a dire. Lei non si è mai sposata, ha avuto una lunga storia che si è conclusa tempo fa, e ora ha le sue amicizie, esce, va a teatro, a un concerto, fa volontariato anche, il suo volto ha una luce particolare, la guardo, sembra una donna fragile ma ha tanta forza dentro, mi guardo attorno, vedo una libreria piena di libri, vedo che è vivace interiormente, e la cosa un po’ mi stupisce, e un po’ mi fa male. Perché lei era innamorata di me, un tempo. Perché abbiamo avuto una piccola storia che non ha avuto seguito, io vivevo su un altro pianeta allora, perso quando ho incontrato quella che poi è diventata mia moglie.
Mi viene un’immagine ora: la nostra vita insieme. E’ dolce, gentile, colta. E’ una donna semplice. Forse avrebbe potuto rendermi felice, forse l’ho ferita così tanto senza saperlo, uno dei due ha più sofferto quando la breve storia è finita e probabilmente è stata lei.
Il rimpianto di non aver visto che donna avevo, fra le mani, innamorata di me, mi assale, ed ha un sapore strano, amaro, triste, è una tristezza che viene alle persone che hanno buttato via qualcosa di prezioso perché allora non hanno aperto gli occhi.
Ecco, mi sento così. Uno stupido. Lei parla, mi offre il caffè, e mi soffermo a guardare il balcone e tutte quelle piante, quei fiori, e penso che avrebbe creato un ambiente intimo, se solo la nostra storia fosse continuata, se avessimo avuto una casa, una vita assieme.
Sembra leggere il mio smarrimento, io guardo l’orologio, non ho impegni ma sono anche un po’ vigliacco, mi mette a disagio pensare che l’ho trattata male da giovane. Età, quella della giovinezza, così imperfetta e piena di crepe, i cui disastri si vedono solo avanti negli anni.
Sembra leggere il mio imbarazzo, e quando mi accompagna alla porta ha uno sguardo un po’ triste anche lei. Ma le donne hanno una marcia in più: dice se vogliamo vederci ogni tanto, fare qualcosa, prendere un aperitivo, ad esempio. Mi mordo le labbra. Sorrido, e le dico che una di queste sere si può andare in un ristorante nuovo, ne hanno parlato così bene…
Il cammino verso casa mi sembra breve, la realtà sembra trasformata. E quando arrivo ed entro, la mia casa mi sembra meno buia, meno triste. Penso che potrei invitarla qui e, perché no, cucinare io qualcosa.

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