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Alda Merini, il potere della poesia

Cosa avrebbe immaginato la poetessa dei Navigli di Milano della pandemia Covid?


di Marina Zinzani

Non sappiamo cosa avrebbe pensato, e scritto, Alda Merini su questo ultimo anno, e su quello che ci attende nei prossimi mesi. Sul confronto quotidiano con la morte, a cui siamo stati obbligati, sul senso della parola “limite”, improvvisamente riscoperta: limite nell’uscire, nel vedere gente, nel fare progetti, il limite delle nostre case troppo piccole, e il futuro un punto interrogativo. La paura di ammalarsi, che si ammalino i propri cari.
Chissà cosa avrebbe scritto Alda Merini su un evento imprevisto e imprevedibile, che ci ha fatto sentire le nostre ali come di cartapesta. Non volano più, hanno bisogno di bacchette magiche per trasformarle in ali vere e proprie e permetterci di volare. Pensiamo che lei, come quei veri poeti che hanno il dono del volo, avesse potuto averle quelle ali, in grado di portare in alto, e da lì di vedere le profondità più remote degli animi, gli orrori e le solitudini, e anche l’affanno, la speranza.
Avrebbe descritto una casa e una famiglia, e dei figli, e un nuovo intruso, un essere alieno che si è moltiplicato in milioni di presenze ed è entrato in ogni casa e lì si è insediato, diventandone padrone. Un ospite inatteso, come un soldato durante un’occupazione, pericoloso, molto pericoloso.
L’essere alieno che ha cambiato gli abitanti di quella casa, ne ha trasformato i caratteri, rese più profonde le malinconie, più feroci le rabbie, più forti le polemiche, più fragili i sogni. E niente cambia la realtà, l’alieno è rimasto sempre lì, essere trasparente anche, ma c’è, si sente, si avverte, esiste.
Alda Merini, che ha scritto dell’amore e degli affanni, delle umiliazioni e delle violenze, dei fiori e del potere della poesia, delle parole che possono girare di voce in voce e possono qualcosa fare, forse avrebbe scritto una poesia e qualcuno in una casa avrebbe aperto la finestra.
L’aria sarebbe arrivata fresca, foriera di venti lontani, e le sue parole sarebbero risuonate nelle stanze, ripetute, ripensate, sarebbero state un rincuorare un animo affannato, stanco, un vedere anche gli aspetti positivi che si celano dietro il male, se si ha il coraggio e la voglia di vederli. Vederli per trarre qualcosa di buono da questa vicenda. Qualcosa che non faccia più apparire niente scontato, come la libertà, la visita ad un amico, il diritto al lavoro, il fare progetti, i cari che ci sono attorno.
Alda Merini, che aveva toccato il fondo e quindi poteva capirlo, avrebbe avuto un’arma contro l’alieno che si era moltiplicato invadendo le case, prendendone possesso. Quella finestra aperta in una casa avrebbe coinciso con le sue parole, che avrebbero raccontato la fragilità e la bellezza là fuori, da assaporare.
Forse, poco dopo, qualcuno in quella casa avrebbe sentito qualcosa di diverso, una sensazione di leggerezza. Avrebbe guardato negli occhi gli altri abitanti di quelle stanze. L’alieno se ne era andato, come per magia. Questo il potere della poesia, la mente plasmata e più potente, più potente del male.

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