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Kamala Harris, sulle note di "Freedom" di Beyoncé

(Sintesi dell’intervento su Critica liberale, 25.7.24, con il titolo “Kamala Harris, che nessuno aveva visto arrivare”)

(Angelo Perrone) Grandi sorrisi a beneficio delle telecamere e dei presenti; pause, ammiccamenti e ironie al punto giusto; padronanza dei tempi e dei contenuti.
Non ne sbaglia una, nelle prime uscite, Kamala Harris dopo il ritiro di Biden. L'ultima, l'idea musicale: le note di "Freedom" della Beyoncé per accompagnare la lunga marcia.
Da dove è uscito un personaggio di tal fatta? Qualcuno può dire davvero di averla vista arrivare?
Sono le prime “ore perfette” della candidata (per poco solo in pectore) dei democratici americani contro Trump.
Fino a ieri eravamo incatenati: sì certo Biden non ce la può fare contro Trump e non può durare altri quattro anni. Ma non ci sono alternative. Tanto meno lo è la vicepresidente, quella tizia così scialba. Mancano proprio i ricambi in campo democratico, e anche quello repubblicano – “dominato” da Trump – non sta meglio.
Ora il quadro è mutato d’incanto, e chissà come finirà, la partita torna aperta. Il team di Trump è scompaginato e sorpreso, costretto a cercare contromisure, dopo la campagna elettorale ossessiva sulle gaffe del presidente in carica, come se non ci fossero quelle del pretendente Donald.
Nessuno può dubitare a questo punto che sarà lei a prendere il testimone contro il “vecchio arnese”, che sobillò l’assalto a Capitol Hill del 6 gennaio 2021 contestando il risultato elettorale. Il tutto avviene smentendo previsioni e timori, quasi in modo naturale.
Cancellati certi tratti: l’inadeguatezza, il grigiore, l’incapacità di gestire temi come l’immigrazione, la contraddittorietà delle posizioni. Ora si scopre persino che era cresciuta, in quel cono d’ombra della presidenza Biden, qualcosa di buono stava maturando.
A fare la differenza oggi c’è il sollievo per lo scampato pericolo di dover affidare le speranze progressiste ad uno come Biden, che palesemente non ce la fa più. Da adesso, non si può più litigare su chi stia peggio nel fisico e nella mente, si volta pagina. Discutiamo (finalmente) di altro.
L’energia, la vivacità, l’empatia di Kamala sono percepiti come una liberazione, e generano entusiasmo. Anche a prescindere dal personaggio. Quanto più si è atteso che arrivasse il momento, tanto più la reazione è esplosiva e contagiosa: un aumento vertiginoso dei contributi e degli endorsement dei pezzi grossi. Ma non è solo questo, c’è altro oltre la sensazione di aver superato lo spavento.
È solo il primo merito, quello d’essere giovane, vivace, dinamica, e donna. L’affondo decisivo contro Trump è sui temi della legalità («io conosco i truffatori e li ho battuti»), della difesa dei posti di lavoro, dei diritti civili come l’aborto che la Corte suprema ha messo in discussione.
Il piglio da procuratore generale della California è rivendicato con orgoglio, insieme ai successi riportati sul campo, e suona come garanzia di serietà e decisione. Una qualità necessaria nella lotta al crimine, e in genere nel ruolo di presidente. Per ora il tycoon sembra accusare il colpo.

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