(Introduzione ad a.p.). Parlare di infanzia oggi significa fare i conti con immagini che lacerano la coscienza: piccoli corpi estratti dalle macerie a Gaza, bambini ucraini che hanno dimenticato il suono del silenzio. Paradossalmente, l'ombra del sopruso che si allunga nelle democrazie occidentali. Dalla storica firma della Convenzione ONU del 1989 a oggi, il mondo sembra aver smarrito la sua bussola morale. La dignità dei più piccoli è diventata merce di scambio o, peggio, bersaglio di una regressione civile senza precedenti.
(a.p.) ▪️
L'incanto del gioco e il dovere della memoria
Tre bambini ridono sereni davanti a un teatrino di marionette. È l’immagine della spensieratezza che dovrebbe appartenere a ogni minore. Eppure, questa cornice stride con la realtà globale, tanto più ripensando a quel 20 novembre 1989, quando l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite approvò la Convenzione Internazionale dei Diritti dell’Infanzia. Quella scelta storica intendeva trasformare i bambini da "oggetti" di protezione a "soggetti" di diritto. Oggi, però, quella firma appare come un’eco lontana di un’umanità che sembra aver fallito.
Dall'Ucraina a Gaza: il martirio dei civili
L'attualità ci consegna dati che Save the Children e UNICEF definiscono catastrofici. In Ucraina, migliaia di bambini hanno subito deportazioni o vivono sotto il trauma perenne dei bombardamenti. A Gaza, la situazione ha raggiunto livelli di orrore indicibili: l'ONU ha definito la Striscia "un cimitero per bambini", dove migliaia di piccoli hanno perso la vita in pochi mesi, vittime di un conflitto che non risparmia scuole né rifugi. Qui, il diritto alla vita viene negato prima ancora di quello alla crescita.
L'America delle ombre: il caso di Minneapolis
Ma la "ferita" non riguarda solo i teatri di guerra. Anche nel cuore delle democrazie avanzate, lo smarrimento della ragione è evidente. Pensiamo all'America di Trump e a una cultura della sicurezza che sconfina nella crudeltà: resta impressa la vicenda drammatica del bambino di soli 5 anni arrestato a Minneapolis, ammanettato dalla polizia per un capriccio scolastico. Un episodio che ha sconvolto l'opinione pubblica mondiale, mostrando come il sistema possa criminalizzare l'infanzia invece di sostenerla, trasformando un disagio educativo in un caso giudiziario. È il sintomo di una società che ha smesso di guardare ai bambini con "spirito di fratellanza" per vederli come potenziali minacce.
La forbice delle diseguaglianze: "Nati uguali"?
Il divario tra bambini ricchi e poveri è cresciuto in modo esponenziale. Parlare di "Nati uguali" è un paradosso se guardiamo alle statistiche sulla mortalità infantile e sulla povertà educativa. Se nasci in un quartiere degradato di una metropoli americana o in un villaggio del sud del mondo, il tuo destino sembra già scritto. La diseguaglianza non è solo economica, è biologica e psichica: segna il corpo e la mente prima ancora che i bambini possano imparare a leggere.
Un imperativo morale: recuperare la ragione
A decenni di distanza dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (1948), le parole delle Nazioni Unite risuonano come un atto d'accusa:
«Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti... devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza».
Oggi, agire in questo spirito significa dire basta alla militarizzazione dell'infanzia, sia essa fisica (le bombe) o psicologica (le manette a scuola). Proteggere il domani significa capire che ogni bambino umiliato a Minneapolis o ucciso a Gaza è una sconfitta definitiva per l'uomo. Se non ripartiamo dalla difesa dell'innocenza, nessuna "scelta politica" potrà mai dirsi civile.






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