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Un bastardo

La violenza sulle donne, quasi sempre da chi sostiene di amarle. Qualche volta neppure da uno così, quando si è “un bastardo”

di Giovanna Vannini

Accolsi il suo pianto per dovere. Mi dispiaceva sì, ma non abbastanza da comprendere tutto quel suo singhiozzare rumoroso. Fingere di essere accogliente mi veniva bene, da sempre, da quando ero un bastardo. Se qualcuno di nascosto mi avesse visto, non avrebbe dubitato che soffrivo con lei. I tratti affranti del mio volto solo questo riportavano. 
Ilaria andò avanti parecchio nella sua disperazione: lacrime, sussulti delle spalle, suoni gutturali provenienti dal diaframma. Per tutto quel tempo che mi sembrò molto di più di quel che fu in minuti veri, restai seduto in ginocchio dietro di lei, a sorreggerla, a confortala. 
Ma, ero altrove. 
Elena, le sua ciglia folte, Elena, le sue dita affusolate, Elena le sue unghie laccate di rosso scarlatto, Elena, la sigaretta tra le labbra, le gambe accavallate, le ginocchia ossute. Elena, Elena e basta.
Non ebbi nessun rimorso ma un’erezione, mentre il corpo di Ilaria si scaldava per il troppo pianto, mentre i miei piedi si formicolavano per quella posizione prolungata. Ila alzò la testa. Nessuna vergogna a chiamarla così, in modo affettuoso. Ila alzò la testa, si passò le mani sul volto tumefatto di dolore, si girò verso di me con infinita, tenera, riconoscenza. Sorrisi melenso, l’attirai al mio petto, con lei mi alzai e lei cominciai a baciare, con foga, trasporto eccessivo, per quel momento. Eccitato di Elena consumai Ilaria.

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