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Lucrezia

di Marina Zinzani
(Introduzione di Angelo Perrone)

(Tratto da “Racconti della metro”)

(Angelo Perrone) La metro non è l’unico luogo-simbolo delle città moderne. Certo particolare. In uno spazio piccolo e super affollatosi ritrova un’umanità eterogenea. Persone sconosciute con destinazioni diverse. Difficile scambiarsi sguardi, rivolgersi parole. Ogni persona, un mondo a sé. Pensieri, desideri, preoccupazioni.
C’è poi una maschera espressiva che nasconde l’intimità. Il viso è chino sullo smartphone, sedotto dalla magia dello schermo. Un ripiegamento fisico, oltre che mentale. Non siamo più abituati a guardarci intorno, non accade di incrociare gli sguardi. Ciascuno conserva la sua diversità, persino il mistero.
Marina Zinzani prova ad immaginare pensieri e sentimenti di qualcuno dei viaggiatori. Dietro ogni volto, può esserci una storia da conoscere, tutta da scoprire. E in cui ritrovare qualcosa di noi. Dopo le storie di Agnese, Sergio, Lucia, Enrico, Roberta, Vincenzo, Vittoria, Benedetta, Ettore, Francesca, Annalisa, Miriam, Piero, ecco quella di Lucrezia

Sono giorni ormai che non dormo. I figli tornano all’alba e io passo la notte insonne ad aspettarli. Non si può vivere così, con quest’ansia che suoni il telefono di notte. E non so come fare ad uscirne, dovrei essere più leggera, come altre madri. Ma io leggera non lo sono mai stata.
C’è posto qui davanti. È bello mettersi davanti in questa metro senza guidatore, si vede tutta la galleria, sembra che sia un gioco da bambini, un gioco virtuale in cui si vede in prima linea il tunnel che si sta percorrendo. Di tunnel ne ho passati tanti nella vita, a ben pensarci. E non si vedevano luci, neanche un accenno di sole là in fondo, si era avvolti dal buio, nella paura, si era sottoterra. Come adesso.
Lara ha un rapporto conflittuale con me, è normale a quest’età, sedici anni sono complicati oggi, più di quanto lo erano un tempo. Le figlie non sempre hanno un rapporto idilliaco con le madri, anzi. C’è la legge della natura che il maschio è più affezionato alla madre e la figlia al padre, forse è un po’ così, ma c’è sopra la nostra famiglia un malessere, una mancanza di comunicazione che aleggia nell’aria e sovrasta tutto.
Non si ride, non si dialoga, non ci si confida. I discorsi con i figli sono perlopiù centrati sui soldi che chiedono, gli orari che fanno, le insufficienze a scuola. Il padre parla un po’ con la figlia, hanno un certo rapporto, ma il tutto poi porta a darle qualche soldo in più, per comprarsi un vestito, del trucco, cose firmate comunque, per non essere da meno delle sue amiche e non sentirsi emarginata.
Il tempo passa e io non so se era questa la famiglia che volevo. Quando si sa di aspettare un bambino sembra di vivere su una nuvola, ma col tempo, con gli anni, qualcosa cambia irreparabilmente. Quella nuvola non è più all’interno di un nucleo familiare dove c’è un amore che protegge, quella nuvola vaga in mezzo alle tempeste, alle persone che si cominciano ad incontrare lungo la strada, che inquinano i pensieri, creano disagio, rabbia, interrogativi, paure, paure, e quella nuvola scompare, il cielo diventa nuvoloso, e si perde per sempre la poesia di momenti in cui i bambini erano piccoli, protetti.
Il mondo là fuori, soprattutto da adolescenti, li seduce, li plasma, un genitore passa in secondo piano. E io divento la madre rompiballe, il padre resta in silenzio perché se alza la voce è peggio, ogni dialogo si interrompe per giorni, cercare una mediazione è allora compito mio, ed è difficile. E’ triste.
Insomma, le coppie che non hanno figli stanno così male? Sì, da vecchi, si dice, non avranno nessuno che si occupi di loro, va bene, questo può essere vero. Può essere, perché ci sono vecchi molto soli anche se hanno figli. D’accordo l’assistenza, però chissà come andranno le cose. 
Alessandra ad esempio non ha figli, è l’unica mia amica che non ne ha, ed ha prima di tutto il pensiero di dove andare in vacanza, fare dei weekend fuori, cerca hotel a basso costo, sono due coppie che vanno sempre via insieme, tutte e due senza figli. Non mi sembrano così infelici, anzi, se c’è qualcuno che sorride è proprio lei, che ha entusiasmo, che torna con gli occhi vivaci perché ha visitato una città, una mostra, ha conosciuto delle persone.
Dedica del tempo a sé stessa, va due volte la settimana in palestra, ha un fisico asciutto, si ritrova il venerdì con le amiche a prendere un aperitivo, in un clima più lento del mio, certo sereno. A me sembra sereno. Più di quanto lo sono io, che serena non lo sono mai stata veramente.
Da giovane mio padre era rigido, incuteva timore. Non si sgarrava con lui. Ora mio figlio è capace di urlare con il padre, è lui che alza la voce, e il padre resta in silenzio. Il figlio incute timore oggi. Un bel fallimento della società, direi. Se il ’68 voleva rovesciare il predominio dei padri, la rivoluzione è riuscita fin troppo bene. Li avete messi sotto le scarpe, e adesso comandano i figli. 
Anzi, comanda qualcuno dall’alto, che plasma i nostri figli facendo diventare le loro vite un accumulo di oggetti e di richieste di oggetti. Una bulimia che poi può sfociare verso un altro tipo di oggetto, le droghe, quando tutte le emozioni, che poi non sono emozioni, si sono soddisfatte. Erano i pensieri di quel filosofo, era un quadro molto interessante quello da lui descritto, forse le cose sono andate così e nessuno ne parla mai, si vive come automi, con la testa confusa da cose inutili, o continuamente paurose. 
Di fatto i miei figli tornano all’alba e io devo restare in silenzio. Devo sperare che non si mettano in cattive compagnie, che si infilino in qualche guaio. Devo sperare che non salgano in macchina con un amico che ha bevuto e che sfreccia nella notte. Mi sento male solo a pensarlo, non si possono sentire certe notizie l’indomani.
I figli sono come fiori da coltivare, mi disse una volta Ilaria. Ogni goccia d’acqua alimenta un pensiero buono, una confidenza, l’ascolto. Usò delle belle parole, Ilaria. Allora io devo essere stata un giardiniere disattento, devo essermi dimenticata di annaffiare questi due fiori. Sono esposti ad un sole troppo forte, ad un inverno troppo rigido, soffrono, e l’acqua può far poco ora. Però erano parole così belle, nella loro semplicità. 
Forse il dialogo non si instaura dicendo “dobbiamo parlare”, si instaura entrando un po’ nel loro mondo, con fatica, anche senza desiderio, parlando anche di cantanti che amano. Dovrei fare così. Ma come potrei fingere di interessarmi ad un rapper che canta sconcerie, pieno di tatuaggi, anche nel volto? Fino a che punto uno può mutare quello che è per cercare un dialogo con l’altro?
No, beata Alessandra, che ha il problema di dove passare il prossimo ponte. Ha già il sorriso stampato, l’attesa diventa per lei cosa da cercare, da creare, da esplorare, un viaggio, un momento di felicità con suo marito. La invidio. Devo scendere. Portello.

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