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Miriam

di Marina Zinzani
(Introduzione di Angelo Perrone)

(Tratto da “Racconti della metro”)

(Angelo Perrone) La metro non è l’unico luogo-simbolo delle città moderne. Certo particolare. In uno spazio piccolo e super affollatosi ritrova un’umanità eterogenea. Persone sconosciute con destinazioni diverse. Difficile scambiarsi sguardi, rivolgersi parole. Ogni persona, un mondo a sé. Pensieri, desideri, preoccupazioni.
C’è poi una maschera espressiva che nasconde l’intimità. Il viso è chino sullo smartphone, sedotto dalla magia dello schermo. Un ripiegamento fisico, oltre che mentale. Non siamo più abituati a guardarci intorno, non accade di incrociare gli sguardi. Ciascuno conserva la sua diversità, persino il mistero.
Marina Zinzani prova ad immaginare pensieri e sentimenti di qualcuno dei viaggiatori. Dietro ogni volto, può esserci una storia da conoscere, tutta da scoprire. E in cui ritrovare qualcosa di noi. Dopo le storie di Agnese, Sergio, Lucia, Enrico, Roberta, Vincenzo, Vittoria, Benedetta, Ettore, Francesca, Annalisa, ecco quella di Miriam

Dal mio quaderno di appunti: “Si può essere diversi. Ogni giorno può essere un’opportunità. Ci si può reinventare, si può scrivere una pagina nuova del proprio diario. Il tempo allora ci appartiene, non fugge via come un profumo che si spruzza ed è già svanito, diventa compagno il tempo, un amico che ci presenta i lati nascosti, misteriosi, quelli che non siamo mai riusciti a vedere, e ci incanta con le sue sorprese, le sue meraviglie.
Il mondo è cattivo, crudele, terribilmente brutto. È vero. Ma fra quei meandri di dolore c’è anche quel gesto buono, quel sorriso inaspettato di uno sconosciuto, quel profumo che si incrocia per strada che evoca un’immagine dolce e sorprendente, c’è la vita che continua, come il ciuffo d’erba che emerge fra il cemento, come se qualcosa di sotterraneo abbia ancora la forza di emergere in tutta la sua bellezza. 
La prospettiva. L’angolazione. Il punto di vista. La stessa scena che cambia a seconda che la si guardi da un luogo o dall’altro. Noi camminatori erranti che cerchiamo soluzioni fra le parole dei filosofi, cerchiamo luci fra i personaggi del passato, lanterne che ci illuminino in questo viaggio che sentiamo così buio. Connettersi con le storie e i pensieri di chi ha già percorso strade in salita. Trovare un antidoto efficace. 
La prospettiva è qualcosa di nostro, un’acquisizione che non dipende dalla fortuna, è un’elaborazione difficoltosa che dà risultati insperati. Da una certa prospettiva si può definire la propria vita come un successo, con un’impronta di felicità, quella quotidiana, fatta di piccole cose. I nonni che si alzavano la mattina presto, io ospite da loro, il latte scaldato, il pane con il burro e la marmellata della nonna. Una felicità semplice la loro. 
Poche vacanze, pochi svaghi, ma sereni ed uniti tutta una vita. Oggi invece tutti in fila nelle vacanze, confusione, infelicità diffusa, figli difficili da seguire, il denaro sopra a tutto. Il punto di vista, la prospettiva che svela ricchezza inaspettata, il valore delle cose, quello che conta realmente. Il successo di un uomo povero, che ha allevato un bravo figlio, che ha un buon rapporto con lui e sua moglie. Una bella famiglia, e una casa semplice, un lavoro semplice, una modesta pensione, il successo. 
Nasceranno le viole fra poco, e quanti si soffermeranno a guardarle? In mezzo a bollette, raccolta rifiuti, riunioni condominiali, i lavori di casa, si perde quel granello così importante, quella bellezza celata nelle cose che solo la prospettiva può svelare. In questo incanto da scoprire si nasconde l’essenza della vita, che diventa qualcosa di eterno, senza tempo. L’incanto di un attimo diventa un’esistenza.”

È meglio che chiuda il mio quaderno. Devo cedere il posto a quel signore con il bastone, ha una certa età. Bisogna sempre cedere il posto a chi è anziano, non bisogna perdere la gentilezza. 
Non è male quello che ho scritto stamattina. Mi sembrano bei pensieri. Dopo che ho letto quel libro in cui si diceva che la vita può migliorare se ci si sveglia alle cinque del mattino, qualcosa è cambiato. È come un club, scriveva l’autore, quelli che si svegliano alle cinque del mattino. Il marito dorme, il bambino dorme, e quell’ora o mezz’ora diventa solo nostra, prima di pensare alla casa, alla colazione, al pranzo. Uno spazio temporale in cui si è soli con sé stessi, in cui si fanno le cose solo per noi.
E così prima di fare la donna di casa, e poi l’impiegata, mi concedo un po’ di tempo per me. Con un video di YouTube faccio una lezione di qi gong, mi sta piacendo molto, mi sembra di stare meglio. Un momento di pausa in cui ascolto il mio corpo, è impegnato in movimenti per il suo bene, non è solo un corpo che si muove, che corre, che deve svolgere migliaia di cose. 
E poi la lettura. C’è la mattina in cui leggo un libro che mi piace, scopro un autore che non conoscevo. Non è come leggere la sera, in cui gli occhi si chiudono dopo due minuti e si perde il senso delle frasi, la giornata è stata lunga.
Ho ritrovato il piacere di scrivere. E così di prima mattina scrivo i miei pensieri, le frasi vengono da sole, come se uscissero da un luogo magico, da qualche parte lontana che non conoscevo. Stamattina ho scritto questo. Devo mettere una data a quello che scrivo.
Un giorno, fra anni, riaprirò questo quaderno, e mi ricorderò del consiglio di quell’autore, far parte del club delle cinque. A parte il sonno perduto, ho riacquistato un’ora particolare, solo mia. Sono felice. Devo ringraziare Ilaria, è una buona amica, il consiglio del libro è suo. Devo scendere. Sant’Ambrogio.

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