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Annalisa

di Marina Zinzani
(Introduzione di Angelo Perrone)

(Tratto da “Racconti della metro”)

(Angelo Perrone) La metro non è l’unico luogo-simbolo delle città moderne. Certo particolare. In uno spazio piccolo e super affollatosi ritrova un’umanità eterogenea. Persone sconosciute con destinazioni diverse. Difficile scambiarsi sguardi, rivolgersi parole. Ogni persona, un mondo a sé. Pensieri, desideri, preoccupazioni.
C’è poi una maschera espressiva che nasconde l’intimità. Il viso è chino sullo smartphone, sedotto dalla magia dello schermo. Un ripiegamento fisico, oltre che mentale. Non siamo più abituati a guardarci intorno, non accade di incrociare gli sguardi. Ciascuno conserva la sua diversità, persino il mistero.
Marina Zinzani prova ad immaginare pensieri e sentimenti di qualcuno dei viaggiatori. Dietro ogni volto, può esserci una storia da conoscere, tutta da scoprire. E in cui ritrovare qualcosa di noi. Dopo le storie di Agnese, Sergio, Lucia, Enrico, Roberta, Vincenzo, Vittoria, Benedetta, Ettore, Francesca, ecco quella di Annalisa

Devo andare alla chiesa e chiedere una grazia. Mi sono alzata stamattina con questa idea, un pensiero che è balenato al risveglio, dopo la notte insonne. Avrò dormito due o tre ore stanotte.
Sono le dieci del mattino e c’è posto a sedere, per fortuna. È sceso un gran freddo a Milano, ho fatto bene a mettermi la maglia con il collo alto. Quella signora ha la borsa con le ruote, scenderà in un mercato probabilmente.
Devo chiedere una grazia alla Madonna. Non devo raccontarlo a nessuno. Sono sempre andata in quella chiesa quando tutto sembrava perduto, quando mi sentivo impotente di fronte a dei fatti, quando avevo perduto la speranza. Non ne parlavo neanche con mio marito dei problemi che avevo. Per la verità non si dice tutto di sé, neanche al marito, e neanche ai figli, tantomeno ad un’amica.
Non so se faccio bene ad andare, a chiedere questa grazia. Che poi non è una grazia vera e propria, è un desiderio. Vorrei essere ascoltata da lassù, vorrei che le cose andassero in un altro modo. Io vedo il futuro, forse. O forse sono solo una che si preoccupa troppo dei figli.
È una dote di mia madre, che ho ereditato anch’io. Quando mi sono messa con Guido ero giovane, ingenua, ero innamorata e mi sembrava di vivere su una nuvola. La felicità di quei primi momenti non si ritrova facilmente, si entra dentro una bolla e gli altri possono solo disturbare. Gli altri parlano in modo razionale, l’innamorata sente solo con il cuore.
Me le ricordo ancora le discussioni con mia madre, guarda che ho saputo che lui gioca, è un vizio di famiglia, non sarà mai un buon marito, ti farà soffrire. E poi si dice che non riesce a tenersi stretto un lavoro. Io a giustificarlo, a scontrarmi con la mamma, a risponderle anche male. Lui non si trovava bene dove stava, ha voluto provare a cambiare, cosa c’è di male? E poi non gioca d’azzardo, se l’ha fatto sarà stato qualche volta, come tanti. Io lo voglio sposare, mamma. 
Me lo ricordo ancora lo sguardo di lei, rassegnato, sofferente, gli occhi abbassati. Con il senno di poi, tanti anni dopo, intuisco che c’era in lei la consapevolezza di quello che sarebbe accaduto, e che si sentiva impotente, non poteva fare niente per convincermi. Una Cassandra che aveva previsto il futuro, il mio futuro.
Quante volte, dopo sposati, lui rientrava a casa a notte fonda, era stato al bar con gli amici, diceva. A volte aveva anche un profumo particolare, femminile. Avevo trovato dei conti in una sua tasca, i soldi delle giocate, mi dovetti sedere da tanto che ero annichilita. E il lavoro? Quanti ne ha cambiati? Si litigava con il suo principale, oppure c’era crisi e lui voleva qualcosa di più sicuro, o non accettava di fare gli straordinari perché era pagato poco. C’era sempre una scusa pronta, e intanto pensava di riuscire a risolvere i suoi problemi giocando.
Mamma, perché non ti ho dato retta allora? Quante volte avrei voluto venire da te e dirti che avevo sbagliato, sbagliato, sbagliato a non ascoltarti. Tu avevi previsto tutto. E io non ti ho ascoltata. Per tutta la vita ho dovuto rimboccarmi le maniche, adeguarmi a lavori anche umili, per tirare avanti la casa. Ero carina da giovane, potevo meritarmi molto di meglio.
Adesso è venuto fuori il problema di mia figlia. Me l’ha detto Ilaria, ha assistito ad una lite fra lei e il suo ragazzo, ha pensato di raccontarmelo. Una brutta lite, in cui l’ha spintonata, le ha dato uno schiaffo, ed ha usato parole irripetibili.
Una scenata di gelosia vera e propria, e non penso che mia figlia, che ha solo vent’anni, abbia fatto chissà cosa per meritarsi le mani addosso. Ilaria mi ha consigliato di seguirla, perché tante storie iniziano così, con uno schiaffo, lui che ti spintona e ti dice cose terribili. Poi diventano incubi che finiscono sui giornali.
Parlare con Arianna è stato inutile, mi sono presa della madre impicciona. Devo farmi gli affari miei, mi ha detto. È così cambiata da quando si è messa con quel tipo. È pieno di tatuaggi anche, non mi piace neanche per questo, ma sono i modi aggressivi che non mi vanno giù.
Ecco, sono sola. Sola come mia madre con me. Una Cassandra che vede il futuro. Potrebbe finire male, questo è chiaro. Iniziano così le storie che diventano prigioni da cui non è facile uscire, se poi ci sono dei figli in mezzo le cose non sono facilmente risolvibili, si è legati tutta la vita ad una persona violenta.
Le donne e la violenza. Possibile che non ci si accorga prima che quello non è il tipo per noi? Possibile non ragionare almeno un po’?
Ecco, ci siamo, mi devo alzare. Devo chiedere la grazia perché la storia di Arianna finisca. Forse qualcuno da lassù mi aiuterà. Non so cosa altro fare, altrimenti. Devo scendere. Crocetta.

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