Passa ai contenuti principali

Sylvia Plath, disperato desiderio di vivere

di Bianca Mannu

Cinquant’anni or sono la notizia del suicidio di una giovanissima e graziosa poetessa americana, Sylvia Plath, deflagrò su quotidiani americani ed europei.
Molti particolari furono riportati dalle cronache insieme ad episodi, fino ad allora ignoti, riguardanti l’origine del suo disagio personale e il suo ricorrente e mal compreso “male di vivere”. 
Ben poca attenzione riservò il gran pubblico alle sue opere, mentre quello colto e letterato, specialmente anglofono, cominciò ad avvertire la dirompente libertà e perentorietà della sua poesia.
Forse, più che il “male di vivere”, è stato il “disperato amore di vivere”, secondo Giovanni Giudici, a determinare il corto circuito della sua fine. 
Quello stesso disperato amore di vivere legò al medesimo destino la poetessa italiana Amelia Rosselli, che della Plath tradusse le opere poetiche e che morì suicida 33 anni dopo alla stessa data. 
Perché i radi ingressi delle donne nel mondo dell’arte si connotano come passaggi pericolosi, al limite della tragedia e del lutto? Ci sarà più di una ragione sottostante?  
Quanto accennato ha a che fare con il disegno sociale globale che, da un lato, prefigura una cornice su cui fondare la progressiva emancipazione delle diverse figure sociali dall’assoggettamento al patriarca, dall’altro lato, ripropone la ghettizzazione della componente maggioritaria femminile, il controllo della quale appare necessario al riprodursi della società, secondo equilibri marcatamente maschili.
Sullo sfondo della parola poetica emerge una scoperta che raramente ha conosciuto onori letterari: una stessa logica elusiva e avida presiede a che l’uguaglianza giuridica formale non possa divenire effettuale.
La scrittura poetica e narrativa di Sylvia Plath, pur senza mai cadere nel sociologismo, riversa in una tensione linguisticamente algida, e senza dispersioni di autocompatimento o consolazione, gli effetti paradossali dei modelli sociali, di cui non ci si può disfare come “un di fuori” assurdo. 
I modelli dominanti formano corpo con la vita personale, animano drammaticamente la sensibilità, il senso etico e la stessa razionalità, che dentro noi donne sono motivo di interni obblighi, di bisogni emergenti e irrisolvibili conflitti.
Il suicidio, il suo modo e le circostanze, il livello intellettuale e sociale della persona portarono alla ribalta quelle contraddizioni e resero inevitabile inscrivere Sylvia Plath, post mortem, a simbolo del risveglio critico femminile nel mondo e poi del femminismo militante anni ’70-80 in Occidente.
Il femminismo infatti nasce colto e con difficoltà coinvolge il proletariato femminile. Anzi, com’è noto, i rappresentanti della cultura operaia hanno considerato il movimento femminista come portato dell’ideologia di certi settori della borghesia femminile, più interessato a pareggiare i conti con l’omologo settore maschile che votato a sovvertire l’ordine sociale esistente.
Sylvia Plath, ma non solo lei, si fa specchio della sua esistenza difficile e ci restituisce queste immagini discriminanti del suo mondo. Noi, con qualche anno di ritardo, scopriamo che quel suo specchio parla anche di noi, della nostra granitica subalternità rispetto a un patriarcato ottuso e feroce, ma presto ridotto alla difensiva.
Sylvia Plath dà spessore simbolico e dimensione pubblica alla condizione restrittiva data e al suo limitante orizzonte: il privato, in cui riposa tanta parte del senso della vita femminile, ma che diventa carcere quando la società intera pretende di confinarvi tutto l’universo personale di ogni donna. Con altrettanta potenza espressiva la Plath contesta la riduzione della persona a una sola dimensione, prefigura altre possibili e autentiche declinazioni della vita.

Commenti

Post popolari in questo blog

Tango delle rose in Versilia, un'estate assolata trasformata dal ricordo

Paolo Brondi -  Il festival di Villa Melzi era tutto all’aperto: nel parco, assai esteso e prossimo al mare versiliese. Il buio era sciolto in luminosità diffusa e suadente, arieggiata da numerosissime lanterne e da fiaccole antizanzara, dal dolciastro sapore di geranio, e su tutto scendeva il soffuso chiarore della luna piena. Più in là, il mare rumoreggiava come un’eco mormorante “ricorda… ricorda… ricorda… ”. Giorgio e Silvia scelsero un tavolo un poco in disparte e la musica rock, o il ritmo facile di canzonette come Cuore, Abbronzantissima, Una lacrima sul viso, li raggiungeva meno del mormorio del mare e dei profumi del parco.  Silvia era bella e il chiarore lunare impreziosiva la purezza delle linee del volto con appena una traccia di trucco, i capricciosi biondi capelli, il vestito di seta color fucsia che flessuoso scendeva, con graziosa scollatura, ad accarezzarne il seno, il ventre piatto, la curva dei fianchi, arrivando fino al ginocchio.  Lui port...

C'è una storia che ho bisogno di raccontare

(a.p.). Una storia, su radici, terra, e il coraggio di cercarne di nuova senza perdere la prima. Non un annuncio, o un bilancio. L'ho scritta per chi, in questi anni, ha reso questo giardino comune. Potete leggerla sul nuovo sito, www.pagineletterarie.it: Migrare. Una storia di radici e di nuova terra .

Gli amanti di Marc Chagall, tra sogni volanti e la solitudine della realtà

(a.p. - INTRODUZIONE) ▪️ Fantasie popolari, figure volanti, personaggi solitari. Il presente, in Marc Chagall, è sempre trasfigurato in un sogno che richiama le suggestioni della sua infanzia, comunque felice nonostante le tristi condizioni degli ebrei russi, come lui, sotto lo zar. Colori liberi e brillanti accompagnano figure semplici e sinuose, superano i contorni dei corpi e si espandono sulla tela in forme fantastiche. Le sue opere sono dedicate all’amore e alla gioia di vivere, descrivono un mondo poetico che si nutre di ingenuità ed è ispirato alla fiaba, così profondamente radicata nella tradizione russa. (Marina Zinzani - TESTO) ▪️ Desideravo una casa, un luogo caldo ed accogliente in cui tornare la sera. Desideravo qualcuno a cui raccontare la mia giornata. Desideravo un grande albero, a Natale, pieno di luci e di regali. Desideravo una bambina che mi accogliesse buttandomi le braccia al collo. “Il mio papà!”: ecco le sue parole. Desideravo un luogo di vacanze, ma soprattutt...

Luci spente al Sud

Salvatore Quasimodo Cultura italiana del ‘900. Fa discutere, nella scelta delle figure più rappresentative, la mancanza di voci come Grazia Deledda, Salvatore Quasimodo, Leonardo Sciascia: una perdita per tutti di Mariagrazia Passamano * “Oh, il Sud è stanco di trascinare morti/ in riva alle paludi di malaria, /è stanco di  solitudine, stanco di catene”. Questi alcuni versi della struggente poesia “Lamento per il sud” di Salvatore Quasimodo, uno dei padri dell’ermetismo e vincitore del premio Nobel per la letteratura nel 1959. Eppure l’opera di Quasimodo, al pari di altri autori meridionali, non compare nell’olimpo della “letteratura vera” , nel pantheon delle figure di rilievo selezionate dal Ministero della Pubblica istruzione per i programmi scolastici (per i Licei).

⏳ Natale e la tirannia del presente: riscoprire l’attesa

(Introduzione ad a.p.). Abbiamo perso il senso del tempo, limitato al presente precario e fugace: occorre riscoprire il valore dell’attesa e della speranza, che hanno un significato religioso ma anche profondamente laico. L’iperconnessione e la continua ricerca di stimoli ci hanno reso schiavi di una visione frammentata, incapace di guardare oltre l'orizzonte immediato. Il Natale, con la sua simbologia, ci offre un antidoto a questa tirannia. • La corruzione del tempo (a.p.) ▪️ Quanti di noi, ogni momento, sono intenti a guardare il proprio cellulare? Immersi nella connessione perenne, con tutti e tutto, e dunque con niente? C’è l’ingordigia di cogliere qualsiasi aspetto della vita corrente, nell’illusione di viverla più intensamente che in ogni altro modo. Un’abbuffata di notizie, video, contatti con chiunque, senza sensi di colpa per questo sperdimento continuo del nostro esistere. Questo è il sintomo di una società dominata dalla "paura di restare fuori" e dalla ricerc...