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Il dolore delle madri

di Marina Zinzani

(Commento di Angelo Perrone) Solo una mano. Il resto non si vede, ma non serve. Bastano gli indumenti, le pieghe, le forme a descrivere corpi e sentimenti, a raccontare lo strazio. Si intuisce il gesto, umanissimo e disperato, di cullare il corpo inanimato. Come un’ultima carezza, con la speranza assurda di confortare, forse rianimare. Ha qualcosa di eccessivo, intollerabile, ed esorbitante quest’immagine. Ciò che è coperto, nascosto alla viltà dei responsabili e del mondo, è visibile lo stesso. È la vergogna del dolore causato agli innocenti, a chi non ha alcuna colpa, se non quella di esistere dall’altra parte.

Alla fine rimane il dolore delle madri. In ogni guerra, in ogni luogo. Quel dolore che è uguale ovunque, a Gaza, in Israele, in Ucraina, in Russia. E da mille altre parti del mondo, in ogni posto in cui una madre piange per un figlio, ed anche per una persona immensamente amata.  
Una donna palestinese, dalla veste azzurra che ricorda il manto della Madonna, abbraccia il corpo senza vita della nipotina di cinque anni: quel dolore straziante è stato raccontato dal fotografo della Reuters Mohammed Salem in una foto chiamata “La Pietà di Gaza”, vincitrice del premio “World Press Photo of the Year”.
Michelangelo, con la sua Pietà, aveva saputo rendere universale quel dolore, rappresentato attraverso il marmo ma suggeritore di immagini, il percorso di una madre dentro un tunnel dell’orrore, un luogo negli inferi in cui non c’è né aria né luce, non c’è acqua, non c’è vita. Perché la vita era un figlio, o qualcuno che si amava, che dava un senso a tutto.
Le donne diventate come la Pietà di Gaza sono il racconto più terribile delle guerre. Alla fine è questo che rimane, prima di città bombardate, di luoghi di sole macerie. Prima di tutto c’è una donna che abbraccia il corpo senza vita di qualcuno che si amava.
Quel qualcuno poteva essere un figlio desiderato, cresciuto con le piccole felicità dell’infanzia. Una vita semplice con dei progetti, con la scuola, gli amichetti. Insegnargli il mondo, ogni giorno un pezzetto, insieme, con amore.
Poi, vent’anni dopo, qualcuno ha deciso che quel figlio deve andare a combattere e la madre si sente sprofondare. Non vive più, sa che ogni giorno può arrivare una notizia terribile. Prega in silenzio, implora Dio che il figlio torni a casa sano e salvo, che conceda la grazia di tornare tutti a una vita normale, maledette le guerre!
C’è anche un’altra donna che ha visto il proprio figlio diventare un assassino di persone innocenti, perché qualcuno gliel’ha ordinato, perché non poteva fuggire, perché così è la guerra. Sono ordini dall’alto che decidono chi deve vivere, chi deve morire. Ma la madre non l’aveva cresciuto perché diventasse un carnefice. Nessuno voleva la guerra. 
Michelangelo aveva raccolto il dolore di una madre, statua che racconta la pietà, lo strazio senza fine, il baratro, una vita senza più luce. Un racconto che continua oggi, in migliaia di immagini, come in quella della Pietà di Gaza.
La follia, l’aver perduto la ragione, il mandare il mondo ad un passo dal baratro: nel dolore delle madri c’è la tragedia di ogni guerra, di ogni violenza, di ogni attacco. Tragedia silenziosa. Nessuno parla di loro. Si parla di vendette, di territori, di persone come fossero numeri. 
In ogni casa, se esiste ancora una casa, se questa non è stata rasa al suolo, una donna piange tutte le sue lacrime per una perdita che nessuno potrà consolare. Si perde con la violenza un principio fondamentale della vita, la comprensione per l’altro. Le madri, tutte le madri, sperano, soffrono, invocano Dio che tutto questa smetta, in questa insensatezza che sembra non cessare mai, che porta solo distruzione e morte.

Commenti

  1. Ritratto vero e devastante. Le lacrime e il dolore non sono quantificabili. Molto pertinente il confronto con la Pietà dove la Madre stringe a sé quel corpo tormentato e, ormai, inerme, con uno strazio in volto mai saputo descrivere meglio.

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