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Alpini a Genova, tra identità, memoria e il tempo che cambia 🪶

Alpini ripresi in un vicolo di Genova
(Introduzione a Daniela Barone). Genova, la città "Superba" distesa fra mare e monti, ha vissuto l'invasione pacifica di 400.000 Penne Nere. Fra strade chiuse, cori notturni e il tipico "mugugno" ligure, emerge un ritratto umano fatto di contrasti: dai pregiudizi di chi vede solo il caos, al ricordo dei valori di sacrificio e dedizione che il cappello alpino porta con sé. Un racconto che attraversa i decenni, dal servizio militare sulle Alpi Carniche alle sfide del presente.

(Daniela Barone). 

L'invasione pacifica e il "mugugno" genovese

La 97ª Adunanza Nazionale degli Alpini, svoltasi dall’8 al 10 maggio nella mia città, ha sollevato un dibattito acceso su un tema ricorrente: la difficile convivenza tra grandi eventi e le fragilità strutturali di Genova. L’invasione pacifica di 400.000 Penne Nere ha destato una comprensibile preoccupazione.
Genova si scontra da decenni con problemi di viabilità, parcheggi, microcriminalità e degrado, oltre che con una rilevante criticità idrogeologica che l’espone a frane e inondazioni. Bastano spesso un evento sportivo, uno sciopero dei mezzi, una manifestazione politica o un ponte vacanziero per bloccare la mobilità di una città come la mia, superbamente distesa fra mare e monti ma penalizzata da un’alta densità di cantieri che paralizzano il traffico.
Così l’organizzazione dell’imponente raduno ha richiesto misure invise ai genovesi, quali la chiusura di strade, posteggi, deviazione dei mezzi di trasporto e difficoltà di spostamento per i residenti. Insomma, il tipico ‘mugugno’ genovese, lo scontento protratto ed espresso sottovoce, a denti stretti, è risuonato ovunque, anche in luoghi più tranquilli come il mio, appena sfiorati dall’evento.
Sfilata Alpini in una via centrale di Genova

Contrasti cittadini: fra affari d'oro e proteste

La soddisfazione dei baristi, dei ristoratori e degli albergatori che hanno fatto il pienone ha contrastato con le proteste dei residenti del centro, ostacolati dall’onda montana delle truppe e dai loro cori talora sguaiati nel cuore della notte.
«Sai, ho prenotato tre giorni a Finale per le giornate del raduno. Ti immagini il caos che ci sarà? No, no. Meglio svignarmela per una vacanzina al mare», si era lamentata la mia amica Antonia che, gabbata dal maltempo, ha dovuto starsene tappata in casa per tre giorni. «Impossibile anche portare spesso il cane fuori con quella gentaglia» aveva aggiunto scandalizzata. 
Eppure lei abita in un borgo sul mare come me, distante dal centro e dagli schiamazzi allegri di chi aveva alzato un po’ troppo il gomito. Con un’aria impettita che tanto mi ricordava la rigidità delle suore del Sacro Cuore dove avevo studiato, aveva abbassato la voce per raccontarmi episodi scorretti di alcuni alpini riferiteli da qualcuno. 
«Pare che abbiano molestato delle cameriere, ti rendi conto? Uno di loro poi ha messo addirittura in testa il suo cappello a una signora che passava di lì». Sorpresa per la descrizione di un fatto che risuonava innocuo alle mie orecchie, avevo preferito non commentare.
Francamente quel gesto non mi pareva irriverente; al contrario vedevo in esso quei valori di dedizione, sacrificio e servizio al nostro Paese con cui l’alpino pensava di omaggiare la passante.

Ricordi di ghiaccio e lo spirito della Protezione Civile

A me era venuto in mente il mio amico Leandro che negli anni Settanta aveva prestato servizio nel corpo degli Alpini a Tolmezzo sulle Alpi Carniche. Genovese avvezzo come me al tempo mite, aveva patito per le operazioni militari svolte attorno ai 2000 metri di quota, con neve abbondante e temperature rigidissime, inferiori talvolta ai 20°. Io già rabbrividivo alla sua narrazione, freddolosa come sono sempre stata.
Pur non amando particolarmente le parate militare e i raduni di vario genere, non provo personalmente avversione per gli Alpini. Avrei voluto ricordare ad Antonia che essi furono i principali fondatori e pilastri della Protezione Civile Italiana e che attualmente operano fra loro oltre 300.000 volontari ma non credo che lei avrebbe cambiato idea.
Ieri sera, guardando il telegiornale su primo Canale, nostra emittente locale, ho appreso la notizia che tre alpini hanno salvato la vita ad un uomo colto da arresto cardiaco al Porto Antico nei pressi del Bigo di Renzo Piano. «Chiunque l’avrebbe fatto» aveva commentato perentoria la mia amica.
La Sindaca Salis, scuotendo i fluenti capelli dorati, ha speso invece parole di gratitudine per i valorosi che non hanno esitato a mettersi al servizio dei bisognosi, secondo lo spirito più autentico delle Penne Nere. Non credo che Antonia abbia sentito la sua dichiarazione: a quell’ora Canale 5 trasmette “La Ruota della Fortuna”, programma a cui non rinuncerebbe per niente al mondo.
In un bar genovese le specialità - torte e focacce - sono in onore degli Alpini

Musica di trincea e la dinamica "preda-cacciatore"

Che dire poi dei canti alpini di trincea, spesso adattati al contesto goliardico e conviviale delle adunate, come “Il buco del camin” e “La mula de Parenzo”? «Che sconcezze! E poi ci mancava solo quest’armata di ubriaconi a congestionare il traffico e a sporcare ovunque» aveva detto Antonia scuotendo la testa. 
A dire la verità, anche se nemmeno io gradisco i cori con doppi sensi, a me vengono piuttosto in mente i versi soavi di “Sul cappello che noi portiamo”: «Su pei monti, su pei monti che noi saremo, coglieremo, coglieremo le stelle alpine per portarle, per portarle alle bambine, per farle piangere, farle piangere e sospirar».
Difficile non ricordare anche il canto intonato a squarciagola sui pullman delle tante gite scolastiche: “Quel mazzolin di fiori che vien dalla montagna, e bada ben che non si bagna, che lo voglio regalar, Che lo voglio regalar. Lo voglio regalare perché l'è un bel mazzetto. Lo voglio dare al mio moretto, questa sera quando vien».
In un’intervista Vannacci ha difeso gli Alpini accusati di comportamenti impropri, da lui interpretati come espressioni di “allegria e solidarietà”. «A Genova qualcuno parlava di “molestatori”. Io ho visto migliaia di Alpini portare sorrisi, rispetto, entusiasmo e allegria in tutta la città» ha dichiarato. Io ho però l’impressione che il generale tenda a sottovalutare gli atteggiamenti offensivi di certi uomini che lanciano alle donne frasi allusive, complimenti indesiderati e fischi. 
Oggi è tutto cambiato, fortunatamente. Nella società della mia adolescenza era purtroppo frequente essere apostrofate in modo volgare o infastidite solo perché si indossava la minigonna ma non ci si indignava, forse per un antico retaggio culturale. «Eh, si sa. L’uomo è cacciatore e la donna preda» diceva con saccenza mia madre. Francamente non mi ci vedevo nei panni della preda, anche se devo ammettere che un tempo lo sono stata all’interno di una relazione tossica.
Questo vecchio proverbio mi disturba alquanto perché si riferisce a una visione arcaica e distorta dei rapporti fra uomo e donna e a una dinamica di potere che vede il corpo femminile unicamente come oggetto sessuale.

«Complimenti alla mamma!»: un retaggio del passato

La fine del collegamento di Primo Canale, mentre gruppi di alpini sfiancati da canti, sfilate, mangiate e bevute fino a tarda notte si apprestavano a ritornare a casa, mostrava una scena imbarazzante per la giovane intervistatrice.
Anziché rispondere puntualmente alle sue domande sull’accoglienza ricevuta a Genova, un anziano caposezione piemontese, colpito dalla sua bellezza, si era fatto avanti con una frase udita molte volte da noi ragazze degli anni Settanta: «Complimenti alla mamma!». La giovane, non abituata a questi rozzi comportamenti atavici, aveva replicato con evidente fastidio: «Ah, ecco. Così, in diretta...». 
Mi rattristai un po’ per la scena non “politically correct” ma i baffoni bianchi spioventi del vecchio mi impedirono di nutrire risentimento per lui, cresciuto in un mondo dove era legittimo approcciare così una donna piacente.
manifesto della 97 adunanza Alpini a Genova

Il caffè del commiato: un sorriso per il rientro

Stamattina sono andata per commissioni in centro, rassicurata dal ritorno alla normalità della viabilità con la partenza degli alpini. Molte bandiere tricolori sono ancora appese ovunque e danno un’aria festosa alla città “superba”.
Con sorpresa ho visto nel bar in San Vincenzo, a pochi metri dalla stazione ferroviaria di Brignole, un gruppetto di Penne Nere che stavano facendo colazione ad un tavolino esterno. Sorseggiando il mio solito caffè macchiato, mi ha colto la strana idea di farmi un selfie con loro, chissà perché. Vergognosa per il pensiero che mi ha traversato la mente, sono uscita frettolosamente. 
Molti passanti alla loro vista li salutavano o auguravano loro un buon rientro. Li guardavo addentare voracemente delle brioches farcite e ingurgitare cappuccini fumanti. Parevano stanchi. Un buongiorno caloroso mi è sfuggito inaspettatamente dalla bocca. 
Hanno ricambiato il mio saluto con un sorriso educato. Almeno, ho pensato, torneranno a casa con l’idea che i genovesi non sono poi così burberi e mugugnoni come si pensa.

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