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Il profumo delle rose e il segreto del Rosario: il mio maggio tra ricordi, arte e De André 🌹📿

Una bambina con una collana di perle davanti a rose in fiore dentro un giardino verde
(Introduzione a Daniela Barone). Maggio è un mese di fioriture, un tempo in cui i profumi della natura si intrecciano con la trama dei nostri ricordi più intimi. L'autrice ci prende per mano e ci conduce dall'infanzia, scandita dai riti materni e dal profumo dello sciroppo di rose, alla riscoperta, in età adulta, di una spiritualità universale e della figura di Maria. Un percorso che unisce la devozione popolare alla grande arte di Raffaello e Michelangelo, trovando infine rifugio nei versi senza tempo di Fabrizio De André. 

(Daniela Barone).

Il profumo dello sciroppo e la chiesetta di San Barnaba

Il mese di maggio da sempre evoca in me non solo la rinascita della natura ma anche il profumo penetrante delle rose con cui la mamma preparava un delizioso sciroppo. Molte giornate erano dedicate alla preparazione di quello che lei considerava un’autentica panacea per tutti i mali; la sera invece io e lei ci recavamo alla chiesetta dei frati di San Barnaba per recitare il Rosario.
La ricordo pallida e devota che pregava sgranando le palline di madreperla della coroncina e mi domandavo se qualche volta non si annoiasse almeno un poco, come me. Alla fine seguivano immancabilmente le Litanie, un elenco interminabile di appellativi della Vergine seguiti dall’invocazione “Prega per noi”. 
Con sollievo accoglievo la fine delle orazioni e uscivo trotterellante dalla chiesetta accanto a lei. Papà, che una volta era venuto con noi al Rosario, aveva osservato con una voce troppo alta: «Ma che bisogno c’è di ripetere le stesse cose cento volte?».
La mamma e alcune vecchiette in veletta scura come tutte le fedeli, l’avevano fulminato con lo sguardo. Che simpatico, papà. La pensavo proprio come lui ma mai avrei osato disapprovare la pratica religiosa tanto amata da mia madre.
Ritaglio giornalistico, notizia che i medici ritengono faccia bene recitare il rosario

Dal rito cattolico ai mantra orientali: la pace della ripetizione

Forse perché quella preghiera mi riporta al suo ricordo, ancora oggi, alla soglia della vecchiaia recito ogni sera di maggio il Rosario nella chiesa parrocchiale. Don Lino, vecchio curato un po’ malandato di salute, fortunatamente svolge l’orazione rituale con una certa rapidità e mi consente di uscire dalla chiesa in tempo per guardare qualche programma in TV.
Un giorno gli ho confidato che dopotutto non mi dispiace recitare il Rosario perché mi lascia un senso di pace interiore impagabile. «Ti capisco perfettamente. È come il mantra degli orientali. La ripetizione ritmica della preghiera aiuta anche a gestire le preoccupazioni quotidiane». Proprio così. Mi torna in mente il dhikr, la reiterazione ritmica e continua dei 99 Nomi di Allah. 
Mia figlia, che studiava arabo all’università, s’impegnava a trascriverli negli eleganti caratteri e a pronunciarli correttamente. Pur non comprendendo nulla, mi piaceva ascoltare la sua cantilena in una lingua inaspettatamente melodiosa alle mie orecchie. 

Il volto di Maria tra i colori dell'arte e il dolore umano

Il culto mariano mi appartiene dato che amo profondamente la Vergine. Di lei mi incantano la semplicità della giovane donna che viene innalzata al punto da diventare la Madre di Dio. 
Anche i tanti dipinti sulla Madonna, avvolta quasi sempre in un velo o un mantello blu, simbolo del divino, sopra una veste rossa, emblema dell’umile natura umana, me la rendono cara. Ricordo quanto fui colpita dal quadro di Raffaello a Palazzo Pitti a Firenze, “La Madonna della Seggiola”, in cui Maria è ritratta semplicemente un’umanissima madre che abbraccia amorevolmente il figlio.
E i dolori che tante madri provano per i figli trovano mirabilmente voce nella scultura di Michelangelo “La Pietà” a San Pietro. Lei, giovanissima, culla il Figlio adulto come fosse ancora un bambino. Il suo volto dolente mi ricorda la sofferenza composta e rassegnata di mia madre che, pur piagata dalla depressione, trovava comunque, giorno dopo giorno, la forza di andare avanti.
Copertina del disco La buona Novella di de André

"La Buona Novella" e la forza dell'essere madre

La natura umana di Maria traspare in modo sublime negli indimenticabili versi dell’album “La Buona Novella” del mio concittadino Fabrizio de Andrè. Lui canta la sua infanzia segregata nel tempio (“dicono fosse un angelo a raccontarti le ore, a misurarti il tempo fra cibo e Signore”), finché l'impurità del menarca (“ma per i sacerdoti fu colpa il tuo maggio, la tua verginità che si tingeva di rosso”) non la costringe ad un matrimonio con il buon vecchio falegname di nome Giuseppe. 
Ma era davvero così anziano il suo sposo, rappresentato sempre con la barba bianca? Non era un modo per evocare saggezza e castità? E Maria, dipinta sempre come fanciulla bionda dagli occhi cerulei non era piuttosto la tipica ragazza palestinese dai capelli scuri e la pelle ambrata? 
Non importa. Maria è Maria, la Donna che mia madre pregava ogni sera nella vecchiaia segnata dalla malattia mentale ma mai desolata fino in fondo. La Donna a cui, come poetava De André, l’angelo d’improvviso sciolse le mani trasformando le sue braccia in ali. Madre come me e la mia mamma, “Femmine un giorno e poi madri per sempre, nella stagione che stagioni non sente”. Ave, Maria.

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