Passa ai contenuti principali

Ricordi di scuola, il Sacro Cuore, la scuola pubblica e la magia della coccarda 🏵️

una bambina negli anni '60 scrive su un quaderno con matite copiative che sporcano di inchiostro mani e viso davanti alla maestra suora
(Introduzione a Daniela Barone). Un viaggio nell'Italia scolastica degli anni '60, epoca di transizione sospesa tra il rigore degli istituti religiosi e le sfide della scuola pubblica. Attraverso gli occhi dell’autrice, riviviamo l'emozione dei primi quaderni, il fascino proibito delle matite copiative e il passaggio dai rassicuranti "pensierini" alla complessità dell'aritmetica.
È una storia di crescita fatta di coccarde colorate, piccole umiliazioni, scontri generazionali e quel momento indimenticabile in cui il sostegno di una madre diventa lo scudo contro i bulli del cortile.

(Daniela Barone). 

L’Istituto del Sacro Cuore e il fascino dell’inchiostro

Nonostante le regole ferree, e per me spesso assurde, che vigevano nell’austero Istituto del Sacro Cuore, andavo abbastanza volentieri a scuola. La nostra maestra, Madre Prudenzina Berardi, doveva domare addirittura una quarantina di allievi, sedici della prima classe e ventidue della seconda.
Sedevamo tutti ai banchi di legno con i buchi per i calamai ma francamente, non ricordo di averli mai usati. Disegnavamo o copiavamo le aste della maestra con una matita e, dopo parecchi mesi, con la cosiddetta "matita copiativa" che diventava inchiostro se intinta nell’acqua. Per far prima, io mettevo in bocca la punta, incurante delle macchie blu che mi restavano impresse sulla lingua. 
«L’inchiostro è velenoso, non lo sai?» mi redarguiva la mamma. Ma niente da fare. Io continuai con questa strana abitudine per vari mesi, prima di passare alla complicata penna stilografica. Da allora, al posto della lingua, furono i miei polpastrelli ad assumere una colorazione bluastra. Ma io non me ne lamentavo.
foglio di quaderno a quadretti della elementari con i primi esercizi di aritmetica, i fusilli e la formazione delle unità

La sfida del foglio bianco: il 1° ottobre 1962

In dotazione nel mio astuccio nuovo fiammante c’erano dodici matite colorate, ritte come dei soldatini, un piccolo temperino, una matita e una morbida gomma bianca. Il primo giorno Madre Berardi ci accolse con un sorriso benevolo e poco dopo ci impartì il primo compito: fare un disegno, quello che volevamo, insomma.
Mi parve un’idea stupenda disegnare una casetta con un alberello e un bel sole con tanti raggi. Alzai un attimo la testa e vidi la maestra che aveva scritto qualcosa sulla lavagna. Io non sapevo ancora leggere, come del resto le mie coetanee, così lei ci spiegò che aveva scritto la data del giorno: 1° ottobre 1962.
«Guardate bene, bambini. Soprattutto voi della prima classe. Vedete la mia scrittura perfettamente rotonda? Dovrete imparare anche voi a scrivere letterine tonde, proprie come le mie. E mi raccomando! Non dovete assolutamente sporcare la pagina del vostro quaderno, siamo intesi?» Sospirai. Sarei mai riuscita a riprodurre quei caratteri perfetti?
Quando ormai quasi tutti avevano consegnato il loro disegno, diedi un ultimo sguardo critico al mio: i raggi del sole erano un po’ storti e forse troppo numerosi. Decisi allora di cancellarne qualcuno ma, con orrore, mi accorsi di aver lasciato un alone scuro sul foglio. Con accanimento continuai a passare la gomma, nella speranza che quella brutta macchia scura se ne andasse. 
Avevo evidentemente esagerato a cancellare: sul foglio, proprio sotto un raggio sbilenco, appariva un buchetto. Santo Cielo! Come potevo rimediare? Madre Berardi era arrivata al banco dietro al mio. Con un guizzo ritirò il mio foglio e tornò alla cattedra. In preda all’ansia, attesi a lungo che la maestra mi restituisse il disegno.
Poco dopo mi disse: «Il tuo lavoro sarebbe bello se non fosse deturpato da tante macchie grigie. Nessun voto, dunque ma solo una nota, Daniela». Dovetti attendere l’arrivo a casa per capire cosa mai avesse scritto Madre Berardi.
Mamma lesse per me: «Il tuo scritto è sudicino». Sudicino. Che vergogna. Mia madre, invece, non sembrava arrabbiata o delusa. Mi chiese soltanto perché avessi disegnato sul quaderno a quadretti anziché su quello a righe.
Non seppi risponderle. In effetti, a pensarci bene, la maestra ci aveva spiegato che dovevamo usare il quaderno a quadretti solo per l’aritmetica e basta. L’aritmetica. Facevo quasi fatica a dire quel nome. Adoravo invece comporre i “pensierini”, come li chiamava la maestra.
Lei era prodiga di sorrisi per me: riempiva le mie pagine di 10 con tante lodi, belle, rosse, rotonde. Inoltre, come ulteriore premio, prendeva da una scatola di latta una meravigliosa coccarda colorata che mi appuntava al petto, sopra la mia severa divisa blu. Che soddisfazione!

Tra lodi rosse e il panico dell’aritmetica

I mesi passavano lenti. Io, a parte qualche incidente con la penna stilografica, portavo a casa dei bei voti. Imparai a leggere in fretta e divenni una delle lettrici più accanite della nostra piccola biblioteca di classe.
Al mio settimo compleanno la mamma mi regalò il libro “Cuore” che lei stessa aveva letto da bambina. Quanto mi commossi a leggere le storie del piccolo scrivano fiorentino, della vedetta lombarda, degli scherzi atroci del cattivone Franchi! 
Venne poi il tempo delle tabelline, anzi delle gare di tabelline fra noi e le allieve della seconda classe. Madre Berardi premiava le più brave con una montagna di dieci e lode ma anche con le coccarde coloratissime.
Spiegava sempre velocemente per non fare annoiare le bambine della seconda e nessuno, del resto, faceva fatica a seguirla, tranne me. Dopo le unità vennero quindi le decine e, in men che non si dica, fu la volta delle centinaia. Sarebbe seguito un compito in classe per testare la nostra preparazione all’inizio della settimana seguente.
Quel giorno, le palline colorate di unità, decine, centinaia, si affastellarono confusamente nella mia testa: presa dal panico, sbagliai tutte le operazioni e feci un compito molto brutto. Portai a caso uno zero spaccato, rosso, tondo e diviso in due da una rigaccia. Che umiliazione. 
Ricordo che il nonno si prodigò quella sera per spiegarmi quello che non avevo capito. Papà scrollava la testa: già molte volte aveva espresso alla mamma i suoi dubbi sull’insegnamento delle suore e ne erano nate discussioni accese fra loro. 
facciata di un palazzo anni 60 a Genova con finestre e balconi

Il trasferimento a Pra: la durezza della scuola pubblica

Con il nostro trasferimento a Pra nel 1965, dovetti necessariamente cambiare scuola. Per quanto fossi felice di lasciare l’Istituto del Sacro Cuore, il trasferimento a metà anno scolastico non fu facile per me. Rimpiangevo le coccarde variopinte che le suore ci regalavamo per premiare il nostro buon profitto e mi mancavano le compagnette di classe tanto simili a me per gusti e sensibilità.
Un altro ostacolo fu poi il divario fra il programma svolto dalle monache e quello delle insegnanti della scuola pubblica; ad esempio, Madre Cibrario non aveva ancora introdotto il sistema metrico decimale, mentre la maestra della terza B, la mia nuova classe, faceva ormai ripassare le equivalenze alle sue brillanti allieve.
Per quanto mi sembrasse capace, la trovavo dura e poco empatica nei miei confronti. Le bambine erano invece simpatiche e mi accolsero con benevolenza, tranne la mia compagna di banco che non legò mai con me. Si chiamava Laura, aveva capelli fini chiarissimi e portava degli occhiali che le davano un’aria da vecchietta saccente.
Quando la maestra ci dettava il problema, lei metteva subito il gomito davanti al suo quaderno in modo che non potessi sbirciare. Laura era sempre la prima a consegnare e la maestra non finiva di lodarla per la sua bravura. Io ero sempre l’ultima a risolvere i problemi.
Per me non c’erano mai complimenti da parte della mia insegnante ma soltanto sospiri o sorrisi tirati. «Era ora, Daniela. Ci sei arrivata, finalmente» commentava acida.
La maestra Wanda aveva capelli color rame e sopracciglia disegnate vistosamente con la matita. Io la trovavo brutta e vecchia ma soprattutto la temevo. Quando assegnava un problema alla classe, si aggirava fra i banchi e controllava il lavoro fatto. 
Non mancava di notare il mio procedere stentato e, di fronte a qualche errore madornale, diventava una iena. Alzava il pugno minacciosamente su di me e una volta, mi colpì addirittura sulla testa con le sue nocche ossute. Restai ammutolita fino alla ricreazione, quando, incapace di giocare con le compagne, presi a consumare la merenda da sola. 

Il bullo del cortile e il riscatto finale

A quei tempi non esistevano le classi miste. I maschi con i grembiuli neri erano in classi separate dalle femmine con i grembiuli bianchi. Ci accomunava soltanto il fiocco blu. Nella quarta dei maschi avevo adocchiato un certo Claudio. Aveva i capelli castani a spazzola e strani occhi verdi da gatto. Lui veniva a giocare nel nostro piazzale ma non mi rivolgeva mai la parola.
Un giorno, alla fine della mattinata, lo vidi dietro di me con un codazzo di bambini. Gridavano concitati e ad un certo punto, Claudio mi suonò un bel calcione nel didietro. Ero stupefatta e intontita dal dolore. Corsi a casa a raccontare l’accaduto alla mamma ma lei non sembrò particolarmente colpita.
Era sempre dell’idea che un genitore non dovesse interferire nelle liti fra bambini. «Lo so bene come succede, Daniela. Le mamme si intromettono e poi i bambini fanno pace. No, veditela tu» mi aveva detto perentoria.
I calci nel sedere di Claudio erano diventati oramai una consuetudine. Tremavo quando suonavo la campanella e per quanto corressi, lui mi raggiungeva sempre. Una volta, al colmo della sopportazione, arrivai a casa in lacrime e dissi alla mamma che, se non fosse venuta a prendermi, io non sarei più andata a scuola.
Invidiavo le mie compagne che arrivano con le loro madri e all’uscita, le ritrovavano sorridenti, pronte a riportarle a casa. Ma già, fare uscire la mamma era un’impresa impossibile, pensavo rabbiosamente. Accadeva raramente ma quel giorno, un po’ staccata dal crocchio delle madri, lei era venuta.
Indossava il vestito delle occasioni speciali e portava pure la sua borsetta di pelle al braccio. Com’era bella nella sua eleganza sobria! E poi, vedere davanti a scuola mia madre a cui costava tanto uscire, mi aveva riempito di gioia e di gratitudine.
Andammo a casa insieme in silenzio, mano nella mano come due innamorati. Ogni tanto mi giravo per vedere Claudio che camminava a breve distanza da noi. 
«Ora vediamo un po’ se quel cretino oserà ancora darti fastidio» disse a voce altissima la mamma. Claudio non poteva non aver sentito, pensavo tutta contenta.

Commenti

  1. Un'Italia che non c'è più, ma che vive ancora nitida nei ricordi di chi ha macchiato i polpastrelli di blu e sognato una coccarda sul petto. È accaduto a molti di noi.

    RispondiElimina

Posta un commento

Post popolari in questo blog

Le lettere ritrovate tra le pagine di Kafka, un disamore a tre voci

(Introduzione a Daniela Barone – Commento a.p.) Il trittico di lettere (un padre e due figli) che qui presentiamo si apre con il resoconto di un testimone silenzioso: un vicino di casa che, tra le pagine di un libro di Kafka, ritrova le tracce di un'intera vita familiare. Al termine, il nostro commento critico. (Daniela Barone). Il testimone della solitudine Sono il vicino di casa di Mirko da diversi anni. Lui si è trasferito in questo paesino montano da quando ha lasciato la sua compagna perché è il paese d’origine dei suoi genitori, dove ha sempre trascorso le vacanze estive. Mi hanno telefonato dall’ospedale di Saluzzo dov’era ricoverato per dirmi che è mancato stamattina. Non mi sembrava così malato, sinceramente. Spetta a me il compito di svuotare la stanza da tutte le sue cose, dato che i suoi tre figli vivono lontano. La sua camera contiene i suoi abiti e nient’altro, a parte un libro, Lettera al padre di Kafka. M’accorgo che fra le pagine ci sono tre lettere. Non resisto al...

Delft, il mio Vermeer: un viaggio tra la luce delle tele e l’ombra dei silenzi

(Introduzione a Daniela Barone). L’arte ha il potere di muovere i passi dei viaggiatori, trasformando una suggestione visiva in un itinerario dell'anima. Questo viaggio a Delft nasce proprio così: dal desiderio profondo di ritrovare la luce, le atmosfere e il silenzio sospeso che Jan Vermeer ha saputo immortalare nelle sue tele, rendendo eterno il quotidiano della sua città natale. (Daniela Barone). L'ispirazione: la "Veduta di Delft" L’estate scorsa decisi di partire per l’Olanda, Delft, precisamente. Ero stata ispirata da un libro d’arte su Vermeer in cui avevo ammirato la celebre “Veduta di Delft”. Si tratta non di un semplice panorama della sua città natale ma di una sorta di ritratto quasi fotografico, con soffici nuvole gonfie di pioggia sul placido fiume, due chiese sullo sfondo e il canale in cui si riflettono i tetti a campana delle case di mattoni rossi. Sulla riva alcune minuscole figure umane che raccontano storie quotidiane fissate in un attimo di tranqui...

Mare d’autunno, ascoltarsi mentre si avvicina la notte

(Introduzione a Cristina Podestà). In una fredda e inquieta giornata autunnale, l'eco del mare accompagna un viaggio tutto interiore. L’autrice ci conduce attraverso una lucida riflessione di stampo pirandelliano: un percorso intimo fatto di smarrimenti, lacrime e silenzi necessari, volto a spogliare l'anima dalle maschere quotidiane per ritrovare, finalmente, la propria autentica libertà. (Cristina Podestà) Il richiamo del mare e il gioco delle maschere Gocce di pioggia, il vento sulla pelle e il mare. Giornata autunnale freschina, la giacca sulle spalle non basta. Il mare urla il suo disappunto. E io cerco te. Che poi sono io. Cerco quel che sono, cerco chi ero, perché non mi riconosco. Ho provato in ogni modo a ritrovarmi tramite gli altri. Ma nulla da fare. Pirandello docet. Maschere! Indossiamo maschere per cui non possiamo vederci realmente. Con un amico sono una persona, con il mio amore un’altra, con un familiare un’altra ancora. Lo smarrimento e la forza di ritrovarsi ...

Zattera o gabbia: la fine dell’illusione e il prezzo della realtà

(Introduzione a Ilaria Caloisi). Irrequieta e ribelle sin da piccola, Ilaria si sente attratta da mondi lontani e dalle diversità culturali. Ha collaborato con una Ong e lavorato in Africa. Ama il teatro e si diletta a fare l’attrice. Ma è solo scrivendo che riesce a dare concretezza ai suoi pensieri e a districare le sensazioni più nebbiose. La scrittura l’accompagna costantemente, per diletto e per lavoro. Cosa porterebbe con sé su un’isola deserta? Una penna, appunto. Nel testo che segue, l’autrice ci guida attraverso la dolorosa ma necessaria demolizione di un amore totale, nel momento esatto in cui il sogno si scontra con la realtà. Una prosa densa, viscerale e a tratti squisitamente teatrale, che fotografa l'istante in cui si decide di scendere dalla nuvola, svestire gli abiti di scena e ritrovare, finalmente, la propria identità. (Ilaria Caloisi). Blatera il mio cervello effluvi di pensieri ostracizzanti. Che dovrei fare? Forse negare di avere investito il cielo del tuo eter...

Le chiamano scadenze: le auto elettriche tra transizione green e costi umani

(Introduzione a Alì Abdelmohsen). La lotta al cambiamento climatico ha imposto una tabella di marcia serrata alle economie occidentali. Tuttavia, dietro la promessa tecnologica delle emissioni zero si nasconde un costo umano devastante che la geopolitica e il mercato tendono a ignorare. L'autore esplora le profonde contraddizioni della transizione ecologica globale. (Alì Abdelmohsen). Il punto di non ritorno: la soglia degli 1,5 gradi Per molti di noi la vita è fatta di scadenze e ognuno ha le sue. Ma c’è una scadenza che accomuna tutti noi. Non è un limite temporale, ma è un numero: 1,5 gradi. Oltre il quale, dicono gli scienziati, esiste solo il punto di non ritorno.  Il cambiamento climatico a cui stiamo assistendo ci sta mettendo davanti a un bivio dal quale non possiamo sfuggire, andare verso il collasso totale o cambiare rotta. Il tema è stato affrontato e viene costantemente discusso negli incontri del G20, G7 e soprattutto nel Parlamento UE che, nel 2021, ha promulgato il G...