L’albero, la foresta e l’eterno rischio dell’Aventino

di Paolo Brondi

La carenza dell’immaginazione a comprendere le opposizioni come potenza o molla del fare, dinamico e creativo. Nella scorsa estate, fino all’autunno inoltrato, abbiamo assistito a un’aspra battaglia, ingaggiata, a fini di egemonia del sì o del no, un gioco a scacchi, con rinnovate mosse simili. Due opposte vitalità dello spirito umano. Da una parte, la predilezione a vedere l’albero, dall’altra la foresta.
Alla chiarezza e libertà dell’albero si preferisce l’opacità e l’intrico della foresta, per esigenza di opporre proprie verità a supposti errori e di lacerarsi nell’infelicità dell’opposizione, priva della luce del fare comune. Di contro, il bisogno civile, umano o morale, vive ed esige non di creare una costituzione più perfetta e mirabile di quella già consolidata negli anni, ma di ritrovare e di riconquistare il dono della libertà avvilita e smarrita; la gioia del vivere laborioso, smorzata dalle cupe bramosie; il rigore e l’ordine della ragione, imbarbarita dalla corpulenta vitalità; la serenità della cultura, offuscata e isterilita per fiacchezza di ideali o per grossezza della materialità del sentire. Bisogni che non meritano un ricorrente Aventino ma soddisfazione di giorno in giorno, nel corso di un’esistenza dura e severa quanto generosa e reciprocamente adeguata.

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