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Liberi ed eguali


(ap) Risale alla notte dei tempi l’idea di una legge scritta. Incisa faticosamente nella dura pietra. Vergata da mani sapienti su preziose pergamene. Battuta a macchina sulla comune carta. Digitata sulla tastiera del computer ed infine affidata a supporti magnetici di silicio, nuovo spazio privilegiato della conservazione della parola scritta.
Un percorso infinito, volto a realizzare il medesimo obiettivo. Vincere la precarietà del tempo presente, supplire alla troppo corta memoria umana, affidare le regole del vivere civile a qualcosa di più duraturo del breve spazio della singola vita, diffidando dell’insicura oralità come lascito giuridico del sapere antico alle nuove generazioni, e anche del ricorso a incerte o fragili consuetudini. 
Di tutt’altra dimensione temporale appare il disegno della Costituzione, storia tanto breve, a confronto della narrazione giuridica iniziata millenni addietro, da consentirci di guardare ad un passato che può definirsi, senza timori, addirittura recente e di scorgerne le tracce che l’hanno generata. Il lungo cammino del potere si è incrociato con quello delle persone, orfane dapprima di diritti, poi sempre più coscienti e attente a rivendicare le loro ragioni. Gli uomini e le donne non più sudditi del sovrano assoluto, ma cittadini di uno stato. Lo stesso potere statale limitato ma anche legittimato dalla sovranità popolare.

La storia costituzionale italiana ha tratto origine così dai moti liberali dell’800, e dal risorgimento, concretizzandosi dapprima nello Statuto albertino del 1848 e poi nel testo della Costituzione repubblicana di un secolo dopo nel 1947, all’esito della lotta antifascista in nome della resistenza alla barbarie e all’assolutismo.
Una storia permeata dalle più importanti tradizioni culturali italiane (liberale, cattolica, socialista) che, attraverso i loro rappresentanti, hanno saputo raggiungere punti di equilibrio irrinunciabili nel testo della Costituzione italiana.
Oggi i rapporti tra vita e tecnica, tra spazio e tempo, tra potere e diritti, tra sopravvivenza e crescita impongono al diritto, nell’era della globalizzazione, un vasto ripensamento in cui possono consumarsi clamorose rotture e maturare novità imprevedibili.
L’equilibrio tra politica, economia, vita sociale, lavoro e istituzioni è stato spesso forzato sino a sgretolarsi, smarrendo forza, proporzione, persino dignità. La società è apparsa lacerata da diseguaglianze e discriminazioni, per lo più a danno delle nuove generazioni o dei più deboli.
Eppure, alla fine, pur nella consapevolezza di tutti i limiti e di ogni contraddizione, ciò che rimane da custodire e da valorizzare è il progetto di estendere ad ogni cittadino quei diritti conquistati in una lotta che ha attraversato gli ultimi secoli giungendo a risultati che meritano di essere ricordati specie quando il racconto della nostra vita si fa difficile e offre sensazioni di insufficienza, di arretramento, di tradimento.
Il richiamo alla Costituzione e ai suoi valori può costituire il passaggio necessario per rassicurare gli individui, garantire la convivenza e lo sviluppo, rinvenire, al termine di processi storici che hanno sovvertito il mondo, una fruttuosa connessione tra vita e diritto.
Allora, può capitare anche di sorridere, di ritrovare fiducia e speranza, di lasciarsi andare ai progetti, convinti dalle parole fantasiose e incantate con cui Roberto Benigni ha definito la nostra Costituzione: “La più bella del mondo”.

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