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Quel bar di Milano, al Carrobbio

Piccoli locali di un tempo: i suoni, gli odori, le voci. L’atmosfera perduta

di Marina Zinzani

La prima cosa che si sentiva, entrando nel bar di mio nonno, era il profumo del caffè, un profumo denso, amarognolo, che entrava nelle narici pizzicandomi il naso.
Subito la mia attenzione andava ai manifesti dei cinema Roma ed Eliseo, appesi alle pareti. Mi soffermavo lì davanti parecchi minuti, e li guardavo, li guardavo, finché i personaggi prendevano vita e sembravano uscire dai manifesti: ora un guerriero, ora un gigante con un occhio solo, ora un pistolero, ora un indiano. Quel mondo di carta si animava, e il bambino lì davanti era come se fosse preso, portato lontano in qualche isola misteriosa, in un terreno di guerra, il cuore in sussulto.
Mia madre parlava con suo padre, mentre la porta che si apriva lasciava entrare l’aria gelida di una Milano invernale.
Rumore delle tazze, della macchina del caffè. Le signore che arrivavano togliendosi i guanti, gli uomini con il cappello. Parlavano tutti con mio nonno, discorrevano del tempo, e di tante cose che non capivo.
Dopo un po’, mi soffermavo su altri cartelloni pubblicitari, spesso ce n’era uno del circo. Adoravo il circo, ci andavo, ero affascinato dagli animali e il leone mi era apparso la prima volta come l’animale più bello del mondo, sontuoso, reale, immenso.
Io ero piccolo, piccolo in quel bar frequentato da grandi, arrivava anche il padre di Tony Renis delle volte, arrivavano dei pittori, e spesso regalavano a mio nonno dei piccoli quadretti di Milano.
Ombre Rosse, Mimmo Rotella

Le sigarette prendevano anche loro la mia attenzione: conoscevo tutte le marche, sapevo ogni particolare delle scatole colorate che animavano gli scaffali del bar. Ci giocavo, creando una pila di una marca, una pila dell’altra.
Ricordo il giorno che mio nonno era tornato dalla fiera: aveva comprato la macchina del caffè nuova. Pochi giorni dopo questa arrivò. Lucida, argentea, la guardavo e la toccavo come si guarda un’auto nuova. Il cappuccino e la sua schiuma, panna, panna, che mia madre disse di pulirmi dalla bocca.
Stampe antiche alle pareti: Milano di altri tempi, foto in bianco e nero, i Navigli.
Mia madre lungo la strada si fermava spesso all’edicola, e mi comprava le figurine. E allora, arrivati al bar, io mi sedevo in un angolo e aprivo quelle buste magiche, da cui sarebbero usciti i miei eroi. Li mettevo in fila, questa ce l’ho, la devo scambiare con qualcuno a scuola, questa mi mancava, evviva! Compagni di vita, i giocatori, compagno il calcio e le sue emozioni. In sottofondo, il seltz e le bollicine magiche che finivano in bicchieri colorati.
Mio nonno c’è ancora da qualche parte, alto, signorile, con la sua gentilezza squisita verso tutti. Mi aspetto di rivederlo, dietro il balcone del bar, mentre serve il caffè e si ferma a parlare con i suoi affezionati clienti.
Mi aspetto di rivederlo, in una bolla che ha sigillato il tempo, rendendoci sempre uguali, lui grande, il mio amato nonno, io bambino.
Da qualche parte c’è ancora quel bar, continua la vita di quella Milano più gentile di adesso. Da qualche parte, ma ho dimenticato l’indirizzo.
C’è una gelateria oggi, al posto del bar. Entrano ed escono in fretta i clienti, locale dai colori sgargianti e tanto senso di freddo. Si va veloci, è questa Milano, oggi.

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