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Il quarto platano

I vecchi platani vittime della modernità, una storia di altri tempi che si mostra attuale: metafora del sacrificio della bellezza storica

di Paolo Brondi

Si snoda con molta vivacità la campagna elettorale per il 2017, a Forte dei Marmi. Una possibile ispirazione si può trarre da una tradizione felice: quella del “quarto platano”, da cui deriva la difesa della ricchezza della cultura, non meno importante, per la vita di una città, di quella economica.
A testimonianza di tale difesa è la memoria di una giornata particolare, narrata dalla penna di un grande interprete di quella tradizione, il toscano Enrico Pea (1881-1958).
«Non immaginavo il dispiacere iniziale, che avrei avuto arrivando al Forte dei marmi, stamani, quando sono partito da Lucca. Sulla porta del "caffè Roma", qualcuno ha levato le braccia per farmi festa. Zoppicando il caffettiere Balderi, mi si è mosso incontro. “Lo sapevo che lei ci sarebbe rimasta male!”.
Io guardavo incredulo, in terra, le quattro buche, da poco riadese al selciato: i “vandali” dell'amministrazione comunale hanno divelto i platani che stavano qui a utilità e decoro da settant'anni.
Al posto di quegli alberi paesani e ombrosi han posto alberelli con aiuolette di fiorellini assetati. "Gentilini", li chiama l'assessore: “Che ci stavano a fare i platani vecchi, sotto cui sonnecchiavano all'ombra i cavalli attaccati e i vetturini a cassetta delle carrozzelle, all'usanza giardiniera, come al tempo di Garibaldi ?”.
Dominandomi, per non urtare con parole roventi l'assessore, ho parlato della bellezza della piazza, proprio perché ottocentesca. Ho insistito che non andasse toccata con falsi abbellimenti. Né va rimossa la fontana, messa all'ombra dei quattro platani. Ho tentato di lodare il fortino granducale (che del resto è a stemma sulla bandiera del paese).
E, la campanella che, dal sommo, martellò a raccolta, nelle ore di pericolo, quando il paese era borgata di miseri marinai. Ricordi che non disonorano. E fare di questa piazza un paesaggio alla moda, come ce ne sono centinaia, ricopiate sulle riviste di bastarda urbanistica, non è ingentilire, non è aggiornarsi, non è distinguere, ma standardizzare. Sì che un foresto non ricorderà questo tra gli altri cento paesi».

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