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Il cavalluccio marino, un nome ritrovato e una riconciliazione 🌊

cavalluccio marino ritratto in fondo al mare
(Introduzione a Daniela Barone). In questo racconto intimo e coraggioso, l’autrice affronta uno dei temi più complessi dell'animo umano: l'elaborazione di una perdita invisibile. Attraverso una visione onirica popolata da creature marine e simbolismo biblico, il testo ci conduce nel cuore di una scelta dolorosa, ricordandoci che dare un nome alle cose è l'unico modo per farle esistere e, infine, per potersene congedare. Una testimonianza che non cerca giudizio, ma comprensione, celebrando quel "filo di seta" che lega la memoria di chi non è nato alla forza di chi lotta per restare.

(Daniela Barone) ▪️

Il torpore e il richiamo del mare

È tardi ma non mi decido ad andare a letto. Come tante sere mi accoccolo sul divano davanti al televisore. Scorro i vari canali finché un documentario della National Geographic attira la mia attenzione. Si tratta del Mar Rosso, che meraviglia! Ci ero stata in vacanza due anni fa e ricordo ancora vividamente i tanti pesciolini multicolori attorno a me, timorosa di restare sott’acqua, nonostante la bellezza dei fondali.
Riemergevo di continuo per prendere fiato, felice come una bambina. Il documentario mostra creature affascinanti che nuotano fra alghe e coralli.  Riconosco il pesce Napoleone, la razza e un delizioso cavalluccio marino. Un certo torpore mi coglie anche se cerco di rimanere sveglia.
bambino ripreso di spalle mentre corre un prato ed è lasciato libero dalla mano della mamma

L'incontro nel sogno: Lorenzo

Sono diventata anch’io parte del mare. Nuoto senza timore e mi avvicino incuriosita al cavalluccio marino: ha un corpo corto che termina con una lunga coda quadrangolare. Si aggrappa saldamente alle alghe, poi esce e si muove aggraziato in posizione verticale. Noto con stupore che non ha il colore tipico della sua specie: è di un azzurro brillante che quasi si confonde con l’acqua. Mi guarda e ho l’impressione che mi conosca. Sembra sorridermi mentre volteggia accanto a me.
«Finalmente, ti aspettavo, sai?» 
Sono sbigottita: mi sta parlando come se fosse un essere umano e mi racconta di aver visto ben poche cose nella sua vita. Ricorda di essere stato in acque tiepide e buie per qualche tempo. A fargli compagnia solo un battito di cuore, una voce giovane di donna e tanti suoni soffusi. All’improvviso era stato strappato dal suo abitacolo accogliente: il dolore era stato atroce. 
Aveva fatto appena in tempo a intravedere uno strumento tagliente e una bacinella fredda d’acciaio dove era stato posto fra sangue e garze. Più in alto aveva intravisto un telo verde e un ciuffo di capelli biondi, prima che l’oscurità lo avvolgesse. Quando aveva aperto gli occhi si era trovato in una distesa liquida azzurra popolata da pesci grandi e piccoli. Gli piaceva il suo nuovo habitat ma restava in lui un senso di incompletezza, di nostalgia per chissà chi e cosa.
Sono allibita. L’esperienza traumatica che mi ha narrato non mi è estranea, no. Tremo nel guardare questo esserino e capisco subito che il cavalluccio marino è il mio bambino mai nato.
Non devo esprimere a voce i miei pensieri. Lui sa leggerli nella mia mente, me ne rendo conto. 

La necessità del nome e il risveglio

Gli trasmetto il mio rimpianto per non avergli permesso di venire al mondo. Credevo di fare la cosa giusta per lui ma mi sbagliavo. Povero piccolo, strappato da me in una grigia giornata londinese. Non avrebbe mai succhiato il latte caldo e dolce dalle mie mammelle. Mai avrebbe provato il dolore delle ginocchia sbucciate nei giochi di bambino.
Non si sarebbe innamorato di una donna che forse lo avrebbe lasciato malamente, né si sarebbe commosso per un tramonto o un arcobaleno.  E neppure avrebbe conosciuto la gioia di avere un figlio e la disperazione di perdere i vecchi genitori. Potrei continuare all’infinito a elencargli le mille esperienze felici e tristi che pure rendono la vita qualcosa di unico e irrinunciabile ma lui, piccolo e apparentemente indifeso, mi prega di non parlare più.
Ha un solo desiderio, mormora. Vorrebbe esistere veramente, lasciare il mare e volare nel vento, fra le nuvole. Da lì potrebbe vedermi sempre, dice. Ma per realizzare questo suo sogno, povero cavalluccio azzurro, ha bisogno di un nome. Mi sento in sintonia con lui e capisco la sua necessità. Non esiste ciò che non ha un nome, in effetti. 
Mi tornano alla mente i passi biblici della creazione del mondo: ‘Dio, il Signore, avendo formato tutti gli animali dei campi e gli uccelli del cielo, li condusse all’uomo per vedere come li avrebbe chiamati…’ Dare un nome alle cose significa farle esistere, rifletto.
Con le lacrime agli occhi accarezzo il cavalluccio e lo chiamo per la prima volta con il suo nome, Lorenzo. Lui si avvicina a me: è morbido e profumato come un neonato. 
«Mamma», sussurra.
Non servono altre parole. Un flusso d’amore ci avvolge e ci travolge, intenso e inaspettato.
Chiudo gli occhi commossa. Quando li riapro vedo muoversi nel fiotto salato un bambino biondo con gli occhi azzurri che tanto assomiglia ai suoi fratelli da piccoli. Mi sorride e mi saluta con la manina paffuta. Il cavalluccio marino è diventato il mio Lorenzo che ha lasciato per sempre le onde per le nuvole bianche e vaporose. 
Il volume più alto della televisione che ora sta trasmettendo un messaggio pubblicitario mi risveglia riportandomi bruscamente alla realtà.  Tocco le guance ancora bagnate dalle lacrime e mi riprendo a fatica. Mi alzo dal divano per prepararmi un tè caldo. Ne ho proprio bisogno.
ecografia del ventre materno in attesa stampata e affissa in un pannello

La vita che trionfa

Sei mesi dopo la mia esperienza la legge 194 aveva permesso e regolato l’interruzione volontaria di gravidanza nel nostro Paese. Per il gioco curioso e a volte crudele delle coincidenze della vita, il mio terzo bambino nacque proprio lo stesso giorno del mio aborto. Ricordo di aver contemplato le sue manine minuscole, la perfezione dei suoi lineamenti delicati e mi ero turbata al ricordo del mio bambino mai nato. 
Ci volle molto tempo per elaborare quella perdita e francamente, ancora oggi non sono certa di averla superata del tutto.  Sono vicina alle donne che, come me, hanno dovuto prendere una decisione sicuramente dolorosa, anche se a volte inevitabile. Com’è possibile accettare serenamente lo strappo della carne della tua carne, la soppressione di quella che non è ancora una vita ma ha i presupposti per diventarla?
Mi torna alla mente Cecilia, la mamma del mio terzo nipotino Cesare, nato alla trentunesima settimana dopo due aborti spontanei. Lei ha paventato la sua perdita per due lunghi mesi in cui il piccino ha lottato per sopravvivere. Proprio come il condottiero romano da cui ha preso il nome, Cesare si è dimostrato agguerrito nel superare le tante avversità. Forza piccolo, pensavo.
Tenendolo poi in braccio una volta dimesso dal reparto di cure intensive, mi ero commossa guardando i suoi capellini biondi, gli stessi che doveva avere Lorenzo. Provai un senso di pace che mi riconciliò finalmente con quel passato dolente. La vita trionfava su tutto.  
Al di là della mia fede cattolica, credo fermamente nella sacralità della vita e confido nella capacità innata del bimbo di adattarsi, superare le avversità, naturalmente attraverso il supporto amoroso di noi adulti.  Ne è un esempio illuminante Cesare, i suoi sforzi di neonato prematuro e i tanti piccoli traguardi di ometto innamorato della vita che si lancia intrepido all’esplorazione del mondo rendendo speciale e indimenticabile il mio tempo di nonna. 

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