(Introduzione ad a.p.). Il diritto si trasforma in un esercizio di stile? Tra visi perfettamente illuminati e richiami a manovre di palazzo, la sostanza della giustizia sembra scivolare in secondo piano. Una riflessione su quel narcisismo comunicativo che oggi confonde l'autorevolezza con l'inquadratura, smarrendo l'interesse della collettività.
(a.p.) ▪️
Una cronaca, tra estetica e correntismo
Scorriamo le bacheche social, osserviamo i salotti televisivi, guardiamo i video-editoriali: troviamo visi perfettamente illuminati che ci parlano di codici e riforme. Ma dietro quel volto, dov'è finita l'idea? Non si discute più del merito, ma si mette in scena una performance.
Si osserva un'esposizione che punta tutto sulla personalizzazione del messaggio: c’è chi lega la propria opinione a un’estetica curata, trasformando il ragionamento giuridico in una narrazione visiva costante, dove il volto diventa il logo dell'idea.
Dall'altra parte, lo spazio pubblico viene occupato dalla rievocazione sistematica di dinamiche interne e manovre tra fazioni della magistratura. I titoli dei giornali inseguono questo ritmo, oscillando tra il richiamo nostalgico a stagioni di "pulizia" e la denuncia di trame oscure.
L'elefante nella stanza
Il dato preoccupante è che la realtà viene filtrata attraverso lenti che la deformano: una politica del condominio applicata alle istituzioni.
• Il filtro estetico e il volto delle idee.
Quando il corpo diventa l’interfaccia principale per veicolare il diritto, il merito della questione diventa accessorio. La funzione pubblica scivola pericolosamente verso la performance individuale: non conta più cosa si dice, ma chi e come appare mentre lo dice.
• L’ossessione del correntismo.
Questo approccio riduce ogni evento a un "gioco di sponde". Di fronte a una riforma o a una sentenza, la domanda non è mai sul suo valore intrinseco per la collettività, ma su quale fazione ne trarrà vantaggio. È una politica del condominio applicata alle istituzioni.
• Il limite dei pretesti.
Questa angustia di pensiero ci impedisce di guardare l'elefante nella stanza: la crisi d'identità delle istituzioni e la necessità di un diritto che prescinda dalle carriere e dai rancori dei singoli.
Guardare oltre sé stessi
Tutti abbiamo subito torti o ingiustizie professionali, ma elevare il proprio vissuto a unico parametro di giudizio sul mondo significa restare prigionieri di un'ottica miope.
Per accedere a un orizzonte più ampio, occorre la capacità di svestirsi dei fatti personali e delle ripicche correntizie. Solo recuperando la capacità di astrazione possiamo tornare a parlare di sistema e di futuro, liberando il campo dai pretesti e da quel narcisismo che oggi satura ogni nostra piazza virtuale.

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