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Poesia, canto universale

21 marzo, giornata mondiale della poesia: una festa per chiunque rimanga incantato dalla bellezza delle parole

(ap) “La casa della poesia non avrà mai porte”. Il verso di Alda Merini (1931-2009), la poetessa del Navigli, riassume l’essenza stessa della poesia come canto che esprime l’universalità dell’esperienza umana. A lei è dedicato un festival proprio a Milano, con letture, proiezioni, spettacoli, in occasione della “giornata mondiale della poesia” che si celebra il 21 marzo, primo giorno di primavera.
È solo una delle occasioni di questa celebrazione, istituita dall’Unesco nel 1999, e diffusasi a partire dal 2000 in tutto il mondo. Altri eventi – per esempio in Italia - accompagnano questa giornata. Tra i tanti, il festival Poetry Vicenza 2017 con letture di testi e concerti in palazzi storici della città. Un incontro all’accademia mondiale della poesia di Verona sul tema La poesia come dna del mondo e lo spettacolo Omaggio a Baudelaire.
Una rassegna di letture sul tema L’Europa in versi all’accademia d’Ungheria di Roma. La manifestazione Percorsi diVersi organizzata dalla Fondazione del Corriere della sera nella quale diverse strutture universitarie cittadine e luoghi storici della città, come Palazzo Reale e Castello sforzesco, apriranno le porte a letture di poesie e dialoghi tra i partecipanti, e sveleranno la lirica del cuore scelta da personaggi della cultura e dello spettacolo.
I confini materiali e le frontiere del tempo sono attraversati da un’aspirazione alla creatività, coltivata nel ritmo delle parole, nella disposizione della voce umana sulla pagina, nella metrica. Da secoli essa ha dato nuova voce alla originaria tradizione orale dell'immaginazione poetica, esprimendo la capacità di comprendere il senso della vita come valore appartenente a tutta la famiglia umana.
La diversità delle lingue e delle esperienze personali è superata dalla possibilità di condividere una comune aspettativa di comprensione dei valori dell’uomo.
Le poesie sono diverse una dall’altra nella loro specificità, ma il linguaggio poetico è uno straordinario e misterioso collante tra le persone, da qualunque nazione provengano e quale che ne sia il ceto sociale o il convincimento politico e religioso, perché in grado di interpretare le domande sul proprio tempo e sulle circostanze vissute da ciascuno.
Voci discrete per natura, le poesie, sommesse e lievi, ma insinuanti, e talora travolgenti. “I poeti si riconoscono tra loro”, scriveva il poeta greco Jannis Ritsos (1909-1990), non già per le “grandi parole che abbagliano il mondo” o per “i gesti retorici”, ma – misteriosamente – solo “per certe cose affatto banali” e “di dimensioni segrete”.
Le pieghe della vita offrono squarci impensabili a prima vista per ritrovarsi e tessere la trama di un lungo colloquio con se stessi e con gli altri.
I dolori che spingono a disperare di sé, oscurando le prospettive di sopravvivenza e di vita, male compensati da fuochi fatui di allegria, cedono il passo ad accensioni improvvise in cui ci sembra che la fortuna ci assista e la vita sia più benigna. I naufraghi che gremiscono le acque del mare profondo percepiscono finalmente come vicina e raggiungibile l’agognata terra ferma.
La poesia è invenzione, ritmo, pensiero. Coglie momenti di fulgore lontani, che il presente rende rarefatti. Rispecchia l’attesa di gorgheggi virtuosi, rintracciati nelle pieghe dell’animo e talora nelle sue stesse storture.
Porta con sé il male di una fatica, la pena di una lacerazione, l’allegria divertita di un sorriso. Ignorata oppure esaltata, a volte è declamata a sproposito. Affida però a esili fili di seta il compito di vincere ristrettezze e scoraggiamenti.
La poesia è schiva ed appartata, forse estranea al presente. Ma proiettata verso il futuro. Resiste nel tempo e nello spazio sulle pagine ingiallite di vecchi manoscritti, nelle minuscoli stampe in mano al superstite lettore curioso della contemporaneità, nella voce silenziosa e limpida del viaggiatore in costante cammino.
Invoca certamente la luce, dove cessano il rumore e la dispersione. E dove la parola, uscita dal senso di estraneità, prima di sprofondare nell’oblio, può rifugiarsi in una magia insperata, luminosa e abbagliante.

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