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Da qui si vede il mare - A Venezia (4)

La storia di Lorenzo e dei suoi amici di infanzia Nicola e Maria. Un rapporto che non lo protegge da atti di violenza per il segreto che custodisce e che lo porta verso la tragedia. A distanza di tempo, la ricerca della verità su quel suicidio è anche l’inizio di un percorso di crescita individuale

Romanzo
di Marina Zinzani

Riassunto delle puntate precedenti
Gabicce è un luogo magico in cui fare una vacanza: questo pensano due coppie che vanno in un hotel alle pendici di un monte per fare un week-end.
Nicola e la moglie Nina hanno preso possesso della loro stanza: ma non si vede il mare come promesso nella prenotazione. E Nina è molto scontenta di questo.
Nicola non se ne cura più di tanto. L’albergo è buono, e lì incrocia un uomo che gli parla per un attimo, che gli sorride.
Quello stesso uomo, la notte, si butterà dal balcone dell’hotel.
Ritornano i ricordi, terribili, improvvisi: il suo amico Lorenzo, più di vent’anni prima, aveva fatto la stessa fine.
Nicola, Lorenzo e Maria: il trio della giovinezza, gli anni più belli della vita di Nicola. Tutto si sta riaprendo, dolorosamente.
Il romanzo è pubblicato a puntate, in queste date: 20, 23, 26, 29 novembre; 2, 5, 8, 11 dicembre 2017. Ognuna con brevi note illustrative, anche per dar conto delle puntate precedenti.

A VENEZIA
(4 capitolo)

C’era il mare anche allora, il mare di Alassio. E lì, nell’acqua fredda, si erano bagnati i piedi, con i pantaloni arrotolati in quel primo sole di maggio.
Lorenzo guardava Nicola che scherzava con Maria e lei appariva nel pieno della sua bellezza: capelli lunghi, gli occhi grigio verdi, il naso all’insù e un sorriso bellissimo.
“Appena fa più caldo ci veniamo a fare i bagni” aveva detto Lorenzo.
“Sì, prendiamo un albergo e ci veniamo” aveva confermato lei, che continuava a battere i piedi nell’acqua, felice come una bambina.
E Nicola si era bagnato le mani con l’acqua del mare e poi le aveva sfregato il volto e lei aveva protestato, “Che fai?” e allora anche lei lo aveva bagnato, si era piegata e aveva cominciato a tirargli l’acqua, e anche Lorenzo alla fine si era bagnato e poi erano andati a sedersi su una panchina al sole con i pantaloni arrotolati e i piedi scalzi.
Era quella la felicità? Nicola se l’era chiesto sempre, forse per tutta la vita…

*********

“Pronto, sei Nicola, vero?”
“Sì… Chi parla?”
“Sono Agata, ricordi… la cugina di Lorenzo…”
A quel nome, Nicola trasalì.
Dopo alcuni secondi di esitazione, lui ricordò. Agata… una ragazza magrolina, simpatica, alla buona. A suo tempo usciva qualche volta con lui e Lorenzo...
 “Agata, sì… come stai?”
“Bene, scusa il disturbo, ma sai… un mese fa è morta la mamma di Lorenzo, mia zia, te la ricordi?”
Nicola ebbe un sussulto. La figura di quella donna bionda dagli occhi azzurri, quasi blu come il figlio, emerse improvvisamente nella mente di Nicola.
Era una donna dallo sguardo malinconico che aveva dovuto rimboccarsi le maniche dopo che il marito marocchino l’aveva lasciata. Edda si chiamava, e aveva fatto da sottofondo a tanti pomeriggi felici.
Le mani sporche di farina, lei che entrava nella stanza di Lorenzo e accarezzava la spalla di Nicola con l’affetto di una madre.
“Non vedi che l’hai sporcato, mamma?” l’aveva rimproverata quella volta Lorenzo, ma lei aveva avuto un cenno d’intesa con Nicola e aveva scrollato le spalle.
Ora la donna gentile e materna che lo aveva sempre accolto come un figlio non c’era più.
Nicola sapeva che era stato vergognoso non essere più andato a trovarla e quindi al telefono riuscì solo a sussurrare “Mi dispiace…”
“Già… negli ultimi tempi era strana, come se avesse capito che era alla fine. Io e mia madre le siamo state vicine… fino all’ultimo…è andata così…”.
Nicola non sapeva cosa dire. Agata lo tolse dall’imbarazzo.
“Beh… ti ho telefonato per un motivo… Tra le cose di mia zia ho trovato dei fogli, degli scritti, che appartengono a Lorenzo… So che tu eri il suo miglior amico e che spesso parlavate di poesie, di un romanzo che stava scrivendo… “
Nicola rimase di stucco.
“Ecco, se volevi dare un’occhiata alle cose che ha lasciato…”
“Sarebbe bellissimo… come possiamo fare?”
“Potremmo incontrarci, ma vado sempre di corsa… E’ più semplice se ti spedisco tutto per posta, se sei d’accordo…”
“Va benissimo…”
“Poi mi farai riavere tutto… chiaramente…”

*********

La casbah appariva oscura, illuminata solo da qualche raggio di sole. Nei vicoli, fra i muri dipinti di blu, fra i vasi appesi e i tralci di vite, tutto sembrava sparito: le persone, la vita dei negozi, i bambini che non erano più in strada.
Era come se tutti dormissero, e la città dovesse ancora svegliarsi. Nicola camminava quasi infreddolito, si era chiaramente perso perché quei vicoli portavano ad altri vicoli e non si vedeva l’uscita.
Davanti a una casa vide delle ciotole di vernice, erano colori accesi, blu, rosso, giallo. Si accovacciò e sfiorò la ciotola con il blu, si macchiò le dita. Poi riprese a camminare, si percepivano odori nell’aria, ma nessuna voce, come se quella vita fosse dentro le case e fosse sparita dalla strada.
Effluvi di spezie, di cipolle, di cardamomo, lo portarono in un vicolo, di fronte a una casa dipinta di un rosso mattone. Forse lì c’era qualcuno. La porta era aperta. C’era un grande ingresso e una piccola piscina rettangolare, come si vedeva a volte nelle case marocchine, e c’erano piante, anche un grande quadro con una donna che stava appoggiato su un piedistallo lì, all’entrata. Sembrava un quadro di Matisse.
Nicola camminava con timore, era entrato in una casa sconosciuta, non sapeva cosa trovare. Fu invaso da un profumo di sandalo, di muschio, entrò in un salone dai pavimenti a quadri bianchi e blu, con un divano blu e una ciotola con petali di rosa rossi, camminò ancora e si trovò di fronte ad una porta socchiusa. Si udivano voci, oltre questa.
Con timore aprì lentamente la porta. C’era una vasca da bagno di rame e una donna che era immersa nell’acqua, la vedeva di spalle. Vedeva la sua pelle bianca come il latte, la nuca su cui scendeva una ciocca ondulata di capelli. Un’altra donna l’aiutava a lavarsi, raccogliendo la schiuma e facendo cadere l’acqua, delicatamente, sul suo corpo.
La donna si alzò dalla vasca, mentre l’altra le porgeva l’asciugamano, e si girò. Aveva gli occhi blu.
Nina sollevò la tapparella.
“Va bene che è sabato, ma sono le dieci, devi alzarti. E’ arrivata una busta per te…”

La busta gialla imbottita di Agata era arrivata.
Dopo essersi alzato, con trepidazione Nicola la prese in mano, tolse il nastro adesivo ed estrasse dei fogli. Erano tante carte, c’era un manoscritto battuto a macchina, poesie, una piccola agenda. La aprì. 1991.
“Dobbiamo uscire, lo sai, preparati” lo redarguì Nina.
Nicola rimise dentro le carte, accarezzando quasi la busta.

*********

Un canale, soffermarsi su un ponte e vedere fiori alle finestre di un palazzo decadente di pietra a vista. La flotta di turisti che si muove, che occupa ogni spazio, si impossessa di ogni angolo. Eppure, da quel ponte che dà su un piccolo canale si avverte qualche attimo di silenzio, come una rarefazione, e si avvertono le ombre, gli umori del passato.
Andarono a Venezia un sabato, era freddo quel giorno, ma c’era il sole che riscaldava un po’. Erano arrivati in treno, l’idea di visitare il museo Guggenheim era stata di Lorenzo, che sembrava avere ora un certo interesse per la pittura del ‘900. E così avevano deciso di passare a Venezia una notte, di vedere qualche museo, di girare per la città.
Venezia era piena di turisti come sempre, una calca che si intrometteva fra di loro, inquinava ogni visione. Eppure, qualche angolo di suggestione l’avevano trovato. Soprattutto Lorenzo, che guardava l’acqua, i palazzi e restava in silenzio. Non faceva foto, a differenza di Nicola e Maria.
Alloggiarono in una pensione scadente, mangiarono panini, percorsero chilometri. Le bancarelle con i souvenir, i vaporetti che si riempivano, fermarsi sui gradini di una chiesa: Lorenzo, che aveva in mano una guida, voleva vedere mille cose.
Nicola era stanco, eppure lo seguiva, acconsentiva a tutto quello che proponeva, e anche Maria lo seguiva, forse nel pieno della sua bellezza perché non ricercata, naturale. Era senza trucco, si era passata solo un lucidalabbra, e portava un foulard al collo dai toni verdi e arancio, i capelli lunghi sciolti, jeans e scarpe da tennis.
Avevano preso due stanze, una per lei, e una per Nicola e Lorenzo. Di fatto, dopo un pomeriggio passato a camminare senza sosta, crollarono sfiniti, con i palazzi a forma di merletto, l’acqua, i canali ancora davanti agli occhi.
La mattina dopo Nicola si alzò di buon’ora, non aveva più sonno e Venezia aveva troppe cose da offrire per starsene lì, ad aspettare che i due amici si alzassero. Si lavò, si vestì, lasciò un biglietto a Lorenzo che continuava a dormire, ed uscì dalla pensione, incamminandosi lungo i canali. Era domenica mattina, e vedere la città a quell’ora, ancora un po’ sonnolenta, gli dava una certa energia.
Camminò per un po’, soffermandosi davanti a qualche vetrina, entrando in vicoli, passando ponti. Guardava ogni tanto l’orologio, doveva tornare per ritrovare gli amici al massimo entro un’ora, così aveva scritto nel biglietto, e poi sarebbero andati al museo Guggenheim.
I vicoli, le strade come labirinti, un’indicazione chiesta ad un signore che era sbagliata: di fatto si perse, e passarono due ore, prima che tornasse all’albergo.
Non c’era Lorenzo, nella sua stanza. Il letto disfatto faceva capire che lui si era alzato, ma Nicola non trovò neanche la porta del bagno chiusa. Semplicemente non era nella stanza.
Stava quasi per bussare alla porta di Maria, che poi era comunicante alla loro, ma si fermò. Udì delle risa. La voce di Maria era ben chiara, e poi… la voce di Lorenzo. Scherzavano, sicuramente… e Nicola fece per farsi sentire, per avvertirli che era arrivato, ma si fermò… lei aveva una certa voce… strana… come se avesse improvvisamente un’intimità, una dolcezza strana verso Lorenzo.
Nicola guardò l’orologio. Lentamente, senza farsi sentire, si allontanò. Non aveva mai pensato che potesse esserci qualcosa fra di loro. Niente fino a quel momento, niente che facesse pensare a un certo rapporto… eppure erano risa particolari, Maria aveva una voce quasi languida…
Erano bastati pochi minuti e Venezia gli appariva ora diversa. Doveva rientrare il più tardi possibile in camera, non essere in mezzo. Poi, cos’avrebbe fatto dopo, cosa avrebbe detto? Niente, avrebbe fatto finta di niente. Avrebbero programmato la visita al museo, e poi verso sera avrebbero ripreso il treno. Come niente fosse.
Nicola aveva fra le mani l’agenda di Lorenzo e quel ricordo gli era affiorato nella mente. Il 5 gennaio 1991 Lorenzo aveva scritto in stampatello “Venezia”. E poi aveva scritto degli appunti qua e là, frasi di scrittori, commenti.
Faceva una certa impressione avere fra le mani la sua agenda, Nicola la strinse, serrò le labbra. Tirò un profondo respiro, non aveva scritto niente nei giorni precedenti quella maledetta sera di febbraio.
Solo un appunto, scritto in minuscolo vicino alla data del 16 gennaio, camuffato in mezzo al numero: “Maria ci ha sorpresi”.

*********

Un treno strapieno di gente che tornava a Milano dalle vacanze.
Lui e Lorenzo erano riusciti per un pelo a prendere due posti nell’ultima carrozza.
Campi di grano dorati, colline azzurre all’orizzonte, il lavoro dei contadini, tutto come un film scorreva davanti al finestrino, insieme a una leggera malinconia per le vacanze finite. Il sole ancora alto all’orizzonte riscaldava lo scompartimento.
Risate, risate di ragazze. Poi la porta si era aperta ed era comparsa lei, tutta trafelata con due grosse valigie. Con un sorriso aveva fatto capolino nel loro scompartimento. Nicola notò una bocca rossa e una fila di denti bianchissimi, un leggero vestitino bianco e sandali dorati ai piedi.
“C’è posto?” aveva rivolto lei, quasi supplicando i presenti.
Ma poi la ragazza, sorridendo, si schernì.
“No, non mi pare proprio e fece per uscire.
“Aspetta! - disse Lorenzo. – Forse se ci stringiamo un po’…”
Nicola lo guardò incuriosito, poi guardò lei che, dopo un attimo di incertezza, era tornata vicino a loro con un tocco di speranza dipinta negli occhi.
“Dai, Nicola, facciamo spazio alla signorina.”
Lorenzo si alzò e le si avvicinò prendendole le valigie e sistemandole alla meglio fra gli sguardi severi dei presenti.
“No, no, scusate, non voglio disturbare” accennò lei.
“No, non ti preoccupare. Se il mio amico si sposta leggermente, puoi accomodarti in mezzo a noi… il viaggio è ancora lungo… vai a Milano anche tu, vero?”
“Sì, sì, certo” aveva risposto lei e con eleganza aveva superato tutti gli ostacoli che si frapponevano tra lei e i due ragazzi.
Quando si sedette tra i due, il contatto e il profumo intenso del suo corpo diedero le vertigini a Nicola.
Lorenzo non sembrò accorgersene più di tanto e le porse la mano.
“Io sono Lorenzo e lui è Nicola.”
“Io sono Maria, e vi ringrazio tanto…”
Nel modo più banale si erano conosciuti, ma da quel momento non si erano più separati.

*********

Sorprendere. Stupire. Meravigliare. Forse in un sinonimo c’era la verità, qualcosa che aveva cambiato la vita di molti. Sorprendere, sorpresi. Oppure scovati, visti, scoperti. “Maria ci ha sorpresi.”
Forse Lorenzo l’aveva lasciata scritta, l’ultima verità.

C’erano stati dei bei giorni, lì, a casa del professor Riccardi. Erano dei sabati pomeriggio in un cui una decina di studenti si ritrovava dal professore, una specie di gruppo di lettura.
Alla fine era una sua conferenza, spesso lui partiva da un testo o da un mito e iniziava a parlare con la voce bassa, sempre della stessa tonalità, poi intervenivano i giovani, e le domande diventavano motivi di altre discussioni e lui, il professore, alla fine creava qualcosa di magico.
Li portava lontani, quei ragazzi, in posti arditi della mente, dove nessun altro professore li aveva mai portati. Erano sempre gli stessi, Nicola, Lorenzo, Maria, Romana, Andrea, Barbara, Guido, Ottavia, Federica e poi altri che si erano uniti. La moglie del professore arrivava ad una certa ora con una piccola merenda, un vassoio con delle pizzette, qualche pasticcino. Nicola se la ricordava ancora sua moglie, piccolina, raffinata, con i capelli biondi raccolti in un chignon, pantaloni neri e camicia sempre bianca.
E anche lui era sempre elegante, quasi un esteta: i pantaloni chiari, una giacca di lino blu con una pochette a pois bianca e blu, camicie a righe azzurrine. Aveva indubbiamente un certo fascino, non solo perché era di bell’aspetto, con i capelli grigi e gli occhiali che gli davano una certa aria da intellettuale, ma per qualcosa di misterioso che è il fascino.
E quella voce apparentemente monocorde era il mezzo per portare una sorta di piacere alla mente, portava quei ragazzi dentro l’antica Grecia, dentro la Prima guerra Mondiale, dentro gli ossi di seppia della Liguria, dentro, e in questo entrare dentro, quei ragazzi vivevano momenti unici, che non avrebbero più ripetuto, che forse avrebbero rimpianto. Perché dopo, dopo il diploma, dopo anni e anni di lavoro, dopo le responsabilità di famiglie che si creavano, rimanevano così pochi momenti per parlare veramente, forse non si parlava davvero più. Non come allora, non come in quella stanza.
A Nicola sembrava di vederlo, il divano ocra su cui stavano Barbara, Romana, Maria. Sembrava di rivederle, loro, con le gonne lunghe anche fino ai piedi, Romana portava le trecce, era quella che faceva le domande più acute, e poi c’era la poltrona dove si metteva Lorenzo, quello era il suo posto fisso, e Nicola per un attimo se lo ricordò bene, con il gomito sul bracciolo, la mano appoggiata al mento.
Se c’era una verità, era la verità che erano stati felici in quella casa. Dopo non lo sarebbero più stati, non con quella leggerezza, non con quella curiosità. Non con quella sensazione di avere davanti tutto, quel tutto di opportunità, di entusiasmo, di sogni, prima che la vita facesse evaporare ogni cosa.

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