(Introduzione a Daniela Barone – Commento a.p.). La cronaca nera ci ha abituati alla narrazione della brutalità, del conflitto e del legittimo sdegno. Raramente, però, ci costringe a fermarci davanti a un gesto che scuote le nostre categorie interpretative.
La vicenda di Davide Cavallo, il ragazzo di 22 anni rimasto gravemente invalido dopo un’aggressione in Corso Como a Milano, ha preso in aula di tribunale una piega inaspettata: quella di un abbraccio e di un dialogo sul perdono con i suoi assalitori.
Riceviamo e pubblichiamo questa toccante lettera aperta scritta da una nostra collaboratrice, che ha scelto di rivolgersi direttamente a Davide, stabilendo con lui un ponte intimo tra generazioni, storie ed esperienze di vita diverse.
(Daniela Barone).
Una ferita nel cuore della movida
Caro Davide, quando ho letto la tua storia mi sono commossa. Sai, ai settantenni le lacrime sgorgano facilmente; forse succederà anche a tua nonna. Quello che ti è capitato mi ha indignato: a soli 22 anni sei stato aggredito e rapinato la notte del 12 ottobre 2025 in Corso Como, cuore della movida milanese, da «cinque ragazzini arrabbiati con il mondo».
Il giovane che ti ha accoltellato per soli 50 euro, Alessandro Chiani, non è il solito extracomunitario non integrato ma un italiano proprio come te, un ragazzo della Monza bene. Sconterà venti anni e dieci mesi di reclusione, mentre tu che amavi ballare e arrampicarti sugli alberi come un ragazzetto, sarai condannato tutta la vita a un’invalidità permanente.
L'abbraccio inaspettato in aula
Davide, dici di essere una persona buona e lo hai dimostrato. Sei circondato dall’affetto di una famiglia numerosa e da tanti amici sinceri. Studi Economia dell’Arte in inglese, sei leale, gentile, innamorato della vita e hai un forte senso di giustizia. Sapessi quanto mi ha colpito leggere quanto è accaduto in tribunale.
In un momento di pausa chiedesti al tuo avvocato di poterti avvicinare al tuo aggressore e all’amico egiziano che quella notte era rimasto fermo senza far nulla. Lui, dopo averti consegnato una lettera, ti sussurrò: «Potresti essere mio fratello. Mi sento in colpa. Ti chiedo scusa». Parlaste per alcuni lunghi minuti. Vi abbracciaste.
Quando venisti a sapere dell’età dei tuoi aggressori, fosti incredulo e dispiaciuto per la loro condanna. Dicesti a tuo padre che erano «troppo giovani per non vivere il mondo». Eppure anche tu lo eri. E diversamente dai tuoi assalitori, non potevi più usare le gambe. Nonostante questo hai raccontato che quella sera fatidica saresti potuto diventare loro amico. Non ti sembravano cattivi ma solo frustrati.
Quando il cuore perdona e il corpo aspetta
Non so se sei credente come me ma forse avrai studiato in Arte il quadro di Tiziano Gesù Cristo e il buon ladrone, un esempio sublime di perdono che si traduce nel premio del Paradiso per il malfattore pentito. Anche tu, pur nella tua semplice umanità, hai scusato chi ti aveva fatto tanto male.
Curiosamente hai aggiunto che non sai se e quando riuscirai a perdonare fisicamente: «Il cuore perdona, il corpo invece ancora aspetta. Sta fermo e non capisco se ha paura o soffre». Sapessi come ti capisco. Nella sofferenza morale per un amore sbagliato anche il mio corpo si era ammalato e mi servì molto tempo per guarire anche nel fisico.
«È stato un abbraccio semplicissimo, molto tenero, molto forte» hanno raccontato i legali presenti in aula. E tuo padre aveva dichiarato alla stampa che, sebbene il perdono non cancelli il male subito e non elimini le responsabilità, può comunque impedire all’odio di distruggere altre vite e di generare altro dolore.
Sei evidentemente cresciuto in una famiglia di spessore che ti ha trasmesso grandi valori, oggi dimenticati o ridicolizzati. Per questo sei riuscito a non detestare chi ti ha rovinato la vita per sempre. Le tue parole sono preziose e rare come i diamanti: «Non odio. Se sei veramente in grado di metterti nei panni di chi dovresti odiare, forse sei in grado anche di perdonare. Ho compassione per loro e li abbraccio».
Il confronto con il proprio vissuto
Sei bello, Davide. Hai il sorriso dolce dei miei figli, sai? Chissà quante volte ti sarai domandato: «Perché proprio a me?». Fino a ieri eri come loro: correvi, facevi sport, cantavi, ballavi, viaggiavi. Però non ti sei abbattuto e hai persino ammesso che non ti sei mai sentito "tanto vivo e nuovo" quanto dopo aver visto la morte in faccia.
La tua scelta scandalosa di perdonare quei ragazzi ha spiazzato anche me, donna ferita nello spirito da chi diceva d’amarmi. Sono passati più di vent’anni, sai, ma francamente non so se ho perdonato quell’uomo. Ho dimenticato le angherie subite, certo, ma il perdono è un percorso lungo e complesso che non sono ancora pronta a intraprendere.
Mi vengono in mente persone tanto più colpite di me dalla sofferenza, come la vedova di Aldo Moro, figura di spicco degli Anni di Piombo che avrai studiato sul libro di storia: lei non perdonò mai i responsabili dell'uccisione del marito né la classe politica dell'epoca. E che dire di una persona a te più familiare, il padre della povera Giulia Cecchettin, uccisa brutalmente dal suo ex fidanzato? Pur non escludendo l’idea del perdono, il signor Gino vorrebbe subordinarla a un percorso di pentimento autentico e a una riabilitazione da parte del colpevole.
Le molteplici strade della coscienza
Del resto, caro Davide, ognuno di noi ha reazioni diverse sul perdono: può diventare un atto liberatorio ma può anche scatenare comprensibilmente forti resistenze. Se l’offesa ricevuta è stata particolarmente grave, diventa quasi sempre impossibile. Per quello che mi riguarda, mi risulta molto più arduo perdonare me stessa che la persona che mi fatto male.
Tu non hai nulla da perdonarti, anzi, il tuo comportamento rivela un animo nobile. Io, per contro, resto invischiata nel "Come ho potuto" al pari di chi diventa giudice spietato dei propri sbagli. Eppure, grazie al perdono ogni errore diventa prezioso perché ci migliora e ci fa crescere.
La tua sensibilità, rara nella nostra società, è un regalo prezioso che ci hai fatto e che, malgrado le difficoltà, ti aiuterà a trovare in essa il posto che meriti.
Ti abbraccio calorosamente per ciò che hai saputo fare, per il ragazzo che sei e per l’uomo splendido che diventerai strada facendo. Una mamma
(a.p.).
Il mistero di una scelta
Uno stupore che ci spiazza
Leggere questa lettera, ed entrare tra le pieghe della storia di Davide, lascia addosso una sensazione densa di sorpresa e di stupore. Gesti così eclatanti, così apparentemente distanti dalla reattività a cui la società contemporanea ci educa, ci spiazzano. Ci costringono a un silenzio riflessivo. Viene naturale domandarsi: perché questa storia ci tocca così nel profondo?
Il gesto di Davide come specchio
Forse perché, inevitabilmente, tendiamo a mettere a confronto il gesto di Davide con la nostra esperienza personale. Lo interpretiamo alla luce del nostro vissuto, usandolo come uno specchio. In quel ragazzo che abbraccia chi gli ha tolto l'uso delle gambe, vediamo indirettamente noi stessi e misuriamo la nostra capacità di reazione di fronte all'offesa, al torto o al trauma subito.
Davanti a una scelta così radicale, qualcuno di noi potrebbe persino aver pensato, intimamente, che quel perdono sia "imperdonabile". Eppure, proprio in questo cortocircuito, sentiamo la necessità di sospendere il giudizio, di dare tempo alla nostra riflessione, rifiutando una risposta immediata o di pancia.
I sentieri del perdono
Il perdono, in fondo, resta un territorio misterioso. Segue itinerari sotterranei, intimi e personali, ognuno diverso dall’altro. Per questo è, per sua natura, radicalmente ingiudicabile dall'esterno.
Ciascuno di noi è solo di fronte alla propria coscienza. Nel ripiegamento su di sé che segue a un grande dolore, risiede la dignità suprema della decisione di ogni individuo: si può scegliere di perdonare, oppure si può negare quel perdono.
E quando lo si nega, spesso non lo si fa per alimentare l'odio o la vendetta, ma per l'impossibilità di accettare ciò che l'anima considera imperdonabile. È un atto di fedeltà a sé stessi, al proprio sentire e, per dirla con le parole di Massimo Recalcati, alla "legge del proprio desiderio".
La dignità di ogni scelta
La grandezza di Davide non cancella la legittimità di chi non riesce, o non vuole, perdonare. Ci ricorda semplicemente che, nel labirinto della sofferenza umana, ogni percorso verso la guarigione ha una sua unicità, e la sua stessa, indiscutibile dignità.


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