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Il vecchio contadino

Tra i ricordi dell’infanzia, nella biblioteca del nonno


di Laura Maria Di Forti

Massimo possedeva una casa a Cortona, il paese di suo nonno. Era una vecchia villa appena fuori città con un filare di cipressi a delimitare il giardino e un ampio cortile dai grossi vasi di lantane gialle e rosse.
Essendo un giovane architetto d’interni, da quasi due anni aveva ammodernato la grande casa col desiderio di ridare vita a quelle mura ancora vivide nella sua memoria e aveva buttato tante cianfrusaglie, polverosi scatoloni pieni di vecchie cose, riviste, oggetti, inutili orpelli ormai centenari, indecorose carabattole care solo a chi li aveva viste nuove, fiammanti nel loro splendore antico.
Poi, aveva ridipinto pareti sbreccate, messo nuovi arredi, illuminato stanze buie e disadorne, e aveva ridato vita a quelle mura antiche che avevano visto i capricci di tanti bambini che poi erano divenuti adulti e infine vecchi. Generazioni e generazioni si erano avvicendate in quella casa per decenni con i loro discorsi, i canti, i balli, le discussioni e i volti, ora sorridenti, ora piangenti.
C’erano state le guerre e poi la pace e la ricostruzione e infine i giovani se ne erano andati nelle città, prima per studiare, poi per lavorare. Quella casa, piano piano, si era svuotata. Negli ultimi anni erano rimasti solo i vecchi a custodire i ricordi, a lasciare che i suoni antichi risuonassero in quelle stanze abbandonate. Poi, Massimo era rimasto solo, l’ultimo erede di quelle mura un tempo gloriose di vita e di suoni.
Così, molto legato com’era ai ricordi teneri dell’infanzia, non aveva voluto cedere la grande casa a ingordi turisti ma aveva preferito tenerla per sé, magari costringendosi a lunghi spostamenti nei fine settimana soleggiati o nelle vacanze natalizie quando l’aria è gelida ma l’atmosfera magica.
Fu nel tardo pomeriggio della Vigilia di Natale che Massimo ricevette la visita di un uomo molto anziano, un vecchio contadino un poco barcollante sulle gambe, la schiena ricurva e due mani nodose che tradivano le grandi fatiche alle quali era andato incontro durante tutta la sua vita.
Disse di chiamarsi Giuseppe e si mise a parlare con Massimo di una importante amicizia con il nonno che lui chiamava Don Pietro con grande rispetto. Raccontò vari episodi che li avevano visti protagonisti di molte avventure, soprattutto episodi risalenti all’ultima guerra, quando erano poco più che ragazzi e avevano rischiato di finire fucilati dai tedeschi.
Mentre il vecchio contadino parlava, aiutato anche da un bicchiere di buon vinello toscano, Massimo sembrò riconoscere in quel viso rugoso il volto sorridente di un uomo che tanti anni prima, quando era ancora un bambino indisciplinato, lo aveva riportato a casa durante un temporale. Il nonno aveva ringraziato tanto l’uomo donandogli un libro perché, gli aveva spiegato poi, quel contadino era un grande saggio e un gentiluomo romantico. 
Giuseppe era molto incuriosito dai lavori di ristrutturazione della grande casa e Massimo lo accompagnò in ogni stanza per mostrargli tutte le modifiche effettuate. Il vecchio guardava ogni cosa con stupore, mostrando un interesse insolito per la sua età.
Poi, quando arrivò nella sala dove una grande biblioteca in legno riempiva un’intera parete, disse che quella esisteva da sempre, e se la ricordava bene perché spesso Don Pietro da lì prendeva dei libri che poi gli leggeva.
“Questi libri però non li ho mai visti” disse a Massimo.
“Sono riviste di design, libri di arredamento d’interni, fotografie di mobili di grandi artisti” rispose il giovane con aria trionfante. 
Il vecchio lo guardò sorridendo, gli occhi cerulei divenuti acquosi per l’età.
“Don Pietro mi leggeva dei brani tratti dai libri di questa biblioteca. Lui era un uomo colto e mi spiegava tante cose, anche le poesie. La più bella per me è quella del pastore e della luna” disse porgendo a Massimo un libricino vecchio dalle pagine ingiallite.
Lui lo prese in mano. Sentiva l’odore di pagine ingiallite dal tempo, un misto di legno e di muschio. Sulla prima pagina, appena sopra il titolo della raccolta di poesie, c’era il nome di suo nonno Pietro Ceccarelli.
“Me lo regalò tanti anni fa perché gli avevo reso un grande favore riportandogli a casa qualcosa di assai prezioso.”
Massimo capì subito. Qualcosa di prezioso: un bambino monello perso nei campi di grano. Pregò l’uomo di sedersi e conversarono insieme piacevolmente.
“La poesia del pastore mi piacque particolarmente. Quante volte vostro nonno ed io abbiamo parlato del perché della vita, di questa nostra permanenza sulla terra! Come il pastore che domandava alla luna, noi ce lo domandavamo a vicenda. E la risposta, naturalmente, ognuno se la sentiva nascere nel proprio cuore.”
“Nonno era un miscredente, se ricordo bene” disse Massimo sorridendo.
“Io glielo chiedevo sempre Don Pietro, che ci direte al Padreterno quando salirete lassù?” fece Giuseppe battendosi una mano sulla coscia.
Poi, con fare serio, quasi solenne, continuò:
“Questo libro ve lo restituisco. Appartiene alla vostra famiglia ed io, ormai, ho finito di chiedermi il perché della mia vita.”
Se ne andò poco dopo, il tempo di un saluto e basta.
Più tardi, verso sera, Massimo pensò che, nonostante avesse cambiato radicalmente l’aspetto della villa ammodernando stanze e buttando via quasi tutti i vecchi mobili e le suppellettili annose, quell’uomo anziano, un po’ claudicante e curvo, gli aveva riportato un oggetto antico, un ricordo del nonno, un libro di poesie di cui una era forse stata la sua preferita e su cui tanto si era soffermato col pensiero e con il cuore. Era giusto così. I ricordi devono rimanere vicini a noi, presenti per portarci il profumo del passato, un passato di cui abbiamo fatto parte. 
Prese un bicchiere e lo riempì di marsala, tagliò una fetta di panettone e si mise seduto in poltrona a leggere “Il canto notturno di un pastore errante nell’Asia”, pensando a due uomini tanto diversi eppure tanto amici.

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