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Ammirare le rose, la bellezza coltivata all'Aventino di Roma


Laura Maria Di Forti. 

Sono stata al roseto dell’Aventino a Roma. Una passeggiata in mezzo a prati invasi da una miriade di cespugli di rose dai più svariati colori, rose rosse e gialle, bianche virginali e screziate, rose rampicanti abbarbicate su grate di legno e i cui rami si alzavano alla ricerca di un appiglio, altrimenti svettavano in alto per poi piombare verso il basso con teneri boccioli. Un incanto, direte voi. Oh, sì, lo è stato di certo.
Ma come è nata la rosa? Fu creata da Zeus spinto dalla compassione per le lacrime di Venere, lacrime sgorgate alla morte del tenero Adone per il quale la dea volle che, in segno di dolore, le sue ancelle si battessero il petto e si lacerassero le vesti, come racconta la grande Saffo. Una splendida leggenda per un fiore tanto bello.
Fiore di maggio dalla corolla ricca e carnosa, entusiasmò i Romani che in questo mese si dedicavano al culto dei morti con il dono di rose odorose. I cristiani ne fecero il simbolo dell’amore divino, nel Medio Evo era attributo delle vergini e molti Santi sono stati rappresentati con in mano delle rose.
Ma come dimenticare le rose rosse che gli innamorati offrono alle belle fanciulle, le poesie d’amore dove questo fiore simboleggia la passione o la semplice rosa di Antoine de Saint Exupery che ci insegna quanto la cura e la dedizione del Piccolo Principe la rendano speciale, unica al mondo?
Le rose, insomma, si sono raccontate per secoli e secoli, hanno visto regni e guerre, sono state disegnate nei vessilli di re e cavalieri, hanno profumato chiese e palazzi e giardini con il loro trionfo di petali dai colori ora tenui e delicati, ora fiammanti di guizzi di rosso e di giallo. 

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