(Introduzione a Maria Cristina Capitoni – Commento a.p.). Ci sono date che non appartengono solo ai libri di storia, ma si attaccano alla pelle di chi le ha vissute in prima linea. Il 19 luglio è una di queste. Anche se la ricorrenza di quest'anno è appena trascorsa, le emozioni e le memorie che porta con sé non conoscono scadenza.
Tra i tanti messaggi ricevuti in questi giorni, ce n’è uno che mi ha colpito. Me lo ha inviato una mia collaboratrice, all'epoca giovane poliziotta in servizio. Ha ripescato dalla memoria un "flash" indelebile di quella domenica del 1992 a Milano. Un racconto essenziale, senza fronzoli, che restituisce in modo impressionante il clima di quegli anni.
(Maria Cristina Capitoni).
La notizia corse in volante
Questo pomeriggio del 19 luglio ero a Milano, in piazzale Dateo. Giubbotto e mitra, comandata di servizio 13/19 come “piantone” al magistrato del Tribunale dei minori, Livia Pomodoro.
Improvvisamente arriva, quasi sgommando, la volante del mio commissariato, Città Studi. Il collega si ferma, scende e mi dà la notizia: “Hanno ammazzato Livatino, è un magistrato! Ora, a Palermo”.
Ed io a lui: “Giovanni, Livatino è già un po’ che è morto...”.
“No, no! È morto mezz’ora fa, un attentato!”, insiste lui.
A quei tempi non c’erano i telefonini. Seppi solo più tardi che si trattava di Paolo Borsellino, degli agenti della sua scorta e di quella collega, Emanuela Loi: la prima donna della Polizia di Stato morta in servizio. Aveva la mia stessa età.
(a.p.)
Due ragazze della stessa età, divise dal caso
Leggere queste righe fa scorrere un brivido lungo la schiena. La confusione del collega su chi fosse il magistrato colpito non è una semplice svista: è il ritratto drammatico di un’Italia sotto attacco, in cui la violenza mafiosa correva più veloce delle informazioni e i nomi dei martiri della giustizia rischiavano di sovrapporsi nel dolore di chi era in strada a proteggere lo Stato.
Colpisce sopra ogni cosa quel dettaglio, sobrio e tremendo: due ragazze della stessa età, distinte solo dal caso. Una di piantone a Milano con il mitra a tracolla; l'altra inghiottita dall'inferno di via D'Amelio.
È anche attraverso queste testimonianze personali e minute che la memoria collettiva resta viva. Non fatta solo di cerimonie ufficiali, ma del ricordo di chi c'era, con la divisa addosso, ad ascoltare attonito una radio di servizio in una caldissima domenica di luglio.

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