(Introduzione ad a.p.) Attraversare la soglia della dimora romana di Giacomo Balla non è soltanto una visita a un luogo simbolo della storia dell'arte del Novecento: è un’esperienza intima, un corpo a corpo tra lo sguardo del visitatore e l'anima discreta delle cose.
È suggestiva la scoperta di un’arte totale che non grida, ma vive nel dettaglio quotidiano. La casa dell'artista si trasforma da spazio museale a luogo di risonanza interiore.
(a.p.)
Un appuntamento che si teme un poco
Ci sono voluto arrivare da solo, senza dirlo a nessuno, come si va a un appuntamento che si teme un poco. Via Oslavia, Roma: una porta qualunque, tra le tante di un quartiere borghese, dietro cui per quasi sessant'anni ha vissuto e lavorato Giacomo Balla.
Salendo le scale, mi sono chiesto cosa cercassi davvero. Forse solo di stare, per un'ora, dentro lo sguardo di un uomo che aveva creduto che il mondo intero potesse essere ridisegnato dalla velocità.
Le linee di forza, oltre la tela
L'avevo scritto tempo fa, parlando di un suo quadro: Balla non dipingeva le cose, dipingeva le linee di forza che le cose lasciano dietro di sé quando si muovono.
Un'automobile che sfreccia non è più una forma, è una scia, un fascio di energia che scompone il paesaggio e lo ricompone in un istante diverso da quello di prima.
Salendo quelle scale, mi sono accorto che stavo cercando la stessa cosa nei muri: la traccia lasciata da un uomo in movimento, molto dopo che il movimento si è fermato.
La velocità nella vita di ogni giorno
Ed è proprio questo il punto di quell'incontro, il più intimo: qui la velocità non è sulla tela, è nella vita di ogni giorno.
Le piastrelle del bagno, dipinte a mano con piccoli scarti geometrici che rompono la simmetria; i quadri appesi nel corridoio non con rigore da museo, ma in modo lieve, quasi provvisorio, così che il vento romano, insinuandosi tra le stecche delle persiane, potesse muoverli appena, restituendo loro un fremito di vita; i pavimenti consumati da passi quotidiani che ancora sembrano portare una direzione, un verso, come le diagonali di un suo dipinto.
Balla non firmava solo le tele. Firmava le stanze, gli oggetti, il modo di disporre una sedia rispetto alla luce della finestra.
L'arte totale in spazi minuscoli
Mi sono fermato a lungo in una stanza piccola, quasi angusta, e ho pensato che l'arte totale, quella che vuole rifare il mondo, spesso abita in spazi minuscoli.
Non c'è bisogno di grandi saloni per pensare in grande: basta un tavolo, una parete, una manciata di ore libere e l'ostinazione di chi crede che anche un particolare — una maniglia, uno spigolo — possa portare dentro di sé un'idea di futuro.
Il rumore nuovo del secolo
Fuori, in quegli anni, le strade di Roma cominciavano a riempirsi di un rumore nuovo: motori che accelerano, eliche che si alzano in cielo, un'epoca che sembrava non poter più stare ferma.
Balla quel rumore lo aveva portato dentro casa, lo aveva addomesticato in una piastrella, in una cornice storta apposta, in un pavimento che sembra ancora indicare una direzione.
Camminando in quelle stanze strette, ho avuto l'impressione di muovermi anch'io dentro una delle sue tele: non davanti a un quadro appeso, ma dentro lo spazio scomposto che un quadro suo avrebbe voluto rappresentare.
Una meraviglia discreta
Confesso che mi aspettavo di più, in termini di splendore: colori accesi, soluzioni ardite, quella luce che nei suoi quadri sembra deformare lo spazio stesso.
Invece ho trovato ambienti segnati dal tempo, un poco spenti, dove la meraviglia si intuisce più che vedersi, come un suono attutito da una porta chiusa.
Ma proprio in questa discrezione, in questo pudore delle cose, ho sentito qualcosa di più vero di uno stupore facile: la sensazione di essere entrato non in un museo, ma nella vita privata di un uomo che aveva scelto di non separare mai l'arte dal quotidiano.
Un soffio che resta
Sono uscito con l'impressione, quasi fisica, di aver toccato — non visto, toccato — il punto in cui l'estetica smette di essere teoria e diventa abitudine, gesto, respiro.
Il trionfo della velocità, in fondo, non stava soltanto nella tela con le colline sezionate da diagonali e curve; stava anche qui, in una casa ferma, immobile da decenni, che però custodisce ancora, sotto la polvere, l'eco di un movimento che non si è mai davvero arrestato. Un soffio, appena percettibile.
Ma un soffio che, se ci si ferma ad ascoltarlo, è ancora suo.




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