(Introduzione a Marina Zinzani). In una società che spesso ci impone ritmi frenetici, socialità forzata ed etichette immediate, cosa significa rimanere fedeli alla propria sensibilità? L’autrice ci guida nel cuore di uno dei capolavori più intimi di Éric Rohmer: Il raggio verde. Attraverso lo sguardo malinconico e incompreso della protagonista Delphine, il testo esplora il peso delle definizioni altrui e la ricerca ostinata di un luogo dell'anima.
(Marina Zinzani)
Il cinema di Rohmer tra verbosità e autenticità
Il film “Il raggio verde” (disponibile su RaiPlay, Leone d’Oro al Festival del Cinema di Venezia nel 1986) riporta immediatamente ai temi del suo regista, Eric Rohmer: il mondo dei giovani, i loro problemi e le contraddizioni. Con il passare degli anni, la realtà vista dagli occhi di Rohmer può sembrare rappresentata in modo troppo verboso, o con storie semplici e senza temi forti, rispetto ai film di oggi.
La solitudine nella Parigi estiva
“Il raggio vede” è forse il suo film più riuscito, un film che parla di giovani e della solitudine. Quella più profonda, quasi fastidiosa, rappresentata dalla protagonista (Delphine, interpretata da una struggente Marie Rivière), una giovane donna che è rimasta sola a Parigi durante le ferie estive.
Ha una storia finita alle spalle, il viaggio programmato con un’amica è saltato per colpa di questa, e lei si ritrova in una Parigi da cui tanti partono per le vacanze.
Accetta un invito da un’altra amica, in campagna da suoi parenti. Viene giudicata, in qualche modo, per il suo essere vegetariana ma soprattutto per l’alone di malinconia che ha: viene definita come “triste”, eppure nessuno conosce realmente il suo mondo interiore, il senso di perdita per la storia d’amore finita e il difficile “rimettersi in gioco”, cosa che le suggeriscono in molti.
L'incomunicabilità e il peso della definizione di sé
La sua vacanza in campagna termina prima del tempo, ma anche quella in montagna da sola dura un giorno, ed anche a Biarritz, in cui un’amica le presta la casa, finisce male: non riesce ad essere in sintonia con il mondo degli altri, da cui si sente così lontana, e soprattutto con la superficialità che etichetta così tanto le persone.
Come se il malessere che ha dentro fosse in parte dovuto alla definizione che le danno gli altri, tanto da divenire una definizione di sé: lei non è niente, non ha niente, non interessa alle persone.
La magia del viaggio e presagi di speranza
È un viaggio malinconico, realistico, che solo la mano di un grande regista come Rohmer ha saputo raccontare. Sembra di essere nei luoghi che lei visita, in quel mare che sembra promettere tanto ma in cui lei è sola, nei sentieri di montagna che senza una compagnia trasmettono ancora più solitudine e angoscia.
Eppure la grandezza di questo film, difficile da dimenticare per chi lo vide molti anni fa, sta nella magia: Delphine vede delle carte da gioco in giro, è superstiziosa, e qualcuno le ha detto che il suo colore quest’anno sarà il verde, ed infatti vedrà una carta da gioco verde, e per caso a Biarritz sente da alcune persone la storia del raggio verde, si parla del libro di Giulio Verne che ne racconta la magia.
Un'anima inquieta alla ricerca dell'appartenenza
È un viaggio dentro un’anima non superficiale, che ama libri impegnati, che non cerca una nuova relazione tanto per avere qualcuno: cerca un amore, qualcuno con cui condividere quello che ha dentro. Lontano da chi è pronto a giudicarla, a criticarla, a spronarla ad essere chissà cosa.
La ricerca di uno spazio proprio
Con il tempo, di questo film, partendo dal presupposto di amare i film di Eric Rohmer, rimane la sua narrazione: la narrazione di chi non è necessariamente conformista, di chi si sente diverso, con una propria sensibilità, di chi cerca un proprio luogo, una propria casa, un proprio angolo in cui ci sia sole, aria, vento, il sentire di appartenere a qualcuno.
Alla fine la malinconia di Delphine lascia la sua vibrazione negativa ed arriva la magia raccontata da Giulio Verne: quella magia da cui nascono gli amori.

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