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L'occhio sul quotidiano, ciò che colpisce lo sguardo

Riga, Lettonia (foto ap)
Rappresentare gli oggetti: dura prova in tutti i campi. La fotografia è alle prese con la tendenza a riprendere e condividere ogni cosa sui social a rischio di insensatezza. Rimaniamo sempre affascinati davanti alle immagini che colgono sottili sfumature della realtà

di Bianca Mannu

Abbiamo appreso dagli sviluppi teorici e sperimentali della fisica subatomica che l’osservatore muta e interferisce con l’oggetto osservato e che quest’ultimo non è determinabile, distinguibile, misurabile in ogni sua condizione. Abbiamo altresì appreso dalla psicologia del profondo che l’individualità stessa dell’uomo non è un blocco, ma un processo dinamico di istanze individuali e storico culturali che operano prima e oltre la formazione personale matura.
Abbiamo avuto conferme e approfondimenti nel senso anzidetto dalla linguistica e dagli studi di antropologia culturale, cioè dalla scoperta secondo cui i linguaggi (verbali, segnici, simbolici) non sono epifenomeni rispetto alle strutture naturali di esistenza delle società umane, ma presiedono dall’inizio ai loro modi di esistere dando vita a modelli sociolinguistici che si mantengono nel tempo, che regolano il dispiegarsi delle tipologie individuali correlate con quei presupposti.
L’inestricabile compenetrazione tra soggettività umana e oggettività naturale (che è la soggettività di altri) ha sempre innestato una prassi di “appropriazione” e creato la necessità di strategie di avvicinamento. La prassi acquisitiva ha anche dovuto sacrificarsi parzialmente in favore della prassi teoretica o conoscitiva: l’oggetto desiderato diviene oggetto di osservazione, obiettivo di strategie più raffinate.
Ma gli oggetti del conoscere divengono talora altri rispetto all’immediatezza del nostro quotidiano. E ciò ha molte conseguenze. Fare i conti con la necessità di mettere in pausa l’oggetto di studio, renderlo docile all’osservazione o altrimenti mutare i modi della postura osservativa da parte del soggetto attivo, adattare la prassi tecnica alla presunta natura dell’oggetto, sospendere la prassi insoddisfacente o fallita, dunque mettere in piedi (sognare, inventare, immaginare) una teoria più specifica o più ampia dell’oggetto stesso, magari dover scoprire che l’oggetto va ridefinito perché altro rispetto alla precedente concezione e rispetto a un osservatore che ha mutato la relazione con il presunto oggetto.
La fotografia non si esime da queste strategie, perché la sua pratica ha abbandonato la condizione strumentale per divenire terreno di strutturazione linguistica.
La scoperta dell’attività chimica della luce e la collaterale ricerca del mezzo più sensibile e maneggevole a captarne e a conservarne le impressioni ha acceso la curiosità e l’investigazione di studiosi e artisti nei secoli. Presumo che il motivo profondo di tali ricerche sia stato quello di poter osservare un oggetto o parti di esso in condizioni di perfetto controllo. Non a caso gli studi leonardeschi di anatomia si sono probabilmente avvalsi di cadaveri per i suoi “vantaggi”: immobilità, segretezza, relativa tranquillità morale.
L’affinarsi della tecnica ha consentito l’uso della fotografia come protocollo di ricerche seriali. Per esempio, per ordinare in sequenze spazio-temporali i micro movimenti di un oggetto (oggetto fisico o concettuale), misurarne le entità, trasformarle in immagini macroscopiche recepibili a occhio nudo. Penso alle osservazioni atmosferiche, alle alterazioni dei ghiacciai col mutare delle temperature, alle trasformazioni di piante col cambio di stagione, alle osservazioni spaziali.
Una tale attività tanto intelligente quanto frenetica, ha consentito varie codificazioni delle sue articolazioni: il mezzo è diventato vero e proprio organo di procedimenti aperti a molteplici registri. Non ultimi quelli con cui gli artisti fotografi gettano l’occhio sul quotidiano, mirando a cogliere nell’attimo ciò che sembra e non è banale o ciò che, nella sua ripetizione trita e sciolta nell’abitudine disattenta, assume di colpo, e per effetto di uno sguardo interrogante, una connotazione inquietante o straniante o perfino magica.
Il mutamento di prospettiva del soggetto muta l’assetto dell’oggetto, e spesso l’oggetto stesso muta di consistenza e di significato. Per esempio, l’idea che l’immagine dell’oggetto rappresenti tutta la realtà possibile dell’oggetto viene confutata da un particolare trascurato, non rilevato in precedenza. L’immagine e l’oggetto rappresentati sono spie, indizi di qualcosa d’altro implicato nel nostro vivere come problema da risolvere o anche come quesito da formulare e prassi da travolgere.
La fotografia insiste nella fissazione istantanea. Essa ha fatto nascere ritrattisti e paesaggisti senza pennello, ha consentito l’estroflessione di un dentro psichico del fotografo in un fuori dai connotati oggettuali. Oppure consente un viaggio nel non rappresentabile che dice o vuole dire per interposta immagine, che forse allude al non ancora raffigurato e persino all’indicibile.
Come per altri linguaggi, la fotografia assume e proietta simboli, stilemi e ritmi, cromatismi e allusioni. E certo, quando il fruitore l’incontra, vi proietta il proprio senso, la propria capacità di lettura.
Con l’espansione popolare delle tecnologie la ripresa fotografica ha contagiato qualche miliardo di persone, creando una sorta di propensione compulsiva a ritrarsi e a ritrarre qualunque cosa, a intervenire tecnicamente sull’immagine e a considerare il manufatto più espressivo, potente ed esaustivo di altre codificazioni e altri atti linguistici.
Nella vulgata l’immagine ha ripreso la sua pretesa di poter rappresentare un universo non definito, di poter assumere il collegamento senza mediazione con la “cosa” oggetto-evento. Il mio bla bla bla fotografico entra in una comunità dai contenuti più vari e spuri, accresce in me l’illusione di poter in qualche modo dispormi nelle relazioni che mi concernono secondo direzioni per me convenienti, e anche di ritenere che ciò che io ho fissato in immagine sia testimonianza incontrovertibile della totalità del comunicabile. E questo è l’aspetto più ambiguo e ambivalente di questa pratica comunicativa.
Il fotografo artista non è l’ingenuo possessore del cellulare di ultima generazione con cui brucare a caso le erbe dell’orto personale e della prateria. Per come me lo immagino io, è un cacciatore sistematico, che annusa nel mondo l’annidarsi dei suoi oggetti, dei suoi “luoghi” speciali. Legge le pagine del mondo che toccano la sua sensibilità, educata a farsi scalfire e a essere pronta a cogliere anche l’elemento casuale per inserirlo in un discorso, che si mantiene tuttavia duttile e mobile.
Se paesaggista, l’artista sarà disposto a cogliere gli aspetti estetici segnati dalla distanza tra la svagata frequentazione del convenzionale e la singolarità d’un impatto sorprendente e irripetibile: colori, forme, effetti formali e singolarità che si prestano a allusioni, di consistenza mentale o emotiva, quasi subliminali. Per effetto di associazioni tra percezioni suscettibili di senso e il rivenire di materiali emozionali, spettri dormienti nelle catacombe della mente, l’artista scommette sull’esito leggibile della combinazione. E si attrezza per il dopo, critico.
Ecco io credo che Angelo Perrone faccia grosso modo così, per quel poco che posso intuire io che sono quasi analfabeta di fotografia e che non ho neppure la pretesa di essere fotografo della domenica, uno dei parlanti della numerosa comunità fotografica sparpagliata nei social.
Infatti ho colto più volte nelle immagini scattate da Perrone, o da lui prescelte a commento di un testo, una malinconia senza dolore, uno stupore diretto quasi fanciullesco, uno struggimento per l’impalpabile colpo d’ala che attraversa l’immagine come un messaggio intraducibile di cui ti rimane, incolmabile, la sete di quanto pareva esservi inscritto.

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