(Introduzione a Daniela Barone). Le immagini dell'arte anticipano a volte il destino delle nostre vite. L'affresco raffaellesco dell'Incendio di Borgo, con Enea che carica sulle spalle il vecchio padre Anchise, non è solo un mito antico, ma la fotografia di quel momento doloroso e universale in cui i ruoli si invertono.
Nel racconto dell'autrice, la figura di un padre forte, vitale, capace di riscoprirsi poeta a settant'anni con la sola licenza elementare, sfuma lentamente nei tratti fragili della malattia. Diventare madri dei propri genitori è un cammino faticoso, a tratti insopportabile, che trasforma il dolore cocente in uno struggimento leggero, simile a un dolce frullio d'ali.
(Daniela Barone).
Il mito che si fa realtà: la pietas romana
In occasione della visita ai Musei Vaticani mi aveva colpito l’affresco di Raffaello dell’Incendio di Borgo, in particolare la figura di Enea che, fuggendo dalle fiamme di Troia, portava sulle spalle il padre Anchise e per mano il figlioletto Ascanio.
L’immagine mi aveva emozionato per il contrasto marcato fra la vulnerabilità rugosa del vecchio padre e quella morbida del giovane figliolo riccioluto. Nonostante la drammaticità della situazione, colsi la pietas romana, e il rispetto profondo dei valori del passato di Ascanio che portava con sé il vaso con le ceneri degli antenati.
La responsabilità di Enea verso il padre si sposava con la premura verso il figliolo, simbolo del futuro. Anche nell’Eneide traspare l’amorevolezza di Enea che rassicura il padre incitandolo a reggersi al suo collo. «Padre, pensasti che potessi partire lasciandoti». Che versi commoventi.
Mi riportano alla mente mio padre, solo e fragile nella malattia, di cui mi presi cura per un certo periodo. Oltre a provare dispiacere per le sue condizioni precarie, trovavo ingiusto il declino di un uomo forte e indomabile come lui e mi spiazzava l’inversione dei ruoli: mentre lui ritornava bimbo inerme, io mi ero trasformata in madre amorosa e accudente, a volte spazientita.
L'eroe dei nipoti: una vitalità sorprendente
Il mio papà si era prodigato tutta la vita verso la famiglia e gli adorati nipoti. Loro contraccambiavano l’affetto e dedizione del nonno, sempre pronto a coccolarli e a condividere con loro tante giornate spensierate al mare.
Crescendo, non mancarono mai di andarlo a trovare: il mio papà era brioso e pareva che la vecchiaia non lo avesse toccato. Aveva un passo svelto, non certo come quello rallentato degli anziani, una vitalità sorprendente e una gran curiosità per il mondo intorno a lui.
Aiutava la mamma a preparare i loro piatti preferiti, li coccolava e li riempiva di doni. Fu lui a regalare al nipote più giovane la sua Ka blu, dopo che io gli avevo fatto garbatamente notare la sua crescente difficoltà a guidare. Gli anni gli avevano offuscato i riflessi ma ai miei occhi appariva era sempre vigile e in buona salute.
Il poeta segreto: "Senza titolo"
Dopo i settant’anni, ancora vigoroso, papà aveva iniziato a comporre poesie che avevo poi fatto stampare dopo un’accurata revisione. Prediligevo fra tutte una che non sapevo come intitolare. Decisi di chiamarla “Senza titolo” e lui non trovò nulla da ridire, gentile e mite com’era.
«Si finisce nel riposo, a tratti, con lo scrivere poesie per dimenticare il tempo che passa per sempre. E siamo come mare: talvolta in tempesta, talvolta piatto come le dune dei deserti infiniti e quante volte, nel nostro deserto, cerchiamo l’estasi».
Che versi meravigliosi, pensavo. Come poteva quest’uomo concreto, con la sola licenza elementare, comporre queste poesie? Si rivelava a me un padre che non conoscevo a fondo e che apprezzai ancora di più. La sua sensibilità era sorprendentemente vicina alla mia, almeno questa era la mia sensazione.
I primi segnali del labirinto
Quando mia figlia si laureò, mi accorsi che papà aveva cominciato a confondersi con le date, specialmente quelle delle impegnative mediche. Accadeva soprattutto che invertisse il giorno con il mese, perciò si presentava nei giorni sbagliati alle visite prenotate. Gli suggerii di marcare sul calendario i vari appuntamenti e mi parve che la situazione fosse stata tamponata, per così dire.
Quando tre anni dopo decidemmo di portare lui e la mamma con noi a Siena per festeggiare la laurea di Fabrizio, ci rendemmo amaramente conto di aver commesso un errore: i miei apparivano affaticati e disorientati e non vedevano l’ora di tornare a casa. Il viaggio in auto era stato penoso: mio padre lamentava crampi alle gambe e mal d'orecchi e chiedeva continuamente quando saremmo arrivati.
Nemmeno la nascita del primo nipotino l’anno successivo ebbe il potere di riportare papà alla lucidità di un tempo: volle tenere in braccio a tutti i costi Luca di soli tre mesi ma il diabete lo aveva indebolito e anche la sua mente non era più vigile come prima.
L'ostinata difesa del proprio Titano
L’ultimo anno della sua vita mio padre acquistò un bastone rosso per camminare più agevolmente. Spesso lo dimenticava al supermercato e doveva ritornarci per recuperarlo. Non accettavo che si fosse avviato a un declino inarrestabile e mi irritavo quando le badanti sottolineavano il suo peggioramento.
Papà restava l’uomo buono che avevo adorato, l’eroe dei miei figli, la persona stimata da tutti quelli che l’avevano conosciuto. Certo non ci rallegrava più con aneddoti divertenti e appariva piuttosto come avvolto in un bozzolo ma dopotutto, nonostante i suoi novant’anni, era ancora in grado di badare a sé e alla mamma sempre più ammalata.
L'ultima salita: lasciarsi andare
Papà lasciò in me un vuoto incolmabile, assai più di mia madre. Ogni tanto guardo la sua foto e mi sembra impossibile che quest’uomo, quasi un titano per me, non ci sia più. E ripenso ai suoi ultimi giorni, ai suoi radi capelli bianchi arruffati, alla sua testa penzolante dal cuscino, al mio nutrirlo come fosse un uccellino, al suo corpo emaciato e al sopore finale.
Lo avevo portato sulle mie spalle come aveva fatto Enea con il vecchio padre Anchise ma la fatica fu enorme, a tratti insopportabile. Alla fine non mi era restato altro che lasciarlo andare per sempre affidandolo alle ultime cure palliative.
Oggi il dolore cocente per la sua scomparsa è diventato ormai uno struggimento leggero, un frullio di ali a tratti dolce. E mi torna alla mente quella tenera ninna nanna che l’attore Brignano aveva dedicato al padre morente e che tanto mi intenerisce: «Ninna nanna per mio padre. Ninna nanna che è finita, ninna nanna se Dio vuole, questa è l’ultima salita».



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