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Mestieri che spariscono

Scrivano delle Scritture,
Fortezza Masada, Israele (foto ap)
di Laura Maria Di Forti
(Introduzione di Angelo Perrone)

(ap) Diffuse nella vita quotidiana, a volta pericolose, comunque utili: sono molte le occupazioni tradizionali che, nelle società moderne, hanno perso centralità. O addirittura sono sparite. Colpa della tecnologia: le macchine sono in grado di fare meglio quello che una volta faceva l’uomo a fatica e con mezzi rudimentali. Non c’è da pentirsene. Serve forse, con le attuali tecniche di refrigerazione, tagliare il ghiaccio a mano in montagna e trasportarlo in città, per conservare i cibi? Non sarebbe ridicolo salire su un calesse per raggiungere un altro posto?
Gli antichi mestieri hanno ceduto il passo dinanzi a invenzioni che hanno modificato gli stili di vita. Inevitabile, il progresso ha modificato ogni cosa. Al punto che oggi di molte attività non si ha più memoria. Spegnere i lampioni a olio all’angolo delle strade, la mattina presto? Collegare le linee telefoniche con cavi manovrati da centraliniste, per consentire comunicazioni tra persone lontane? Chi ricorda questo?
Tuttavia, la storia dei mestieri non è solo questo. Un elenco di attività desuete, disperse nella memoria collettiva. Una sequenza di comportamenti inutili. Forse, un’eredità storica. Destinata ad essere ricordata, malinconicamente, in qualche mostra. Eppure tutto è accaduto in poco tempo. A praticare quei mestieri sono stati, se non i nostri genitori, i nonni. Non avremmo sensazioni più vitali se cercassimo le attività superstiti, che sopravvivono in qualche sperduto paese: un’attrazione turistica.
Però, non si tratta di commemorare un mondo che non esiste più. Che noia la logica del “come era bello prima”, per esempio quando si andava cavallo e non c’era l’inquinamento. Se molti mestieri sono spariti, non sono venute meno le esigenze per le quali erano nati. Oggi sono soddisfatte in modo più efficiente. Poi, tante attività hanno conservato il loro ruolo, ma si sono rinnovate profondamente. Infine, e soprattutto, è rimasto il meglio di quelle occupazioni tradizionali, la passione per il buon lavoro fatto a mano.
E’ la cifra di comportamenti che viene dal passato, rappresentata dal metodo artigianale. Fabbri, vetrai, orafi, saldatori, pasticcieri, liutai, sarti: sono un esempio di artigianato di qualità, che ha radici antichissime in Italia. L’anticipazione del “made in Italy”, prima che si chiamasse così. Un modo di fare, di discutere di qualità, di competenze. Un criterio che permette di non confondere le cose, ma di distinguerle in base alla loro unicità e rarità, cioè alla sapienza con cui i materiali sono scelti e messi insieme.
Sapere modellare la materia, creare pezzi rifiniti; speciali perché originali. E’ una capacità che sta alla base delle attività umane in tutti in campi, dall’agricoltura alla manifattura, alle costruzioni, sempre contrassegnata dalla sapienza nell’uso delle mani. Una prassi apparentemente secondaria rispetto alla grande produzione, che è ancora preziosa, oggi un valore aggiunto anche nella sopravvivenza di tante iniziative. Perché occorre non solo produrre tanto, ma saper rifinire il prodotto, dando al cliente la percezione che, a farlo, si sia pensato proprio a lui, alle sue esigenze. Distintamente dai bisogni di tutti gli altri.
Può essere introdotta una dimensione umanizzante e personale, in un mondo reso uniforme ed omogeneo dalla globalizzazione. Si può evitare di soggiacere allo sfruttamento del lavoro spesso minorile, all’appiattimento dei gusti, mantenendo un’identità culturale. E’ il segreto della moda, dell’oggettistica, dell’arredamento, dell’alimentazione, e di tanto altro, che contribuisce a definire un certo stile di vita, come quello italiano. Una dimensione che ha collegamenti strettissimi con la storia delle arti tutte, perché l’invenzione creativa si è sempre basata sul lavoro artigianale, unico e insostituibile, del singolo artista. E’ proprio sul versante culturale che la memoria si coniuga con l’innovazione, e il passato riesce a diventare il futuro.

La tecnologia moderna, le nuove conoscenze informatiche e la ricerca di sempre maggiori obiettivi da raggiungere per migliorare lo stile di vita degli esseri umani, hanno decretato la fine di molti mestieri che un tempo erano invece assai comuni.
È scomparso così lo scrivano, antica figura ancora presente nei primi decenni del secolo scorso, che veniva pagato per scrivere documenti ufficiali o lettere quando la scuola, pur essendo obbligatoria dal 1859, e unicamente per i soli primi due anni delle elementari, era molto spesso difficile da raggiungere, specialmente per gli abitanti delle montagne o dei piccoli centri e molti, troppi ancora, rimanevano analfabeta.
Il lampionaio, che si svegliava al sorgere del sole per spegnere gli stessi lampioni a olio o gas che la sera prima aveva acceso, è una figura oggigiorno completamente sconosciuta e anche il lustrascarpe, figura comune fino a poco dopo la Seconda guerra mondiale, adesso resiste solo in qualche paese esotico.
Un tempo esisteva anche il tagliatore di ghiaccio che, per rispondere all’esigenza di mantenere i cibi al fresco, tagliava con apposite seghe grossi blocchi di ghiaccio con grande fatica per il peso del carico e con grave rischio dovuto agli strumenti utilizzati. Nelle nostre case il frigorifero ha rimpiazzato da decenni ormai questa figura di uomo corpulento, avvezzo alla fatica e al rigore del freddo.
È sparito anche il conducente di calesse che prendeva a bordo quelle persone che non potevano permettersi una carrozza privata e che, a puro titolo nostalgico e turistico, rivive oggi in alcune città. E non ci sono più le mondine, immortalate in alcuni vecchi film neorealista.
La lavatrice ha fatto scomparire le lavandaie, povere donne che lavavano i panni più pesanti nei lavatoi delle case in cui andavano a servizio o addirittura nei fiumi, per poi soffrire di gravi dolori alle mani e alla schiena. Ma la povertà, lo sappiamo bene, ha fatto fare alla povera gente i lavori più umili e rischiosi.
Una volta c’era anche il cordaro, che filava la canapa camminando all’indietro in uno spazio di terreno tra due filari di alberi lungo almeno 50 metri. Su questo sentiero di terra battura il cordaro, molto spesso aiutato dagli stessi familiari, figli o fratelli, andava componendo la corda che poi sarebbe servita nelle varie attività dei campi e delle stalle.
Una figura per noi oggi inimmaginabile è il lettore nelle fabbriche, un uomo, spesso un attore, che sopra un piedistallo e ad alta voce leggeva il giornale o un libro, affinché il lavoro risultasse meno noioso. Gli operai partecipavano di tasca propria al compenso del lettore e potevano avanzare richieste sui brani da ascoltare.
Al giorno d’oggi non esiste più lo strillone, che girava per le strade segnalando a gran voce i titoli più importanti e di maggiore impatto dei giornali, o la rimagliatrice di calze di seta che, con un ago speciale ed il filo adatto, riprendeva le inevitabili smagliature delle calze femminili, allora di seta. Oggi, quando una donna vede una smagliatura nella propria calza, decide di buttarla senza indugio.
Anche il carbonaio, ossia il commerciante di carbone di legno indispensabile per le cucine di una volta, e il materassaio, che veniva chiamato nelle case dei ricchi per confezionare i materassi di lana, sono figure oggi sparite quasi del tutto.
Ma non posso non parlare del venditore di castagnaccio che, soprattutto nelle città del nord Italia, rappresentava il sogno di ogni bambino e che, indistintamente, veniva chiamato Gigi. E i bambini e i ragazzi, che non conoscevano le merende di oggi e al massimo potevano aspirare ad una fetta di pane e zucchero, dopo aver pagato una fetta di castagnaccio, erano soliti dire: “Gigi, e il pezzetto?” E il povero venditore aggiungeva gratuitamente un pezzetto di castagnaccio. Una consuetudine che sa di fiaba e di tempi lontani, appunto, e che oggi sarebbe impossibile.
Tutte queste figure, che nell’immaginario odierno assumono un’aurea di romanticismo e di nostalgia, sono in realtà la dimostrazione di quanto duri potevano essere un tempo i lavori della gente povera che non aveva potuto permettersi il lusso dello studio, riservato solo alle classi più abbienti. Oggi, fortunatamente, le nuove tecnologie, il commercio all’ingrosso e le diverse abitudini, hanno cambiato lo scenario dei lavori e delle professioni, queste ultime moltiplicatesi grazie alla modernità.
Quindi, nuove figure di lavoratori sono emerse, un tempo inimmaginabili. L’astronauta, lo psicologo, l’informatico, l’informatore scientifico, l’ingegnere gestionale o l’influencer sono figure comparse negli ultimi decenni o addirittura negli ultimi anni. Per non parlare dei badanti, donne soprattutto, che si dedicano alla compagnia e alla gestione delle persone anziane che vivono sole, quando un tempo a farsi carico di loro erano sempre e solo i familiari. Ma si sa, oggi si vive più a lungo e le malattie invalidanti quindi colpiscono maggiormente, ma anche le famiglie, composte unicamente da genitori che lavorano e da figli, non possono prendersi cura di queste persone anziane.
Viene da domandarsi se i calcolatori e le macchine sempre più sofisticate che hanno sostituito l’uomo in molti lavori porteranno disoccupazione o, pensando in maniera positiva, potranno invece creare nuove occupazioni, più moderne e innovative, e si svilupperanno altre figure professionali dove non saranno in gioco la forza, la fatica e il sacrificio ma l’intelligenza, la capacità intellettiva e d’innovazione dell’uomo.

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