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Brusca, l'orrore che rimane

La scarcerazione del killer di Giovanni Falcone e del piccolo Di Matteo, sciolto nell’acido, ha scosso le coscienze 


(Angelo Perrone) Che ne facciamo di Caino? Al netto di tutto, la gigantesca questione è questa. Poi certo possiamo discettare, anzi va fatto, e non si finirebbe mai, tante le cose da dire. Accade allora di inoltrarsi nelle pieghe del diritto e in quelle, ben più complesse e insondabili, della coscienza. Si cerca di venirne fuori, trovare una spiegazione, se non proprio di farsene una ragione.
Percorsi impervi e avventurosi, mai appaganti per la mente e il cuore. Non ci sono grandi risultati nel sondare così in profondità, come è avvenuto per la scarcerazione di Giovanni Brusca. Il dilemma non riguarda solo lui, un killer crudele. Qualcosa di analogo si verifica sempre, quando ci si confronta con l’orrore di certi comportamenti.
Come reagire dunque di fronte a crimini che sconvolgono la mente e i sentimenti? Delitti oltre l’immaginazione, con ripercussioni profonde. Episodi sconvolgenti, per crudeltà e ferocia. Non importa il tratto della vicenda, la caratura psicologica dei protagonisti, le ripercussioni sociali. Come comportarsi nei confronti dei responsabili?
Certi casi segnano un cambio di passo, oltrepassano il limite, ammesso che in una materia come questa esista un confine accettabile, uno spartiacque che identifichi l’intollerabile e lo separi dal mondo normale. Di certo, di fronte a certi accadimenti la memoria ha un sussulto, qualcosa ti sconvolge: la liberazione di uno come Brusca fa percepire straziante ed insopportabile l’assolutezza del male.
Il dibattito assume accenti concreti, a volte di alto profilo e pure appropriati, ma che suonano ingannevoli. Quale pena ritenere giusta? Come applicare la pena inflitta? Magari, se del caso, quali “compromessi” accettare per collaborazioni utili alle indagini? Esiste un prezzo “onesto” per le scelleratezze? Chissà.
Se ne parla in modo accorato e preoccupato, e non succede solo nei casi più estremi nei quali è così straziante l’offesa ai giusti e agli innocenti. Accade sempre o almeno spesso se la vita umana è calpestata e a noi, i superstiti, non rimane che la consolazione strana di sentirci sopravvissuti alla barbarie.
C’è un sussulto della coscienza, a margine della vicenda Brusca, un killer liberato per fine pena, dopo 25 anni di carcere. Ma anche altre vicende scandalose sono inquietanti, scuotono gli animi. Per esempio, tanto per rimanere ai giorni correnti, il caso dell’ex Ilva, l’industria che con la sua attività ha devastato un territorio provocando inquinamento e morte. E prima ancora altri fatti ci hanno lasciato esterrefatti (per dire: dalla tragedia di Novi Ligure al caso di Yara Gambirasio, da quello di Cogne all’altro di Erba, e così via).
Sarebbe ingenuo e paradossale tentare confronti tra realtà tanto diverse. Solo mettere in sequenza le une e le altre appare un azzardo. Come si può confrontare i fatti di mafia o di criminalità comune a episodi isolati e irripetibili, soprattutto come si può creare un qualche collegamento tra fatti dolosi ed altri prevalentemente colposi? Eppure, come non vedere un filo comune, lo scandalo di fronte al sacrificio di tante vite umane?
Non si può affatto dimenticare, pur volendo, un tipo come Giovanni Brusca. È lui che azionò il detonatore quel giorno, facendo saltare in aria Giovanni Falcone e gli altri; lui eseguì l’ordine di Totò Riina di uccidere, sciogliendolo nell’acido, il piccolo Giuseppe Di Matteo, 13enne, per punire il padre mafioso, collaboratore di giustizia; sempre lui è l’autore - confesso – di così tanti delitti (pare 150) da non essere più in grado, come ha detto, persino di “ricordare tutti, uno per uno, i nomi di quelli che ho ucciso”. Per riassumere la personalità e i comportamenti, basta il soprannome che gli avevano appioppato nell’ambiente: u verru (il porco) oppure lo scannacristiani.
Le reazioni alla scarcerazione di Brusca, pur variegate, sono tutte incentrate sulla principale delle questioni, il fatto che, a riacquistare la libertà, sia uno come Brusca, simbolo estremo di crudeltà. Irrilevante che succeda dopo 25 anni di carcere. La riprovazione ed il risentimento investono l’atteggiamento statale, non adeguato, riduttivo rispetto alle responsabilità e al ruolo.
Il punto dolente è la prospettiva di un ritorno tra noi, nella comunità civile, quella che vive onestamente. Non consola che costui debba rimanere invisibile e nascosto, in qualche luogo segreto, perché la mafia non lo trovi e non gli faccia la pelle. Un esito prevedibile se appena si fa notare, perché le condanne della mafia sono senza appello. La protezione di cui godrà servirà doppiamente: a difenderlo, ma anche a non farcelo incontrare.
La politica è insorta, scandalizzandosi, con ragionamenti sull’effettività della pena e sul trattamento premiale incompatibile con la gravità dei fatti. Per Matteo Salvini "non è giustizia", per Giorgia Meloni "è un affronto per le vittime", per i 5 Stelle "una vergogna senza pari". Persino uno misurato come Enrico Letta non ha avuto esitazioni: è "un pugno nello stomaco". 
I commenti dei parenti delle vittime sono stati sullo stesso tono accorato, venato di sofferenza e strazio. “Mi addolora, ma è la legge” (Maria Falcone). “La scarcerazione ripugna umanamente, ma la legge va accettata” (Salvatore Borsellino). “Un’offesa alla morte di mio marito. Ha collaborato, ma non si conosce ancora la verità” (Tina Mortinaro, vedova del caposcorta di Falcone). “Rispetto le sentenze, ma non perdono” (la madre del piccolo Di Matteo).
Nel caso Ilva, era impossibile formulare una riprovazione dello stesso stampo, non solo perché i fatti sono di altra natura riguardando la gestione di un’attività economica, sia pure altamente pericolosa, ma per l’esito giudiziario, che certo non può essere ritenuto né inadeguato rispetto alle accuse, né tanto meno sproporzionato rispetto all’immensa gravità di quanto accaduto. Anzi, tutt’altro. La stampa ha parlato di una “maxicondanna” (per i Riva, 22 e 20 anni di reclusione). 
A parte l’entità oggettiva della condanna, la pesantezza della pronuncia (di primo grado) può essere apprezzata alla luce del fatto che l’esito non era per nulla scontato. Ciò che rendeva incerto il verdetto era il principale dei problemi, da cui dipendeva l’entità della pena. Ovvero la qualificazione della responsabilità penale per fatti, certo eccezionalmente gravi, ma comunque riconducibili ad un’attività economica, sia pure ad alto rischio. La risposta giudiziaria è stata chiara ed esplicita, vedremo cosa accadrà più avanti. 
Quei fatti accaduti a Taranto, imparagonabili agli eccidi di sangue, hanno avuto però un’eccezionale gravità. Sono stati devastanti. Un territorio ed una popolazione hanno vissuto per anni una storia di inquinamento e morte. Polveri sottili, anidride solforosa, acido cloridrico, diossido di azoto, diossina, sprigionate a volontà per anni, senza parlare delle falde acquifere, degli scarichi in mare e delle polveri dei minerali. Totale 11.550 morti, con una media di 1.650 morti all’anno, soprattutto per cause cardiovascolari e respiratorie. 26.999 le persone ricoverate.
Il commento a questa pronuncia non poteva avere i toni che hanno accompagnato la liberazione di Brusca, ma ugualmente è emerso un (analogo) sentimento di pietà e delusione. C’è stata soddisfazione certo per l’accertamento, peraltro moderata perché “punto di inizio non un traguardo”. Ma espressa con toni altrettanto dolenti, sia pure per altro motivo. “Nessuno potrà risarcire le vittime”. “Niente può restituire quelle vite perse”. La ferocia si esprime in molteplici forme. Ad essa non c’è comunque rimedio.
Vicende diverse ci mettono a confronto con il mistero del male assoluto, che squarcia le vite e turba le coscienze dei sopravvissuti. Nulla può essere invocato per sanare quella frattura. Non bastano una condanna né l’assenza di sconti. Non c’è niente che riporti indietro l’orologio del tempo, ci restituisca le vite perse. Invece i passi dei responsabili rimbombano assordanti ed intollerabili tra noi. Lo sconforto è senza pace. Il male è sempre lì, minaccioso, un ingombro impossibile da rimuovere.
Non c’è etica che sappia far posto a questo male, figuriamoci se vi sia qualcosa in grado di riconoscere a chi l’ha estremizzato uno spazio tra noi, un diritto di esistere a prescindere dal male commesso. Non c’è – sembrerebbe – un luogo dove quel male possa apparire, al termine magari di un ripensamento, un po’ meno disumano.
Difficile dire quale sia il posto di Caino in questo mondo, e se mai ne abbia uno. Davanti all’efferatezza, pensiamo (e ci vuole un certo sforzo) che l’unico posto “possibile” sia oltre il nostro sguardo. Anzi meglio, ancora più in là, il più lontano possibile, tanto da permetterci di pensare (anche questa un’illusione) che quella lontananza sia la sola condizione simile (non identica) alla sua cancellazione dalla nostra storia.
Mancano le parole che sappiano dare un senso a simili tragedie, rendere in qualche modo i protagonisti compatibili con la normalità, comunque vadano le cose.
Non riesce a farlo la giustizia, così fallace e imperfetta, attraverso il tortuoso percorso della pena, tanta o poca che sia, effettiva o meno, ma la missione – va riconosciuto - è di quelle impossibili per chiunque. Lo vediamo nella singolarità delle nostre esperienze. Ognuno, non solo le istituzioni, sperimenta la radicale impossibilità di “compensare” il delitto, specie il più crudele, liberando la mente dall’ossessione che la perseguita.
La perdita è sempre lacerante, impossibile da accettare. È intollerabile l’idea di ritrovarsi davanti, sulla stessa strada che percorriamo ogni giorno, proprio quel Caino che ha ucciso la nostra speranza. Una simile eventualità accresce lo sgomento, ci lascia attoniti di fronte all’ultima domanda che ci rimane dinanzi al male. Si interrogava inutilmente Rainer Maria Rilke: “ma il mostruoso e il micidiale come lo accetto, come lo sopporto?”.

Commenti

  1. Ingiustizia legalizzata dalla legge apparentemente impotente.
    Non si può tornare indietro e cambiare le cose.
    Ma del presente bisognerebbe farne grande tesoro.
    In certe culture si dice :"una vita per una vita".

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