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Il linguaggio delle fate

L’inquietudine che riporta all’infanzia


di Marina Zinzani

Mutano i cieli sotto i quali ti trovi, ma non la tua situazione interiore, poiché sono con te le cose da cui cerchi di fuggire. (Seneca)

Puoi camminare piano, lungo i sentieri di montagna, essere affascinato dal paesaggio. Puoi ascoltare gli uccellini, soffermarti lungo un rivolo d’acqua, cogliere una visione inaspettata, un pesce, un fiore solitario, un quadrifoglio.
Puoi andare alla ricerca di pace, lo scenario si presta al raccoglimento e alla quiete, la solitudine è cosa beata per essere in armonia con la natura.
Ma ci sono macigni che non se ne vanno, i pensieri torbidi, gli acquitrini in cui hai lasciato la tua anima, come una bambina lasciata indifesa in mezzo ad un prato sporcato, diventato poi deserto. Quella bambina inquieta ti segue sempre, non se ne va. Non conosce luoghi ameni, anche se a volte tace, dorme, se ne sta zitta e si pensa che la sua inquietudine sia svanita.
I pensieri arrivano, come folletti dispettosi, facendo sembrare quel momento, con il rivolo d’acqua, gli alberi attorno, il silenzio, il fiore solitario, un attimo che è già svanito. Parlare con quella bambina, anima inquieta attorniata da folletti che non lasciano in pace, è cosa difficile, il linguaggio sarebbe magico, e la magia è cosa delle fate.

Commenti

  1. Bellissimo e tremendamente vero. E l'unica possibilità è proprio il dialogo interiore con quella bambina, anche se molto difficile.
    Grazie
    Mara

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