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Come muoversi nel 2022

Il paese nella pandemia sta offrendo una buona prova di sé. E' il punto morale da cui ripartire


(Angelo Perrone) La statistica sulle vaccinazioni in Italia indica in 48 milioni le persone che hanno fatto almeno la prima dose, 80% della popolazione. Colpiti per primi e pesantemente, abbiamo fatto meglio di altri, in Europa e nel mondo.
Nell’andirivieni delle stagioni e dei lockdown, quel numero parla di noi, di com’è la nostra natura, di come abbiamo saputo reagire alle disavventure, nonostante esitazioni ed errori. Mostra cosa ci è successo in questa sospensione pandemica, rappresenta un segnale (persino inaspettato) di fortezza, oggi si dice resilienza, una virtù dal sapore civico. 
Eppure in tempi complicati era difficile trovare appigli. In altre epoche, le pandemie portavano a rifugiarsi nelle preghiere e nella fede, magari solo in qualche cerimonia scaramantica. è cambiato tutto, maggiore è stato il rischio di smarrirsi, di trasformare la difficoltà in rabbia e odio contro un nemico immaginario. Non importa quale: il virus, l’industria farmaceutica, i virologi, i giornalisti, chiunque la pensasse diversamente.
Per un lungo tratto dell’anno, i successi continui nello sport, dalla vittoria calcistica degli azzurri agli Europei alle Olimpiadi e paralimpiadi, ci hanno trascinato in un vortice irresistibile di entusiasmo, per le tante imprese compiute. Era ingenua quella gioia, un po’ infantile, ma anche liberatoria, e dal valore simbolico.
Tenere il campo come squadra, pure nel calcio, non era affatto scontato, con la nomea di indisciplinati e incostanti, che impregna la vita collettiva, non solo l’attività sportiva. Mostrare che la disabilità non è necessariamente una porta chiusa sulla vita significava saperla valorizzare in altro modo, ci siamo riusciti in molte occasioni. Vincere in gare etichettate come lontane dalla nostra indole, richiedeva volontà e orgoglio, caratteristiche che abbiamo ritrovato.
Dietro l’esaltazione sportiva c’erano tante storie personali. In momenti cruciali, molti hanno saputo muoversi controvento, mantenendo concentrazione e costanza. Hanno raccolto le forze. Non è un affare da poco. Anzi un esempio nella vita. Oltre che fattore decisivo nello sport.
Su tutto, è stato costante il sacrificio dei sanitari, a cui si deve il merito di aver mantenuto elevato l’impegno nelle varie ondate della pandemia. Nonostante la fatica, e qualche dileggio da parte di certi no vax ricoverati, il sistema pubblico (sanità, cura ed assistenza), alla prova, non ha vacillato grazie a loro.
Poi, ci ha colti di sorpresa The Economist che, ribaltando scetticismi e diffidenze, non sempre infondati, ha definito il nostro come «paese dell’anno». Merito del modo in cui, tutti insieme con l’eccezione di qualche frangia, abbiamo contrastato il Covid e in economia abbiamo ripreso a marciare, come non accadeva da tempo. Le statistiche segnalano l’aumento di produttività del 6%, e anche il recupero occupazionale, pur parziale, rispetto all’abisso del passato.
Il percorso certo non ha avuto affatto l’andamento lineare che possa lasciarci tranquilli. Gli studiosi dei mutamenti sociali hanno messo in guardia, in queste settimane (rapporto Censis 2021), sull’ «onda di irrazionalità» infiltratasi nel tessuto sociale, come emerge dall’alta percentuale di “negazionisti” d’ogni specie (il Covid non esiste, la terra è piatta, i vaccini sono strumenti dell’oppressione sanitaria, e via di seguito). Una spia del disagio, un segnale della conversione della paura individuale in odio sociale.
Voci sempre più preoccupate sottolineano l’impatto della pandemia sulla collettività. È forte lo stress esercitato sulla condizione psicologica dei giovani, e su quella lavorativa-esistenziale di molti. Quale comunità di persone emergerà dal disastro del Covid e si troverà a raccogliere l’eredità della crisi? 
Si estende nel mondo giovanile quel fenomeno denominato dal sociologo Mauro Magatti come «sindrome del ritiro dal sociale». In sostanza, una fuga dalla scuola, talvolta anche un abbandono del lavoro che non è motivato da necessità ed è praticato senza disporre di alternative. La tensione si traduce, prima ancora che nell’indifferenza dell’astensionismo politico, in un percorso a ritroso rispetto allo “stare in società”, dalla scuola, al lavoro, alla vita di relazione. 
Per contrastare i sintomi, non rimane per molti che sciogliere il legame sociale, volgere le spalle. Quando non, nei casi estremi, tramutare l’impossibilità di relazione in rabbia cieca. Una tentazione che attraversa le classi sociali e le varie fasce di età. Le pratiche da remoto, a cominciare dalla Dad, pur indispensabili, ostacolano alla lunga i processi di individuazione personale, frammentano il corpo sociale. Creano nuove solitudini. La digitalizzazione – necessaria in tante attività - espone alla rarefazione dei rapporti, quindi della colleganza sociale. 
La «società gassosa», di cui ha parlato di recente Papa Francesco, diventa la versione terrificante della condizione di «liquidità» sociale, intravista nella modernità da un altro sociologo, l’americano Zygmut Bauman. Prendere congedo da sé nella sfera razionale oppure in quella emotiva è la conseguenza estrema del disagio, l’effetto della tempesta che stiamo attraversando, e di cui è indispensabile prendere coscienza. 
Il senso di inadeguatezza genera inquietudine, perché non si riesce proprio a decifrare il mondo divenuto all’improvviso troppo complesso. Si avverte tragicamente di non possedere alcuna chiave di interpretazione. 
Da troppo tempo sfugge il senso di quanto accade, e non troviamo il modo di uscirne. Eppure, mentre comincia un nuovo anno, non rimane che continuare ad interrogarsi sul momento che attraversiamo, vincendo se possibile la stanchezza. Non c’è alternativa alla fatica di essere sé stessi.

Commenti

  1. Analisi lucida, condivisibile, direi perfetta dei nostri tempi duri.
    Valutazione obiettiva, senza nessun portatore di responsabilità.
    Parole chiare e dettagliate su un caos indicibile e un completo sbandamento da parte di molti.
    Apprezzabile e attenta analisi del mondo giovanile, quello più a rischio comportamentale. Grazie

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