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Oltre la siepe: l'agilità di un felino (2)

di Laura Maria Di Forti
(Introduzione di Angelo Perrone)

(ap) Qual è il legame tra Guido, pittore anni Venti, e Flora, avvenente e capricciosa modella? Il mondo di Guido entra in crisi davanti al sogno di un altro amore, Adele. Dovrà scegliere tra immaginazione e realtà. Il racconto di Laura Maria Di Forti esplora, nell’atmosfera decadente di inizio ‘900, sentimenti, desideri, illusioni.
Dopo il primo capitolo “Modella e musa”, ecco il secondo “L’agilità di un felino” – Mentre gli artisti animano la vita del cascinale, l’attenzione si concentra su due donne, Flora e Adele, la nuova arrivata, così dolce e mite

La ragazza arrivata come per incanto la sera prima si chiamava Adele ed era la cugina di Giacomo. A differenza di questi, Adele era ricca e certamente non era un’artista. Si trovava di passaggio nell’Oltrepò Pavese essendo diretta, aveva detto, verso la costiera ligure a casa di un’amica di infanzia dove, pensava, avrebbe trascorso un periodo di vacanza dopo una lunga bronchite che l’aveva costretta a letto per quasi due mesi.
L’accoglienza del cugino era stata molto calorosa e Guido le aveva subito offerto ospitalità pregandola di riposarsi per qualche giorno nel casale prima di riprendere il viaggio.
“Così abiti a Verona” le disse Flora mentre facevano colazione sotto il pergolato del giardino davanti alle finestre della grande sala.
“In realtà sono milanese come mio cugino Giacomo, ma mia madre si è trasferita a Verona otto anni fa dopo la morte di mio padre e il matrimonio con un imprenditore veronese.”
“Molto ricco, a quanto pare – disse subito Flora con un sorrisino ironico stampato in viso – Ti piace guidare?”
“Oh, sì, certamente. Dona un inimmaginabile senso di libertà. Potersi spostare a proprio piacimento, infatti, cambiare città, andare da un posto all’altro senza la limitazione degli orari dei treni, cose di questo genere, insomma, ti fanno sentire autonoma.”
Flora sorrise alla spiegazione di Adele. Pensò che avrebbe presto chiesto a Guido di voler imparare a guidare.
“Immagino sia il regalo del patrigno imprenditore” disse alzando le spalle, come se volesse far notare che la libertà le derivava dalla ricchezza del nuovo marito della madre. A queste parole Giacomo, a cui Flora era sempre risultata poco simpatica e che non approvava il modo in cui aveva circuito l’amico Guido, le si rivolse imitando la sua stessa voce, petulante e insolente:
“Anche tutto quello che possiedi tu, Flora, non è frutto del tuo sudore ma ti è stato regalato!”
Flora lo guardò con malcelato disprezzo. Come si permetteva di rivolgersi a lei con quel tono sarcastico? Giacomo era un giovane affascinante, certamente, e lei lo trovava oltremodo attraente, vero, ma questo non poteva essere un motivo perché lei dovesse sopportare la sua impertinenza.
“Ho sempre ammirato la tua sincerità, Giacomo, ma non metterti contro di me. Non ti conviene, sai?”
Allora Giacomo rise dicendole che non la temeva e, alzandosi dalla sedia, salì su una delle biciclette appoggiate contro il muro e si allontanò dal giardino per andare verso i campi.
Adele era mortificata. Sentirsi al centro di una discussione le risultava penoso e oltremodo indecoroso. Non era certo arrivata in quella casa per creare scompiglio ma, al contrario, per trovare un poco di serenità. Ma gli ambienti artistici, pensò, forse sono alquanto burrascosi!
Quando rientrò in casa, vide Guido che, per tutto quel tempo, era rimasto seduto in salone sprofondato sulla poltrona posta sotto la grande finestra. Aveva sentito tutto, naturalmente, aveva ascoltato non visto l’intera conversazione. Appena la vide, si alzò sorridendole mestamente.
“Credo sia gelosa di te – disse – Non è abituata ad avere intorno altre donne, a parte Paola. Qui siamo solo artisti, vecchi amici che cercano con la loro arte di migliorare il mondo, come se il mondo avesse bisogno dei poeti e dei pittori per sembrare un luogo più meritevole di essere vissuto.”
“Oh, sarebbe veramente bello se il mondo fosse governato dai poeti e dai sognatori!”
Guido sorrise. Quale anima gentile e pura si nascondeva dentro quella giovane così beneducata? Forse non era bella né conturbante come Flora, certo, ma per la prima volta nella sua vita Guido si sentì in pace nel guardare quel viso di una dolcezza infinita, lo sguardo tenero, gli occhi di un azzurro intenso, blu come le onde del mare, come il cielo di primavera e come i fiordalisi profumati.
Si rese conto, in quell’istante, che la bellezza carnale di Flora lo soggiogava rendendolo uno zimbello, una marionetta senza volontà, un burattino di un teatro grottesco, laddove quella ragazza lo seduceva con la sua purezza e la sua bellezza composta, il fascino di una creatura di sogno, evanescente quasi, sicuramente ricca di grazia e di eleganza.
Scosso da un impulso irrefrenabile, Guido le prese la mano chiedendole, supplicandola quasi, di non fare caso alle paranoie di una donna come Flora, perennemente in conflitto con il genere femminile, assurto a pericoloso antagonista delle sue mire da cacciatrice e di restare in quella casa con animo sereno.
Adele sorrise, forse non capendo del tutto il discorso di Guido, ma lo ringraziò dicendogli che certo lui non doveva scusarsi con lei e che sarebbe rimasta per ubbidire al suo accorato appello. Certo, sarebbe rimasta, pensò, fino a quando non si fosse creata un’altra occasione di contrasto con Flora.
Essere la causa del disaccordo tra Guido, sempre descritto dal cugino come il migliore degli ospiti e dei mecenati, e la sua donna, anche se non altrettanto simpatica e degna di lodi, sarebbe stato insopportabile e lei non lo avrebbe permesso. Piuttosto, invece, avrebbe fatto le valigie e sarebbe partita senza indugio, come sembrava essere diventata un’abitudine, ormai, nella sua pur breve vita.
Ma le parole di Guido, il suo viso sinceramente contrito e gli occhi dolci e supplichevoli, le sembrarono meritevoli e certamente non avrebbe fatto nulla per dispiacere ad un uomo tanto cortese.
Il pomeriggio trascorse passeggiando per i campi e andando in bicicletta. Poi, verso sera, Franco e Marco si misero a dare calci ad un vecchio pallone e Giacomo improvvisò due reti con vecchie assi di legno e alcune coperte logore che languivano da tempo indefinito nella legnaia. Fu un momento di puro svago e grande divertimento.
La sera, dopo cena, con le candele accese sul tavolo del salone e alcuni bicchieri di porto a confortare i loro animi, ascoltarono alcune poesie di D’Annunzio molto criticate da Giacomo che, come disse con asprezza, considerava il poeta l’ispiratore del fascismo.
Quella notte Flora si avvicinò a Guido con l’agilità di un felino, decisa a circuirlo per saggiare la sua devozione, cosa di cui lei aveva sempre una grande necessità, ma Guido, memore delle parole poco gentili rivolte alla nuova ospite, per la prima volta fece finta di non capire. Flora non si scompose e, perseverante, continuò nella sua opera di accerchiamento e assedio fino a quando lui capitolò, ormai senza forze e senza più pensare ad Adele. 
L’indomani decisero tutti di fare una gita al vicino Castello di Stefanago e allora si pigiarono nel calesse di Giosuè e partirono alla volta dell’alta torre medievale in pietra. Lasciando la Pergola, Flora si accostò meglio a Guido e gli chiese:
“Quando mi metterai l’altalena in giardino?”
Paola alzò gli occhi al cielo. Quanti capricci di quella donna insulsa doveva soddisfare il povero Guido?
“Un’altalena?” domandò Giacomo, curioso.
“Sì, un’altalena da mettere in giardino vicino al roseto, un regalo che Guido mi ha promesso la scorsa estate e che ancora non ha soddisfatto. Le promesse devono sempre essere rispettate, non sembra anche a voi?” chiese Flora.
Guido ripensò a quel giorno, alla voglia che lui provava per lei, per il suo corpo perfetto, la bocca carnosa da baciare e l’estasi che provava al solo toccarla. Quel giorno, però, ora sembrava tanto lontano. Sorrise imbarazzato.
“Ricordati – lo minacciò sorridendo Flora – mi sei debitore di un’altalena.”
Dopo la visita alla Torre, in una locanda mangiarono un ottimo brasato con polenta e bevvero un vinello rosso che fece loro venire un gran sonno.
“Le mie sculture – cominciò a dire Franco nei fumi dell’alcool – sono misera cosa se confrontate con quelle degli artisti del passato, un passato grande e glorioso. Le mie sculture sono niente, sono immondizia. E allora, dopo aver capito questo, l’unica cosa da fare è cambiare, cambiare tutto drasticamente.” 
Poi sembrò quietarsi per qualche istante, fino a quando cadde in un sonno profondo.
“Non regge l’alcool, il nostro caro Franco” disse Giacomo sorridendo.
“Ci toccherà prenderlo in braccio per trasportarlo fino al calesse” continuò Marco, sempre paziente.
Guido e Marco lo sollevarono con fatica prendendolo per le braccia e per le gambe. Tornarono al casale che era già buio, dopo aver cantato a squarciagola per tutto il tragitto. Soltanto Paola tradiva una certa insofferenza, forse perché sentiva una nuova minaccia all’orizzonte.
Quando aveva conosciuto Guido, lui era già innamorato di Flora e il confronto tra lei e quella ragazza così piena di vita e di attrattiva era impossibile, e di questo ne era pienamente consapevole. Lei, nonostante questo, si era innamorata del giovane mecenate con la sprovvedutezza della ragazza giovane e ingenua, ma le era sufficiente vederlo di tanto in tanto, sapere che lui stava bene, riempirlo di attenzioni e avere la certezza di essere pronta a tutto per lui.
Le bastava questa sicurezza nel convincimento che, se Flora lo avesse lasciato per andare a rincorrere altri amori, anzi altre follie, lei sarebbe stata pronta a consolarlo, lenendo le sue pene con il suo irriducibile amore. Prima o poi Flora lo avrebbe abbandonato, sì certo, se ne sarebbe andata, pensava Paola, a rincorrere un altro amore ricco e spregiudicato lasciando il povero Guido solo e disponibile. Per lei, chiaramente.
Ma l’arrivo di quella giovane automobilista, quella ricca ragazza piena di bei vestiti e di gioielli, sofisticata creatura dalla capigliatura alla moda, la pelle del viso perfetta, una leggera passata di rossetto sulle labbra morbide e l’aria ingenua e sprovveduta, l’aveva infastidita, rendendola di malumore e non più certa del suo sogno nel quale si immaginava granitica nella sua possibilità di essere ricambiata da Guido.
Il viso angelico di Adele e la sua bellezza elegante e i modi gentili, aristocratici, erano di gran lunga più seduttivi della sua capigliatura rossa e delle lentiggini sul naso, di questo ne era del tutto consapevole. Guido era ormai irraggiungibile e d’altronde, come le aveva predetto un giorno una vecchia strega, una di quelle zingare dalle lunghe gonne a righe che si era materializzata dal nulla in mezzo alla folla e che veloce le aveva preso la mano anni prima mentre ancora andava a scuola, lei avrebbe incontrato l’amore molto tardi. Guido, pertanto, non le era destinato. 

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