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Nella testa dello zar

Invasione dell’Ucraina: la rottura con la comunità internazionale


(Angelo Perrone) Lo sforzo è durato giorni. Capire cosa Vladimir Putin avesse in testa a proposito dell’Ucraina è stato il principale problema che, di fronte ad un’escalation di portata sorprendente sino all’attuale invasione, ha coinvolto tutti: leader dei principali paesi occidentali impegnati nella diplomazia, esperti, commentatori. Persino la gente qualsiasi che ascoltando notizie tanto incandescenti rimaneva esterrefatta e preoccupata.
Non che ci fossero tanti dubbi, a guardare lo schieramento massiccio di truppe e mezzi su tutti i lati del paese tanto da accerchiarlo e strangolarlo prima ancora di ogni mossa. C’erano poche perplessità ascoltando le parole usate dal nuovo zar del Cremlino, così pesanti e dense di implicazioni. Hanno colpito quelle usate da Putin nel discorso per annunciare il riconoscimento delle autoproclamatesi repubbliche del Donbass e ancora per spiegare i motivi politici della sua azione.
L’Ucraina non è mai esistita come tale, «fu creata da Lenin e dai bolscevichi». «Quelle sono terre strappate all’Urss». Era e rimane russa o comunque sotto la sua influenza. L’adesione all’Unione europea e alla Nato sarebbe una minaccia. Si impone la “denazificazione” del paese con l’eliminazione dei gruppi di estrema destra che hanno preso piede lì.
E infatti le operazioni militari in corso, non solo nel controverso Donbass ma ovunque, e nelle principali città, hanno mostrato quanto era scontato: la neutralizzazione dell’Ucraina come paese autonomo e indipendente è lo scopo evidente delle manovre, la preoccupazione centrale dell’azione di Putin.
Ma qualcosa in tutte le analisi è sempre sfuggito, tanto sono apparsi paradossali i giudizi del nuovo zar russo, incongruenti e contrari al senso di realtà. Come del resto ha sorpreso la mancata percezione dei costi di scelte spericolate in termini di vite umane.
«I russi dovrebbero chiedersi quante vite (il presidente Vladimir) Putin è disposto a sacrificare per alimentare le sue ambizioni», si è chiesta allarmata l'ambasciatrice degli Stati Uniti alle Nazioni Unite, Linda Thomas-Greenfield. Di rimando l’ambasciatore russo Vassilj Nebenzia non si tratteneva dal minacciare quello di Kiev: «non ci andremo leggeri con chi non obbedirà».
Che qualcosa non andasse per il verso giusto se ne sono accorti tutti tranne Donald Trump che non si fatto sfuggire l’occasione per descrivere Putin come «un genio». Il presidente francese Macron, che pure non ha smesso di mediare, ha definito «paranoico» il discorso di Putin sulle ragioni dell’invasione dell’Ucraina.
Anche su altro versante, c’è stato un commento analogo. Alexander Gabuev, già portavoce di Medvedev al Cremlino quando era al posto di Putin, ha detto che «non era normale l’ora di lezione di storia» per annunciare il riconoscimento del Donbass.
Si è cercato di capirne di più, anche per regolarsi di conseguenza, per stabilire come procedere noi in occidente, quali reazioni adottare, che fare davanti alla follia dilagante. L’opera di dialogo finora svolta, di avvertimento e seduzione insieme, cioè il bastone e la carota, sono stati un insuccesso, armi spuntate, ragionare con uno come lui non funziona.
Hanno detto la loro collaboratori di Putin in diversi ruoli, quelli che l’hanno conosciuto di persona per qualche motivo (il regista Oliver Stone per esempio lo ha lungamente avvicinato e intervistato nel 2017), quanti potessero dare lumi sui comportamenti attuali.
Con Putin la Russia ha deciso di rompere i ponti con la comunità internazionale ponendosi di traverso rispetto al corso della storia moderna. Questo il punto cruciale. Le decisioni del nuovo zar rappresentano una svolta negli equilibri geopolitici mondiali, hanno riflessi sulle sorti del suo paese e sui rapporti di forza nel mondo, cambiano le cose per l’avvenire.

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