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Guido (La preoccupazione)

di Marina Zinzani
(Introduzione di Angelo Perrone)

(Angelo Perrone) Racconti dedicati alle emozioni. Guardarsi intorno per avere un sollievo dopo tanto patimento, potrebbe essere questo un bel progetto. Quando si avverte il malessere che corrompe il tempo, si vorrebbe fare un gesto liberatorio, avere uno spazio dove rifugiarsi.
Non che non ci siano altrove delle difficoltà ma, che diamine, non potrà essere mai come ciò che si sta vivendo. Quel sentirsi soffocare, come una morsa al collo, che non ti dà mai tregua.
Dunque come sarebbe bello aprire la finestra, guardare oltre, sentire un profumo dolce di primavera. Averne finalmente il tempo e il modo. Per trovare poi più forza per riprendere, solo questo. Non si vorrebbe certo dimenticare nulla di ciò che ci obbliga. Prima o poi ci si prova: la compagna, gli amici, qualche parente stretto. 
Qualcosa in più per dare senso alla giornata. Non è poi chiedere tanto. Invece, che sorpresa. Era illusione? I pensieri dell’una, gli affanni degli altri. Sembra una catena senza fine, il viaggio nello sprofondo non ha mai termine. Dove si guardi, non c’è mai luce, un qualsiasi spiraglio che indichi un’altra strada. Migliore finalmente della nostra.
Marina Zinzani scava nelle pieghe delle emozioni, alcune è capitato a tutti di avvertirle.
Dopo “Sabrina" dedicato all’invidia, "Ilaria" incentrato sulla rabbia, "Rosa" (la malinconia), "Giacomo" (il senso di colpa), "Matilde" (il senso di impotenza), "Maurizio" (il rimpianto), "Alessia" (il rimuginare), "Alessandro" (la paura), "Emilia" (il risentimento), "Augusto" (l’empatia), ecco "Guido" (la preoccupazione)

Mi chiamo Guido ed ho quarant’anni. La mia è una preoccupazione continua, ho due genitori anziani a casa che conoscono gli acciacchi del tempo, direi, e io, il figlio non ancora sposato, devo pensare a loro. Difficile cercare di sfuggire a questo obbligo, doveroso, per carità.
Però… mi piacerebbe conoscere un po’ di più la leggerezza. Mi piacerebbe alzarmi la mattina ed essere padrone della mia giornata, decidere cosa voglio fare. Ad esempio fare colazione al bar. Quella cosa a cui non si dà peso, ma che può apparire, in un raro momento di vera attenzione, una cosa piacevole, il piacere di una pasta fragrante, meglio se vuota, e di un cappuccino, con una spruzzata di cacao, e poi dare un’occhiata al giornale.
Certo, le notizie non sono allegre in genere, ma io sorvolerei le pagine di cronaca, andrei alla pagina dello spettacolo, ad esempio, si parla di un film appena uscito, leggo la recensione, guardo se lo fanno in città, penso che potrei andarci, perché no? Potrei chiamare la mia compagna, perché una compagna ce l’ho, e proporre una serata con pizza e cinema, non sarebbe una brutta cosa.
Mi piacciono i film impegnati, quelli di cui si discute, quelli di cui leggi l’intervista al regista o ad uno degli attori e un po’ ti incuriosisce, e poi quando l’hai visto ti viene voglia di discuterne con la tua compagna, di scambiarti l’emozione che il film ti ha dato.
Sono preoccupato per il nostro futuro assieme. Lei è separata, ha una figlia adolescente, che le sta creando non pochi problemi. Si è messa in un brutto giro, sembra, credo prenda qualcosa, roba leggera, ma si sa come va a finire. Una ragazza giovane e poca voglia di studiare, ha interrotto gli studi infatti, e non ha neanche l’idea di trovarsi un lavoretto, giusto per aiutare un po’ la madre in casa e non considerare suo padre un bancomat. 
La mia compagna dice che ha subito la separazione come un trauma, che bisogna capirla. Io, se provo ad obiettare qualcosa, sono guardato male, sembra la mia un’invasione di campo, un padre ce l’ha e non sono io, è meglio che badi alla mia famiglia. Qualche volta abbiamo discusso per questo.
Che badi alla mia famiglia, certo. Ho un fratello un po’ problematico, ha avuto una figlia con una ragazza non italiana, è finita, lei è andata a vivere in un’altra città e lui può vedere la bambina solo una volta ogni tanto, se n’è andata lontano migliaia di chilometri lei, aveva dei parenti là, e lui è lì, ora, solo, e le passa dei soldi. Mi fa una gran tristezza. Alterna rabbia a frustrazione, senso di vuoto, dice che lei fa la bella vita con il denaro che le passa, e la bambina intanto cresce senza un padre.
D’altronde io, che sono il fratello maggiore, l’avevo messo in guarda, questa vuole un figlio da te dopo pochi mesi, stai attento, è una cosa seria o lei vuole rimanere qua, cambiare in meglio la sua vita, creare una famiglia senza davvero conoscervi? Parole buttate al vento. Fatti gli affari tuoi, mi ha anche detto. Ecco, dove è arrivato. Era meglio se mi ascoltava, dovevano conoscersi meglio, e lui non doveva buttarsi subito in una storia dai contorni pochi chiari. 
Di fatto lei è restata con lui per un anno e poi l’ha lasciato. Non è la prima storia che si sente di questo genere. Però lui ora è diventato un problema, prende anche pastiglie per l’ansia, dice che la sua ex compagna, ragazza molto carina fra l’altro, deve avere un altro uomo, e che la bambina si affezionerà a lui. Lo vedo apatico, disinteressato a tutto, quando viene dai nostri. 
E i loro problemi, la salute, la pensione, il medico, gli esami da fare, la banca che ha chiamato, la pratica all’Inps, diventano per lui solo noie da ascoltare. Certo non contribuisce a niente, sta a me fare tutto, perché sono ancora in casa e chissà se mai andrò a vivere da solo.
Eravamo ad un passo dalla convivenza, io e la mia compagna. Sarei andato a vivere da lei, era la cosa più semplice, e in qualche modo mi sono affezionato alla figlia. Poi, chissà sotto quale influenza, la figlia ha cominciato a mostrarsi fredda, distaccata con me, e la mia compagna ha detto “devi capirla, è un’età difficile, non è facile per lei vedere un uomo in casa che non sia suo padre, è meglio aspettare.” 
Certo, aspettiamo. Che lei cresca, che si trovi uno e poi vada fuori di casa e così io posso andare a convivere con sua madre? Cosa complessa. Ma i grandi amori sono così? Sono davvero così? Non sono un desiderio continuo, enorme, di stare insieme, a dispetto di tutto e tutti? Non sono il desiderio di alzarsi con il proprio compagno, di mangiare con lui, di andare a dormire con lui? 
Invece per me c’è prima la figlia che non si deve traumatizzare ancora di più. C’è l’insicurezza di sua madre, donna dubbiosa per natura, e infatti la figlia sta prendendo una brutta china per via della sua mancanza di autorità, in pratica le ha detto sempre di sì, quasi impaurita che la figlia la ami meno, se dice un no.
Poi a volte il mondo sembra caderle addosso, dice che è sola a crescere la figlia, che io non so cosa significa avere un’adolescente in casa, è un’età difficile, i pericoli sono fuori dalla porta, sono tremendi. Come se io non capissi. Dice che mi preoccupo poco per lei.
Questa non la doveva dire. Ho passato tutta la vita a preoccuparmi degli altri, di mio padre, di mia madre e delle sue ossessioni, dovevo assecondarla altrimenti ogni cosa diventava ancora più esagerata, di mio fratello, delle sue scelte frettolose e della sua solitudine, e poi della figlia della mia compagna e di lei stessa, che vedo sempre nervosa. E a volte mi sembra che i progetti insieme sono solo miei, io sono lì, che aspetto, che aspetto eventi migliori per entrare veramente nella sua vita.
I miei genitori non si accorgono neanche di quello che provo, di tutte le preoccupazioni che ho. I miei amici sposati dicono che devo prenderla come viene, di farmi meno problemi. In fondo, dicono, cosa mi manca… sono libero, cosa voglio di più…

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