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Scuola e saper scrivere, le responsabilità?

Educare ad esprimersi: compito della scuola


(Angelo Perrone) In molti concorsi pubblici (da ultimo in magistratura, idonei solo il 6% degli aspiranti), gli elaborati scritti registrano la scarsa capacità espressiva dei candidati. Da cosa dipende? Qual è la preparazione? Le esperienze precedenti?
All’università (prima, la situazione è simile) si ricorre al massimo ad elaborati brevi o a tesine, se non a semplici test; non è raro che si arrivi alla laurea senza essersi mai misurati nella redazione di testi organici su materie specifiche, tanto meno nell’analisi e nel commento.
Non sono pochi gli studenti che non hanno mai scritto nulla sino alla conclusione dei cicli di studio. All’origine, almeno di recente, la causa maggiore è individuabile negli effetti antisociali della pandemia che ha ostacolato le riunioni in presenza e impedito le esercitazioni di gruppo: sarà difficile ripristinare la normalità.
Il Covid ha reso precario il rapporto tra educatori e allievi: la Dad in particolare, se ha permesso di mantenere aperto il circuito scolastico, ha fatto venire meno la centralità del rapporto insegnante-studente, minando il contesto necessario per fare esperienze pratiche.
Ma a parte ciò, si avverte una sorta di ostilità ideologica nei confronti del lavoro linguistico scritto che ormai dura da tempo, quasi un pregiudizio culturale per qualcosa di arcaico, superato nella società digitale, inservibile rispetto alle forme moderne di comunicazione. Lo si avverte pure in certi ricorrenti dibattiti sugli esami di maturità.
È rimasto inascoltato l’allarme lanciato nel 2017 da ben 600 accademici per denunciare la scarsa conoscenza della lingua italiana da parte delle nuove generazioni. La scrittura, una delle abilità ritenute fondamentali nella civiltà occidentale, è in fase di grave decadimento.
La classe politica è rimasta insensibile all’appello: i test Invalsi 2021 hanno evidenziato che, alla maturità, metà degli studenti ne sa, della lingua italiana, come nella scuola media e spesso non è in grado di comprendere testi di media difficoltà né di riassumerli e spiegarli. 
Il fenomeno viene da lontano, la scarsa abitudine alla scrittura deriva da consuetudini, a cominciare dall’uso della rete e delle applicazioni tecnologiche. L’espressività è sempre più “diversa”, altra dal segno scritto su una pagina.
Si usano immagini, video, disegni, icone, per comunicare efficacemente e quando proprio si ricorre alle parole, la scrittura non è tradizionale: sincopata, frammentata, sconnessa. Si prescinde dalle connessioni logiche, dalle transizioni tra un concetto ed un altro, si finisce per utilizzare forme sgrammaticate e sintatticamente errate. 
Non è inevitabile che Internet implichi approssimazione, è possibile sfruttare la velocità del mezzo senza sacrificare la logica, ma la fatica è maggiore e non sempre si ha voglia di affrontarla. Sullo sfondo, gli effetti perversi dell’orizzonte post moderno: la società liquida (Zygmunt Bauman), il villaggio globale in cui l’oralità ha preso il posto della scrittura (MacLuhan), l’epopea dei nativi digitali (Prensky). La vaghezza soppianta la precisione.
In questo contesto, spicca la responsabilità della scuola, che ha scambiato il senso della tradizione per immobilismo pedagogico, rinunciando ad impostare una didattica della scrittura, scientificamente fondata, e a renderla permanente, in modo che accompagni tutte le forme di insegnamento. 
Il paradosso dello studio dell’italiano è la mancanza di una pratica della lingua scritta in parallelo alla lettura e all’apprendimento dei concetti.

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