(Introduzione ad a.p.) Esistono domande che hanno la forza di squarciare il velo della propaganda, riportando al centro il destino fragile della democrazia. Quando la giustizia rischia di trasformarsi in uno strumento di chi governa, il pensiero critico si fa scudo a difesa del cittadino. In questo solco, la "Coscienza del NO" si manifesta come esercizio di verità e rigore istituzionale, attraverso l’analisi lucida e lo sguardo fermo di Gustavo Zagrebelsky.
Gustavo Zagrebelsky: «A chi serve una riforma della giustizia che, per ammissione dei suoi stessi promotori, non punta all’efficienza dei tribunali ma al riequilibrio dei pesi istituzionali?»
(a.p.) ▪️
Il paradosso del potere
È questa la domanda, quasi provocatoria, da cui bisogna partire per scrostare la retorica che accompagna la riscrittura delle regole giudiziarie. Chi la promuove vuole convincerci di un paradosso: viviamo in un Paese dove la politica sarebbe paralizzata e la magistratura onnipotente. Ma la realtà è l’esatto opposto. Il potere risponde alla legge dei vasi comunicanti: sottrarne a un’istituzione di controllo significa regalarlo, automaticamente, a chi governa.
L'occupazione degli spazi di legalità
In un’epoca in cui la politica soffre di una crisi di fiducia senza precedenti — con cittadini che disertano le urne proprio perché non si sentono più garantiti — l'idea che questa stessa politica voglia "debordare" ulteriormente, occupando lo spazio della legalità, non è un segnale di democrazia, ma di occupazione. La magistratura, lungi dall'essere una casta intoccabile, appare oggi già intimorita.
Una legge non più uguale per tutti
La legge è davvero uguale per tutti quando un’indagine svanisce nel nulla se tocca i figli del potere per reati gravissimi? È uguale per tutti quando si vuole impedire al giudice di sindacare sulle procedure delle grandi opere o sulla gestione dei flussi migratori? Tra prescrizioni che salvano chi può permettersi difese infinite e attacchi frontali a ogni sentenza sgradita, l'ordine giudiziario è già sotto assedio.
L'indebolimento dei presidi: CSM-Carriere-Disciplina
La riforma è l’atto finale di questo svuotamento. Indebolire il sistema attraverso la separazione delle carriere o la divisione del CSM non serve a rendere i cittadini più liberi, ma a lasciare le mani libere a chi comanda. Un Consiglio Superiore della Magistratura depotenziato e un pubblico ministero isolato sono i pilastri di un sistema in cui il controllo di legalità smette di essere un diritto del cittadino contro l'arbitrio e diventa un fastidio da eliminare.
Il rifiuto dell'intimidazione sistematica
Indebolire l'autonomia dei giudici significa sacrificare l'ultimo specchio capace di riflettere le storture del potere. La coscienza del NO nasce qui: nel rifiuto di un sistema dove il diritto si piega alla forza e dove l’indipendenza della giustizia viene immolata sull'altare di un dominio politico che non accetta limiti.
L'obiettivo non è il processo giusto. L’obiettivo è l’intimidazione sistematica.

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