(Introduzione ad a.p.). Nel dibattito sulla riforma della giustizia, risuonano le parole del ministro Nordio che auspica "meccanismi di controllo" per una magistratura "auto-referenziale". Ma cosa si cela dietro queste affermazioni? Analizziamo la fallacia logica che, come un filo invisibile, lega le premesse di questa riforma a conseguenze potenzialmente pericolose per la nostra democrazia e l'indipendenza della giustizia.
(a.p.) ▪️
«Oggi abbiamo una magistratura che è un potere dello Stato che non risponde a nessuno, se non a sé stessa. [...] La riforma serve a introdurre meccanismi di controllo e di equilibrio». (Carlo Nordio)
L’indipendenza della Magistratura sarebbe un’anomalia da "correggere" attraverso il controllo. Ma dietro questa narrazione si cela una fallacia logica che mina le fondamenta della nostra democrazia.
1. La trappola della falsa premessa
L'attacco alla "giustezza" del processo: Si dà per scontato che i processi siano "ingiusti" a causa dei magistrati, un’affermazione priva di fondamento. Il vero problema della giustizia italiana non risiede nell’imparzialità dei giudici, ma nella lentezza cronica, soprattutto nel civile, causata da carenze di organico e risorse, non da complotti ideologici.
Il finto colpevole: le Correnti
La riforma accusa le correnti della magistratura di essere la causa del malfunzionamento dei processi, un’analisi fuorviante:
a. Cosa sono davvero:
Le correnti sono gruppi di pensiero, espressione di pluralismo ideale e culturale, fondamentali per l'organizzazione e la rappresentanza dei magistrati.
b. Il corto circuito:
È vero che ci sono state degenerazioni nella gestione degli incarichi, da combattere con fermezza, ma queste coinvolgono il "potere interno" e non il modo in cui un giudice decide una causa in aula. Non esistono prove che l’appartenenza a una corrente comprometta la giustizia di un processo.
In sintesi: La premessa "esistono le correnti = i processi non funzionano" è infondata e pretestuosa.
La metafora del chirurgo
È come se, in un ospedale, i sindacati dei medici litigassero per le carriere dei primari e il ministro affermasse: "Poiché i sindacati litigano per le carriere, allora i medici operano male e dobbiamo togliere loro l'indipendenza professionale". Capite l’assurdità? Se un medico sbaglia, ne risponde (la responsabilità civile esiste già); ma se il politico controlla l'atto tecnico, il paziente non è più al sicuro. Nella giustizia, il "paziente" è il cittadino.
2. Lo "specchietto per le allodole" del sorteggio
Per mascherare il "controllo" sui magistrati si propone il sorteggio per il CSM, dopo averlo suddiviso (dunque indebolito) in due organismi. Ma questa è una manovra di distrazione:
◦ I magistrati verrebbero selezionati "a caso" tra tutti, risultando così indeboliti e divisi.
◦ I politici nel CSM continuerebbero a essere scelti dai partiti, perché sorteggiati da un elenco prestabilito di candidati selezionati (compatti e qualificati).
Il risultato? Un organo dove la politica domina sui tecnici, rompendo l’equilibrio tra i poteri.
3. Il PM come "avvocato della polizia"
Separare le carriere non serve a velocizzare le cause civili (le vere dimenticate), ma a isolare il Pubblico Ministero. Senza la "cultura della giurisdizione" — l’obbligo di cercare la verità anche a favore dell'imputato — il PM rischia di trasformarsi in un funzionario che, per non essere "irresponsabile", finisce per rispondere al potere politico.
4. La "chiave di volta”
L'indipendenza della magistratura rappresenta la "chiave di volta" della stabilità costituzionale. La riforma non mira all’efficienza, ma a scardinare l'autonomia dei magistrati per renderli meno "scomodi". Chiamare "controllo" ciò che è in realtà "assoggettamento" è il primo passo verso la fine dello Stato di diritto.
5. Le conseguenze a lungo termine
Intaccare l’indipendenza della magistratura significa minare la fiducia dei cittadini nel sistema giudiziario. Se il giudice non è più percepito come terzo e imparziale, il cittadino si sentirà vulnerabile e senza garanzie efficaci. La giustizia diventerà terreno di scontro politico, ridimensionando la tutela dei diritti fondamentali.
6. La lezione della storia
Le democrazie più fragili sono quelle in cui la magistratura è stata subordinata al potere politico. La storia ci insegna che ogni volta che questo equilibrio è stato rotto, si è aperta la strada a derive autoritarie. Salvaguardare l’autonomia della giustizia significa difendere la nostra libertà.
In conclusione, la riforma presentata come un’esigenza di efficienza cela in realtà il rischio di un ritorno a un controllo politico della magistratura. La vera sfida non è "riformare" per dominare, ma rafforzare il sistema per garantire giustizia a tutti, senza inganni né scorciatoie.

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