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Il treno all’alba: Vincenza e il sogno proibito di un altro destino 🚉 📚

Immagine bianco e nero di una stazione ferroviaria vuota immersa nella nebbia
(Introduzione a Vespina Fortuna). Alcuni destini sembrano scritti sulla pelle prima ancora di nascere, eredità pesanti come catene che passano di madre in figlia tra i profumi di zagara e il silenzio di case senza porte.
In questo crudo spaccato tratto da "Donne maledette", l’autrice ci racconta di Vincenza: una bambina "secca e lungagnona" che commette l'errore più imperdonabile in un mondo di rassegnazione: sognare una vita diversa. Una storia di resistenza silenziosa, colletti bianchi e un treno all'alba che diventa l'ultimo, disperato confine tra il fango e la libertà.

(Vespina Fortuna). 

Un’eredità di profumi e peccato

Vincenza già conosceva il suo destino, sino dal giorno in cui era nata. La madre e le sorelle trascorrevano la vita a compiacere gli uomini del paese. Era cresciuta tra essenze di violetta e profumi di rosa canina in una casa un poco fuori dal paese, tra vigneti e agrumeti abbandonati.
Il profumo delle zagare indicava la strada ai fruitori del piacere ed i colori arancio e giallo dei frutti contribuivano ad aumentare il desiderio.
In quella casa non vivevano uomini. Rosaria aveva partorito sei figlie senza sapere chi fossero i padri di ciascuna di esse. Per fortuna aveva avuto solo femmine, potevano proseguire la sua strada, certe che il pane per loro non sarebbe mai mancato. Passavano tutto il tempo a lavarsi, pettinarsi, conciarsi, profumarsi, vestirsi e spogliarsi. 
La casa non aveva porte a dividerla, ma tende colorate e trasparenti affinché già dal corridoio, insieme al naso, potesse trarre piacere anche l’occhio e l’orecchio. 

La bambina che non voleva truccarsi

Vincenza era stata l’ultima a venire al mondo. Era secca secca e lungagnona. Rosaria, la madre, si era fatta una certa idea di chi potesse essere figlia oltre che sua, ma non le interessava saperlo con certezza, l’importante era che fosse femmina e che un giorno avesse contribuito al sostentamento della famiglia come tutte le altre sue sorelle.
Era ancora presto, mancavano ancora cinque anni prima che ne compisse quattordici e potesse essere iniziata alla professione. 
A differenza delle sorelle e della madre, però, Vincenza non amava truccarsi né profumarsi e tutto quell’andirivieni di uomini, quei suoni sempre uguali e quegli sguardi lascivi, la infastidivano e la distraevano dalla sua attività preferita: lo studio.
Andava a scuola con piacere, Vincenza e aveva preso a modello la maestra. Le piaceva perché era diversa dalle donne di casa sua. Si vestiva con abiti scuri dai colletti grandi e le sue gonne non salivano mai più su del ginocchio.
Sapeva parlare pacatamente, non gridava mai e il suo sorriso non era mai ammiccante. Sapeva tante cose la sua maestra e aveva una risposta per ogni domanda. In classe la guardava con lo stesso sguardo dolce con cui guardava le altre scolare e almeno lì non si sentiva giudicata.

Lo scontro con la realtà di Rosaria

Un giorno, tornando da scuola, Vincenza posò i libri sul tavolo e annunciò: “Io da grande voglio fare la maestra!” Una risata ruppe il primo momento d’imbarazzo e, un ceffone in pieno viso, il secondo. Rosaria le voltò le spalle con la mano che ancora le bruciava per il forte colpo e uscì di casa a grandi passi fino all’albero di fico.
Ciò che aveva sempre temuto era successo. Una delle sue figlie le avrebbe chiesto di cambiare il proprio destino, ma lei era convinta che non fosse possibile perché, secondo lei, tutte loro non potevano essere altro che le puttane del paese.
Nella sua piccola testa ignorante pensava che il mondo fosse tutto lì, nel suo paese di quattro anime. Si asciugò il viso bagnato di lacrime di rabbia e tornò a casa. “La vita tua è questa! Non la puoi cambiare! Gli uomini aspettano che ti cresca il petto da quando sei nata. Non ti fare grilli, non si cambia il destino. E ringrazia Dio che un lavoro sicuro lo tieni!” 

La fuga e il rumore della libertà

Da quel giorno l’umore di Vincenza cambiò. Era convinta del contrario, non poteva avere ragione sua madre. Una notte decise di fuggire. Camminò per ore al buio e all’alba arrivò alla stazione del paese vicino.
Il bigliettaio la riconobbe e le chiese che ci facesse lì a quell’ora del mattino, lei non gli rispose, ma il suo silenzio fu eloquente. Allora l’uomo si tolse la giacca e le coprì le spalle che le vibravano per la paura e per il freddo.
Il treno stava arrivando, lo vide da lontano e ne sentì il rumore, la libertà era a due passi da lei, ma l’uomo la tratteneva per la mano. Provò a divincolarsi, quello fu colto di sorpresa ma la trattenne per la punta delle dita, Vincenza allora dette un ultimo strattone e sentì il proprio corpo volare in cielo e ricadere sulle dure rotaie di ferro.
Scattò in piedi, il treno stridette, piccole scintille si sollevarono tutt’intorno alle ruote bloccate, ma non riuscì a fermarsi. Fu un attimo. L’attimo che serve per passare dalla vita al nulla più. 

L'ultimo pregiudizio

Il capotreno corse all’ultima carrozza e riavviò i motori per tornare indietro. Quando il piccolo corpo di Vincenza fu scoperto, giaceva fra una traversina e l’altra, già gonfio e tumefatto. “Chi è?” Domandò un passeggero al bigliettaio. “E' Vincenzina, la figlia di Rosaria, la puttana.”
Per fortuna, la bimba era già morta e non poté sentirlo. Chissà, magari il suo ultimo pensiero fu per la maestra e la sua ultima immagine fu quella di sé stessa, vestita con la gonna sotto il ginocchio e il colletto della camicia bianco mentre rispondeva a tutte le domande del mondo che le ponevano i suoi scolari.

Commenti

  1. Il finale è un pugno allo stomaco: il pregiudizio sopravvive persino alla morte della vittima ('è la figlia della puttana'). La libertà è soprattutto una rivoluzione culturale che il mondo di Rosaria non è pronto a sostenere.

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