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Lettera al ‘figlio dell’avventura’, il viaggio di una madre tra ricordi, fragilità e nuove nascite ✉️ ✨💙

Su uno scrittoio antico, un calamaio con una penna, lo spartito della canzone A modo mio, la foto della mamma che balla con il figlio
(Introduzione a Daniela Barone). Un brano di Elisa alla radio diventa il pretesto per un viaggio a ritroso nel tempo. In questa lettera densa di nostalgia e orgoglio, una madre ripercorre le tappe di quel "figlio dell'avventura" che, tra fragilità infantili e conquiste d'uomo, ha saputo trasformare ogni sfida in un passo verso la propria, unica felicità.
Ballo dell'autrice con il figlio
(Daniela Barone).

L'inizio di un viaggio straordinario

Caro Fabrizio, ascoltando la canzone ‘A modo tuo’ di Elisa oggi ho rievocato il ballo con te la sera del tuo matrimonio. Mai avevamo danzato insieme e quel momento unico me lo godetti pienamente. Del resto perché una madre dovrebbe ballare con suo figlio?
Forse quando eri piccolo avevamo improvvisato un balletto sulle note di una musichetta per bambini ma di certo non mi avevi cinto come quando, giovane uomo innamorato, ti eri unito in matrimonio con la splendida Cecilia, radiosa nel vestito da sposa svolazzante e candido come i suoi denti.
A dire la verità, non so se sto scrivendo a te, marito e papà tenero o al buffo bambinetto che trotterellava dietro a sua sorella e si faceva perdonare le marachelle con aria contrita: come si poteva resistere al tuo sguardo dolce, lo stesso che regali a tutti pure oggi, e ai tuoi occhioni blu?
Sono certo che anche Cecilia restò subito ammaliata da te; tuttora ti guarda adorante, per non parlare del piccolo Cesare che non si staccherebbe mai dalle tue braccia e ti preferisce a tutti.
E pensare che tuo padre non era favorevole ad avere un terzo bambino. Lo convinsi una domenica di aprile, mentre i tuoi fratellini stavano giocando tranquilli nelle loro camerette. Perché negarci la gioia di un’altra nascita? «Sarà un’avventura meravigliosa, vedrai.»
Poi avevo aggiunto scherzosamente: «A noi i bambini vengono così bene. Non vedi come sono belli Elisabetta e Francesco?»  Tuo padre era rimasto un po’ pensieroso, poi aveva esclamato: «E allora, sì. Partiamo per quest’avventura, dai.»
Si, sei stato un’avventura senza eguali, il viaggio più bello mai intrapreso. É stato facile metterti al mondo, allattarti a lungo e vederti crescere accanto ai tuoi fratelli. Ti facevi amare da tutti perché non creavi mai problemi, neppure nell’età travagliata dell’adolescenza.
ritratto da vicino della mamma con il figlio, entrambi occhi azzurri

Le fragilità di un "piccolo lord"

Sai, quando ti avevo detto che io e tuo padre ci saremmo separati, mi avevi chiesto serio: «E ora chi ci comanda?»  Povero piccolo, a soli sei anni avevi già capito che era papà quello che prendeva le decisioni in famiglia e sembravi preoccupato. 
Ti abbiamo cresciuto nel modo migliore nonostante la separazione, anche se un giorno avevi rivelato alla nonna che avresti voluto avere una bacchetta magica per farci tornare insieme. Una volta, forse perché avevi sentito i miei commenti con amiche sull’avvenenza di un attore bruno, mi avevi domandato: «Mamma, vorresti di nuovo papà se avesse i capelli neri?»
Non so cosa ti avevo risposto, caro figliolo. Ricordo però che quel giorno avevo maledetto la mia insensibilità per non aver capito che stavi crescendo e comprendevi i discorsi dei grandi.  
Con il passare del tempo avevo cercato di starti vicino nelle fragilità di figlio di genitori separati, aiutata anche dalla brava insegnante d’Italiano delle medie che ti aveva sorretto nei momenti più difficili, come quando soffrivi per l’assenza di tuo padre.
Imbrigliasti forse questa vulnerabilità nel controllo meticoloso delle tue cose, nella cura quasi ossessiva del tuo aspetto fisico e del modo di vestirti. Oggi non sfiguri a fianco di tua moglie, ricercata nei gusti proprio come te. Anche Cesare indossa sempre abitini eleganti dai colori tenui. Per me è un piccolo lord, con gli occhi blu come i tuoi e i ricciolini biondi che lo fanno assomigliare a un putto di un quadro antico. 
Il figlio con la nonna al momento della laurea

Diventare padre: la prova più difficile

Ricordi quando due anni fa mi chiamasti una settimana prima di Natale? Alla trentunesima settimana una sindrome grave aveva colpito Cecilia e il piccolo era in sofferenza. Che paura. Mi colpirono le parole accorate che mi dicesti, tu sempre così schivo a parlare di sentimenti: «Non sono pronto a diventare padre.» 
Fabri, sapessi quanto avrei tanto voluto starti vicino, farti coraggio come quando da matricola universitaria ti sgomentavi per qualche esame difficile. Hai superato però la tua fragilità accogliendo quella del tuo minuscolo bambino, posto per un attimo fra le tue braccia. Entrambi siete usciti più forti dal reparto intensivo e oggi il vostro legame è inscindibile.
Immagine da bambino con cappello da mare e un grande pallone

Il desiderio d'alba e l'autonomia

Riecheggiano nella mia mente i versi della canzone di Elisa: ‘A modo tuo andrai, camminerai e cadrai, ti alzerai sempre a modo tuo’. Sì, a modo tuo vivesti l’adolescenza, innamorandoti la prima volta a quindici anni. Tu, così posato, una mattina presto uscisti da casa di soppiatto per incontrarti con la tua prima ragazza.
Ricordi quanto ti sgridai quella volta? Avevo visto il tuo letto vuoto ma prima di farmi prendere dal panico, udii la chiave entrare nella toppa. Nemmeno in quell’occasione ti punii: il tuo visino mortificato e la tua timida giustificazione mi avevano frenato: «Volevo vedere l’alba.» 
Era la prima volta che mostravi la tua voglia d’indipendenza, di vivere le tue esperienze di adolescente. Durante i primi anni d’università, per non pesare troppo sul bilancio famigliare, avevi scelto di lavorare la sera per la consegna delle pizze. Appena tornavi a casa ti buttavi sotto la doccia per togliere quell’odore fastidioso di cibo cotto al forno che t’impregnava da testa a piedi. 
Anni dopo, una volta conseguita la laurea triennale, il desiderio d’autonomia che i tuoi fratelli avevano sperimentato molto prima di te, si riaffacciò più prepotente: avevi voglia di provare a vivere da solo in una città diversa, così t’iscrivesti all’Università di Siena per la laurea magistrale.
Numerose volte venimmo a trovarti: pativo il tuo primo distacco da casa ma mi rassicurava saperti là con la nuova fidanzata. Fu bello girare per le stradine senesi, gustare i cibi tipici nelle locande e visitare gli incantevoli borghi di Monteriggioni, San Gimignano e Certaldo.
La tua laurea fu l’occasione per riunirci tutti in famiglia, anche con i nonni ormai persi nel loro inarrestabile declino. Ricordi come ti prodigasti a comprare dei farmaci per il nonno che non stava bene?
Con la stessa delicatezza con cui mi avevi cinto nel ballo del matrimonio ti prendesti cura di lui che non sapeva più annodarsi la cravatta. Che pena. Il suo spegnersi contrastava con il giovane fulgore del tuo successo, quando con il tocco nero accademico uscisti trionfante dalla sala affrescata della facoltà, subito travolto da amici e parenti.
Al pranzo i tuoi fratelli non la smettevano di canzonarmi: secondo loro eri il mio figlio prediletto ma non era così. Certo non avevo dovuto rimproverarti quasi mai e forse per questo fu più dura la separazione da te, ragazzo affettuoso e sensibile.

Tra ricordi e silenzi rassicuranti

Sai, era bello vedere il tuo musetto nello stesso liceo in cui insegnavo; tu ti vergognavi e spesso fingevi di non vedermi. Le colleghe mi facevano i complimenti per la tua correttezza e bravura, anche se lamentavano la tua eccessiva sinteticità nelle prove scritte ed orali. Ancora adesso al telefono sei di poche parole.
Ricordi quando seppi del tuo incidente in moto? Francesco ti portò all’ospedale dove ti ingessarono una clavicola fratturata. Eri stato travolto da un’auto sbucata da una strada laterale a tutta velocità ma come al solito tu non avevi nessuna colpa. Per la prima volta in vita mia, incoraggiata dalla fiducia che riponevi in me, e per amor tuo, ti feci le iniezioni di cui avevi bisogno dopo la visione di un tutorial sul web.
E che dire del giorno del tuo esame di maturità? Ero accorsa alla tua aula per scoprire se avessi già sostenuto l’orale.
Ti avevo visto raggiante nella camicia bianca delle occasioni eleganti, circondato dai tuoi compagni e da altre ragazze che ti ronzavano intorno; avevi fatto un ottimo esame, ne ero certa. Non vedevo l’ora di accompagnarti a casa ma tu ti eri fermato a festeggiare con i compagni.
Se per caso non l’avessi capito, questa è una lettera d’amore di una madre a cui manchi e che ogni tanto si chiede se ha ancora posto nel tuo cuore. Sono domande che forse si fanno tutte le mamme dei figli adulti, sai?
Eri il nipote prediletto della nonna, lo sapevamo tutti in famiglia. Nei suoi ultimi giorni, avvolti nel torpore dei morenti, acconsentisti a visitarla in ospedale, intuendo che non l’avresti più rivista. Vedendoti al capezzale, lei abbozzò un sorriso che l’illuminò tutta.
Tu rimanesti in silenzio, impressionato forse dal suo declino. E rammenti quando al funerale ti si spezzò la voce nel leggere la preghiera dedicata a lei? Ancora adesso ricordo la tua stretta di mano confortante uscendo dalla chiesa.
La canzone di Elisa così prosegue: ‘Sarà difficile dire «Tanti auguri a te», e a ogni compleanno vai un po’ più via da me’.  Sì, ora vivi lontano, telefoni di rado e non ci vediamo quanto vorrei. Alla festa in famiglia per il mio settantesimo compleanno hai ordinato con sicurezza del prosecco, ricordando quanto mi piaccia e mi hai sorriso con complicità.
Oggi mi scrivi raramente. Quando mi chiami ‘Mammina’ tocco il cielo con un dito perché mi sento rassicurata sul tuo amore. Sciocco, vero? So che sei felice e anch’io lo sono per te, marito e padre accudente. Fabri, ‘figlio dell’avventura’, ti voglio tanto bene e sempre te ne vorrò. 
   
                                                                                                             La tua mamma

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